EMILE ZOLA.
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ROMA. (da: LE TRE CITT).
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Parte 5.
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1923. STEN Editrice (gi Azienda della Societ Tipografico-Editrice Nazionale di Roux e Viarengo, Marcello Capra, Angelo Panizza. TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da: Claudio Paganelli, "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it.
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13.
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Quando Pietro si dest, fu sorpreso di udire a suonare le undici. Stanco per essere rimasto tanto a quella festa, aveva dormito di un sonno da fanciullo, divinamente placido, come se nel dormire avesse assaporato la sua felicit.
Ed appena apr gli occhi, il sole luminoso che pioveva dalle finestre, lo inond di speranza.
Il suo primo pensiero fu che quella sera stessa, alle nove, avrebbe finalmente veduto il papa. Ancora dieci ore di attesa... Che farebbe dunque quella giornata benedetta, di cui il cielo splendido e puro gli sembrava di cos felice presagio?
Si alz, apr la finestra al tepore dell'aria, che gli parve fragrante per quell'aroma di frutta e di fiori, da lui notato fin dal giorno del suo arrivo, e di cui aveva tentato poi di analizzare la natura: un misto di odor di rose e di melarancie.
Era possibile che si fosse in dicembre? Che terra adorabile, dove sembrava che l'aprile rifiorisse, sul limitare stesso dell'inverno!
Poi mentre, appena vestito, si affacciava per guardare al di l del Tevere, color d'oro, i pendii del Gianicolo, verdi in tutte le stagioni, vide Benedetta, seduta accanto alla fontana, nel giardinetto abbandonato del palazzo. E scese, non potendo star fermo, vinto da una smania di vita, di allegria e di bellezza.
Subito, Benedetta, raggiante, sfolgorante, con le mani stese, diede l'esclamazione che egli si aspettava:
- Ah! caro abate, come sono felice, come sono felice!...
Avevano passato molte mattine in quel cantuccio remoto, pieno di pace. Ma che mattine malinconiche erano quelle, mentre essi erano senza speranza!
Oggi, la solitudine dei viali invasi dalle gramigne, i bossi sorgenti nella vecchia vasca ricolma, gli aranci simmetrici, rimasti a segnare l'antico disegno delle aiuole, ogni cosa in quel lembo di terreno, aveva per essi un incanto infinito, un'intimit piena di sogni e di affetto, in cui era dolcissimo riposare nell'ora della gioia.
E, sovratutto, l'aria era cos tepida, vicino al lauro frondoso, nell'angolo della fontana!
L'acqua sottile scaturiva senza posa dall'enorme bocca del mascherone tragico con la sua lieve canzone da flauto, una dolce frescura saliva dal sarcofago di marmo, sul cui bassorilievo si svolgeva il baccanale frenetico dei fauni che rapivano ed atterravano delle donne sotto i loro avidi amplessi.
In quell'angolo pareva di essere all'infuori dei tempi e del mondo, nell'abisso di un passato estinto, cos lontano che i dintorni sparivano e non si vedevano pi le recenti fabbriche delle sponde, le vie sventrate, ancor bianche per la polvere dei ruderi, Roma messa a soqquadro fra le doglie della creazione di un mondo novello.
- Ah! ? ripet Benedetta ? come sono felice!... Soffocavo in camera, ho dovuto scender qui, tanto il mio cuore aveva bisogno di spazio, d'aria e di luce, per battere liberamente!
Sedeva vicino al sarcofago, sul frammento di colonna che serviva di sedile, e volle che il prete le venisse accanto.
Egli non l'aveva mai veduta cos bella, coi capelli neri che le cingevano la faccia pura, rosea e delicata come un fiore, nella vivida luce solare.
I suoi occhi immensi, dall'arcano imperscrutabile, erano dei bracieri in cui l'oro avvampava; mentre la sua bocca infantile, la sua bocca di candore e di senno, aveva un riso da creatura buona, finalmente libera di obbedire all'impulso del proprio cuore, senza offendere n Dio, n gli uomini. E faceva i suoi progetti per l'avvenire, sognando ad alta voce.
- Ah! ormai non vi saranno pi difficolt; avendo ottenuto la separazione, otterr anche il divorzio civile, appena la Chiesa avr annullato il mio matrimonio. E sposer Dario verso la primavera, forse prima, se si riesce ad affrettare le formalit... Questa sera, alle sei, egli parte per Napoli, dove va a definire una questione pecuniaria, una certa tenuta che avevamo ancora laggi e che si  dovuta vendere per far fronte a tutte le spese di questo affare. Ma che importa, dal momento che siamo riuniti? Fra pochi giorni, quando egli sar tornato, che dolci ore verranno per noi, come rideremo, come passeremo allegramente il tempo! Non ho potuto dormire, dopo quella festa cos stupenda, tanti progetti ho fatto, ah! dei progetti magnifici; vedrete, vedrete, perch io voglio che vi fermiate a Roma fino al giorno del mio matrimonio.
Egli rise con lei, e nel contagio di quell'effusione di giovent e di felicit dovette fare un grande sforzo per non dirle quanto fosse beato anche lui e pieno di speranza pel suo prossimo convegno col papa. Ma aveva giurato di non farne parola con alcuno.
Nel silenzio sussurrante del giardinetto soleggiato si udiva, tratto tratto, un grido pertinace d'uccello, e Benedetta, scherzando, alz la testa e guard una gabbia, appesa ad una delle finestre del primo piano.
- S, s, Tata! strilla forte, sii allegro. Tutti devono essere allegri in casa oggi.
Poi, volgendosi a Pietro, col suo fare sbrigliato da educanda in vacanza:
- Voi conoscete Tata, non e vero? Come, non conoscete Tata? Ma  il pappagallino dello zio cardinale? Gliel'ho dato la primavera scorsa, ed egli ne va matto, e gli permette di rubargli i bocconi nel piatto. E' lui che se ne occupa, mettendolo fuori e ritirandolo in casa, e temendo tanto che si buschi un raffreddore che lo lascia in sala da pranzo, la sola stanza del suo appartamento dove vi sia un po' di caldo.
Pietro, alzando gli occhi anche lui, guardava il pappagallino, uno di quei graziosi pappagallini d'un verde cenerino, cos flessuosi e cos vellutati. Si appendeva col becco alle sbarre della gabbia, dondolandosi e battendo le ali, nella letizia del limpido sole.
- Parla? ? domand.
- Ah! no, strilla ? rispose Benedetta, ridendo. ? Lo zio pretende di capire tutto quello che dice ed afferma che discorre benissimo con lui.
All'improvviso, cambi argomento, quasi una confusa associazione d'idee la facesse pensare all'altro zio, quello che aveva a Parigi.
- Dovete aver ricevuto una lettera del visconte de la Choue... M'ha scritto ieri che era molto afflitto di vedere che non potevate ottenere l'udienza del Santo Padre. Faceva tanto assegnamento su di voi e sulla vostra vittoria, pel trionfo delle sue idee!
Infatti Pietro riceveva spesso delle lettere del visconte, lettere in cui questi si disperava dell'importanza assunta dal suo avversario, il barone Fouras, dopo il successo avuto nella sua ultima campagna a Roma, col pellegrinaggio internazionale dell'obolo di S. Pietro.
Era il risveglio del vecchio partito cattolico intransigente, e le conquiste liberali del neo-cattolicismo in pericolo, se non si otteneva dal Santo Padre una adesione formale alle famose corporazioni obbligatorie, per vincere le corporazioni libere, richieste dai conservatori.
Ed opprimeva Pietro, coi piani complicati che gli mandava, nella sua impazienza di vederlo finalmente ricevuto al Vaticano.
- S, s ? mormor questi ? avevo ricevuto una lettera domenica e ne ho trovata un'altra iersera, al mio ritorno da Frascati... Ah! come sarei felice di potergli rispondere con una buona notizia, la notizia desiderata!
Si sent di nuovo invaso di gioia all'idea che quella sera stessa vedrebbe il papa e gli schiuderebbe il suo cuore ardente di tenerezza, ricevendo da lui l'incoraggiamento supremo, merc cui continuerebbe con animo pi baldo la missione di salvezza sociale, iniziata nel nome dei poveri e degli umili.
E, non potendo frenarsi pi a lungo, rivel il segreto che gli faceva battere il cuore.
- E' cosa fatta, sapete; l'udienza  per questa sera.
Sulle prime, Benedetta non intese.
- Come mai?
- Sicuro: monsignor Nani ha avuto la bont di dirmi, alla festa, che il Santo Padre, a cui egli aveva consegnato il mio libro, desiderava di vedermi... E sar ricevuto questa sera alle nove.
Benedetta si fece tutta rossa in volto, tant'era la parte che prendeva alla gioia del giovane sacerdote, per cui nutriva ora una calda amicizia.
E quel successo di un amico che si univa alla sua felicit, assumeva un'importanza straordinaria, era come una certezza di riuscita assoluta in tutto. Ella ebbe una esclamazione da donna superstiziosa, che si entusiasma ed esulta.
- Ah, mio Dio! Ci porter fortuna. Ah! come sono lieta, amico mio, come sono lieta di vedere che la felicit vi favorisce come me e nell'ora stessa! Quest' una nuova gioia per me, una gioia che non potete imaginare... E non v'ha dubbio ormai che tutto andr bene, poich una casa in cui c' qualcuno che deve andare dal papa,  una casa benedetta ed il fulmine non la colpisce pi!
Rideva pi forte, battendo le mani in una tale esuberanza di gioia che egli se ne impensier.
- Zitto, zitto! Mi hanno imposto di tacere... Non una parola, ve ne scongiuro, ad anima viva, n alla zia, n a Sua Eminenza... Monsignor Nani ne sarebbe molto dispiacente.
Allora, essa promise di tacere; si commoveva parlando di Nani, come di un benefattore, poich, non era a lui che andava debitrice dell'annullamento del suo matrimonio?
Poi, ripresa da un accesso di pazza allegria, esclam:
- Dite su, caro amico, non  vero che la sola bella cosa al mondo  la felicit?... Non mi chiedete lagrime oggi, neppure pei poveri che soffrono, che hanno freddo ed hanno fame... Ah! davvero, non v'ha che la volutt di vivere! Questa sana tutti i mali. Non si soffre, non si ha freddo, non si ha fame quando si  felici!
Stupefatto, egli la guard nella sorpresa che gli dava quella singolare soluzione data al formidabile quesito della miseria. Si avvedeva, all'improvviso, che il suo tentativo di apostolato era rimasto infruttuoso su quella figlia di un cielo mirabile, che aveva in s l'atavismo di tanti secoli di sovranit aristocratica.
Egli aveva voluto ammaestrarla, infonderle l'amore cristiano degli umili e dei miserabili, conquistarla al culto della nuova Italia che sognava, l'Italia desta ai tempi nuovi, piena di piet per gli esseri e per le cose. Ma, se ella si era commossa con lui sui patimenti della plebe, nelle ore in cui soffriva anch'essa, col cuore insanguinato dalle pi crudeli ferite, ecco che, appena guarita, celebrava la felicit universale da creatura delle estati torride e degli inverni miti come primavere!
- Ah ? disse egli ? non tutti sono felici!
- Oh, s! oh, s! ? ella grid. ? Gli  che non li conoscete, i poveri, voi!... Date ad una ragazza del Trastevere il giovane che ama, ed essa  raggiante di felicit come una regina; ed alla sera, quando mangia il pane secco, gli trova il pi squisito sapore zuccherino. Le madri che salvano un bambino da una malattia, gli uomini che vincono una battaglia, o vedono i loro numeri uscire al lotto, sono tutti cos, e non chiedono altro che fortuna e piacere... Eh! via, avrete un bel ricercare la giustizia e procurare di ripartire pi equamente le ricchezze! Non ci saranno mai altri felici che quelli di cui il cuore esulter, spesso senza neppure saperne la causa, in una bella giornata di sole come oggi.
Allora Pietro rinunzi, con un gesto, alla discussione, non volendo rattristarla col perorare di nuovo la causa di tante povere creature che in quel momento stesso, agonizzavano in qualche luogo lontano, soggiacendo allo spasimo fisico ed alla tortura morale.
Ma, all'improvviso, un'ombra lugubre pass nell'aria luminosa, ed egli sent la tristezza infinita della gioia, lo sconforto senza limite del sole, come se una presenza invisibile avesse diffuso quell'ombra.
Era l'odore troppo acuto del lauro, le fragranze amare dei bossi e degli aranci che gli davano quel senso di vertigine? Era il brivido di tepore sensuale che si insinuava nelle sue vene, fra quelle rovine, in quell'angolo, testimone di amori antichissimi?
O non piuttosto quel sarcofago col suo baccanale frenetico, che suscitava il pensiero della morte vicina, la morte tra le stesse volutt occulte dell'amore, nell'amplesso insaziabile degli amanti?
Per un attimo la canzone argentina della fontana suon per lui come un lungo singhiozzo, e gli parve che tutto si sommergesse nell'ombra spaventosa venuta dall'invisibile.
Ma gi Benedetta gli aveva prese tutte e due le mani e lo ridestava alla felicit di essere con lei.
- La discepola  molto indocile, non  vero, amico mio? ed ha la testa molto dura. Che volete? Vi sono delle idee che non ci entrano a noialtri! No, no, quelle cose non le farete mai penetrare nella testa di una ragazza di Roma... Amateci dunque, accontentatevi di amarci come siamo, belle con tutte le nostre facolt, belle quanto possiamo esserlo!
Invero era cos bella, in quel momento, cos sfolgorante nella luce della sua felicit, che egli sentiva un fremito davanti a lei, come davanti ad una divinit, davanti all'onnipotenza che regge il mondo.
- S, s ? balbett ? la bellezza  ancora regina, sempre regina... Ah! perch non basta a saziare l'eterna fame dei poveri uomini?
- Eh! via ? grid lei allegramente ? bisogna pur vivere... Andiamo a pranzo, la zia deve aspettarci.
Si desinava al tocco, e le poche volte in cui Pietro non era fuori, aveva il suo posto alla tavola delle signore, nella saletta da pranzo del secondo piano, che dava sul cortile, saletta di una tristezza mortale.
Alla stessa ora, al primo piano, nella sala soleggiata di cui le finestre davano sul Tevere, il cardinale desinava anche lui, felicissimo di avere per commensale il nipote Dario, perch l'altro ospite consueto, il segretario, don Vigilio, non apriva bocca che quando lo si interrogasse.
Le due famiglie erano completamente divise, non servendosi n della stessa cucina, n della stessa servit, e non avendo in comune che un vasto locale di credenza.
Ma per quanto la sala da pranzo del secondo piano fosse tetra e rattristata dal barlume verdastro del cortile, la colazione delle signore e del giovane prete fu allegrissima.
Donna Serafina, cos severa di solito, sembrava rasserenata anch'essa da una profonda felicit intima.
Probabilmente non aveva ancora esaurito la delizia del trionfo riportato al ballo, a braccio di Morano: e fu lei che parl per la prima della veglia, vantandola molto, sebbene confessasse che la presenza del re e della regina l'aveva messa in grande impaccio.
Rifer come, merc una tattica sapiente, fosse riuscita ad evitare la presentazione. Sperava d'altronde che la sua nota affezione per Celia, di cui era la madrina, bastasse a giustificare la sua presenza in un salotto neutro, dove tutti i poteri si erano incontrati.
Doveva rimanerle uno scrupolo, per, poich annunzi che, dopo colazione, contava recarsi subito al Vaticano, dal cardinale segretario, a cui desiderava di parlare di un'opera pia di cui era patronessa.
Quella visita di compensazione le sembrava indispensabile, all'indomani della veglia dei Buongiovanni.
Non era mai stata accesa n da maggior zelo, n da maggiori speranze, riguardo alla prossima elezione del fratello al trono di S. Pietro: questo era per lei il trionfo supremo, un'esaltazione della sua stirpe che giudicava necessaria e sicura, nel suo orgoglio del nome avito; e, durante l'ultima indisposizione del papa regnante, aveva spinto le cose al punto da preoccuparsi del corredo, su cui aveva voluto ricamare collo stemma del nuovo pontefice.
Benedetta non smetteva di scherzare, parlando di Celia e di Attilio colla viva tenerezza di una donna che, nella propria felicit amorosa, si compiace anche di quella di una coppia amica. Poi, mentre portavano le frutta, si volse con meraviglia al servitore:
- E cos, Giacomo? Quei fichi?
Questi, col suo fare lento, e, come addormentato, la guard stupito. Per fortuna, Vittorina attraversava la camera.
- Ed i fichi, Vittorina, perch non ce li servono?
- Che fichi, contessina?
- Ma quelli che ho veduto questa mattina nella credenza, da cui sono passata per curiosit, mentre andavo in giardino... Dei fichi stupendi in un canestro. Mi sono anzi meravigliata che ve ne fossero ancora, in questa stagione. Mi piacciono molto. Ne avevo pregustata la bont, pensando che li avrei mangiati a tavola.
Vittorina si diede a ridere.
- Ah so, so, contessina... Sono i fichi che quel prete di Frascati, il curato di laggi, ve ne ricordate? ha portato iersera in persona per Sua Eminenza. Io ero l; egli ha ripetuto per ben tre volte che era una offerta e che si dovevano mettere sul tavolo di Sua Eminenza senza smuoverne una foglia. Quindi s' fatto cos.
- Oh! Quest' carina! ? esclam Benedetta con sdegno burlesco. ? Guardate un po', quei golosi che fanno baldoria senza di noi! Mi pare che si sarebbe potuto dividere.
Donna Serafina intervenne, domandando a Vittorina:
- Si tratta del curato che veniva a trovarci una volta alla villa?
- S, s, il curato Santobono, quello della chiesetta di Santa Maria dei Campi. Quando viene, fa sempre chiamare Paparelli di cui  stato condiscepolo al seminario, credo. Ed anche iersera  stato il Paparelli che l'ha condotto in credenza, col suo canestrino... Oh! quel canestrino! Figuratevi che, nonostante tutte quelle raccomandazioni, avevano dimenticato, poco fa, di metterlo in tavola, cosicch quei fichi non sarebbero stati per nessuno, se l'abate Paparelli non fosse sceso di corsa a prenderli, portandoli al cardinale con vera devozione, come se portasse il Santissimo Sacramento... E' vero che Sua Eminenza li gusta tanto.
- Non credo che mio fratello possa far molto onore a quei fichi, stamane, ? concluse la principessa ? perch  un po' sconcertato; ha passato una cattiva notte.
Al nome cos spesso ripetuto di Paparelli, donna Serafina s'era fatta seria. Il caudatario con la sua faccia cascante e grinzosa, la sua grossa e corta persona da vecchia beghina in gonnella nera, le spiaceva dacch si era accorta dell'impero straordinario assunto da lui sul cardinale, nell'umilt e la mediocrit che ostentava.
Egli non era che un servitore, l'infimo anzi dei servitori, eppure regnava ed ella sentiva che combatteva l'influenza di lei distruggendo spesso quello che ella faceva pel trionfo delle ambizioni di suo fratello.
Gi due volte anzi, e quest'era il peggio, lo sospettava di aver spinto il cardinale a degli atti che essa riguardava come veri errori. Forse si era ingannata per, ed era costretta a riconoscere molti meriti in Paparelli ed una piet veramente esemplare.
Benedetta continuava a ridere ed a scherzare.
E Vittorina essendo uscita, chiam il servo.
- Sentite, caro Giacomo, mi farete una piccola commissione.
S'interruppe per dire a Pietro ed alla zia:
- Ve ne prego, facciamo valere i nostri diritti... Io li vedo, a tavola, quasi sotto di noi: devono essere alle frutta anche loro. Lo zio solleva le foglie e si serve con un dolce sorriso, passando il canestrino a Dario che lo passa a Don Vigilio... E tutti e tre mangiano con compunzione... Li vedete? li vedete?
Li vedeva lei ed era la sua smania di esser vicina a Dario, il suo pensiero sempre volto a lui, che l'evocava cos, con gli altri due.
Il suo cuore era laggi: vedeva, udiva, sentiva con tutti i sensi squisiti del suo amore.
- Giacomo, andate gi e dite a Sua Eminenza che ci struggiamo dalla voglia di assaggiare i suoi fichi, e che sarebbe una gran cortesia da parte sua, mandarci quelli che gli avanzeranno.
Ma donna Serafina intervenne di nuovo, ritrovando la sua voce severa.
- Giacomo, non vi muovete, vi prego.
E volta alla nipote:
- Basta cos! non voglio altre fanciullaggini... Quelle monellerie mi sono odiose.
- Oh! zia, ? mormor Benedetta ? sono cos felice ed  tanto che non rido cos di cuore!
Fin allora, Pietro si era limitato ad ascoltare, ridendo anche lui nel vederla cos allegra. Siccome l'osservazione della vecchia dama diffuse un certo gelo, prese la parola dicendo come si fosse sorpreso anche lui, vedendo, nella sua gita a Frascati, il giorno prima, che il famoso fico portava ancora delle frutta in stagione cos tarda. Dipendeva probabilmente dall'esposizione, dal gran muro che proteggeva l'albero.
- Ah! avete veduto il famoso fico? ? domand Benedetta.
- Ma s; ho viaggiato anzi coi fichi che vi fanno tanto gola...
Pietro rimpiangeva gi la parola che gli era sfuggita; poi stim meglio di dire la verit.
- Ho incontrato laggi una persona che era venuta in carrozza, ed ha voluto assolutamente ricondurmi a Roma. Lungo la strada, abbiamo raccolto il curato Santobono, il quale s'era avviato pedestremente, con molto coraggio, portando il suo canestrino. Anzi, ci siamo fermati un momento ad un'osteria.
Continu, raccontando il viaggio e la profonda impressione fattagli dalla Campagna romana, quando il crepuscolo l'aveva invasa.
Ma Benedetta lo guardava fisso, non ignorando, per informazioni avute, le frequenti gite di Prada nei suoi terreni ed alle sue fabbriche.
- Qualcuno, qualcuno, ? mormor. ? Il conte, non  vero?
- Sissignora, il conte, ? rispose Pietro, senz'altro. ? L'ho riveduto questa notte; era profondamente turbato e bisogna compiangerlo.
Le due donne non si offesero, tanta era l'emozione spontanea con cui il giovane prete aveva profferito quelle parole caritatevoli, nell'effusione d'amore che avrebbe voluto riversare su tutti gli esseri e sulle cose.
Donna Serafina rest immobile, affettando di non aver udito: mentre Benedetta faceva un gesto come per dire che non aveva pi astio n piet, da manifestare a quell'uomo che era diventato un estraneo per lei.
Per altro, non rideva pi e fin col dire, pensando al piccolo canestro che aveva viaggiato nella carrozza di Prada:
- Ah! quei fichi, guardate! non mi fanno pi gola e preferisco ora di non averne mangiati!
Dopo il caff, donna Serafina li lasci subito per mettersi il cappello e andar al Vaticano.
Benedetta e Pietro, rimasti soli, si trattennero ancora un momento a tavola, avendo ripreso la loro allegria e discorrendo da buoni amici. Il prete riparl della sua udienza della sera, in quella febbre di lieta impazienza che lo struggeva.
Non erano che le due: v'erano altre sette ore di aspettativa! Che farebbe, come impiegherebbe quell'interminabile giornata?
Allora lei estern, cortesemente, un'idea:
- Sapete che? Giacch siamo cos felici tutti quanti, non dobbiamo lasciarci. Dario ha la sua carrozza. Anche lui deve aver finito di far colazione, e gli far dire che venga a prenderci e che ci conduca a fare una lunga passeggiata, sulle rive del Tevere.
Batteva le mani, felice del progetto. Ma in quel momento appunto, comparve don Vigilio stralunato.
- La principessa non c'?
- No,  gi uscita... Che accade?
- E' Sua Eminenza che mi manda... Il principe si  sentito male, alzandosi da tavola... oh! non  nulla, nulla di grave, almeno.
Essa diede un grido di sorpresa pi che di inquietudine.
- Come, Dario? Ora scendiamo tutti. Venite, signor abate. Non deve star male poich vogliamo che ci conduca fuori.
Poi, incontrando Vittorina per le scale, la fece scendere anche lei.
- Dario  indisposto; possiamo aver bisogno di te.
Entrarono tutti quattro nella camera vasta ed antica, molto semplicemente arredata, in cui il principino aveva gi passato un mese intero, inchiodato in letto dalla ferita alla spalla.
Vi si giungeva da un salotto; un andito, che partiva dall'abbigliatoio attiguo, riuniva quelle stanze all'appartamento privato del cardinale; la sala da pranzo, la camera da letto, lo studio, relativamente piccoli, perch ricavati, mediante delle pareti, da una delle immense sale antiche.
V'era anche la cappella, di cui la porta dava sull'andito, una chiesa nuda, con un altare di legno inverniciato, senza tappeto, senza seggiole, solo l'ammattonato, duro e gelido, per inginocchiarsi e pregare.
Benedetta corse al letto su cui Dario si era buttato, bell'e vestito. Accanto a lui stava il cardinale in atto paterno e serbava, nonostante l'inquietudine che cominciava a turbarlo, la maest dell'alta figura superba, la calma dell'anima generosa e senza macchia.
- Che c'? Che succede, Dario mio?
Il principe sorrise, volendo rassicurarla. Finora non si vedeva in lui altra traccia del male che un pallore intenso; un aspetto da un uomo brillo.
- Oh! non  nulla, una vertigine... Ecco mi sento come uno che ha bevuto. All'improvviso mi si  offuscata la vista e mi  sembrato di cadere... Non ho avuto che il tempo di venirmi a buttare sul letto.
Diede un lungo respiro, come un uomo accasciato che ha bisogno di riprendere fiato. E il cardinale rifer qualche particolare.
- Finivamo tranquillamente di far colazione, io davo degli ordini a don Vigilio pel dopopranzo e stavo per lasciare la tavola, quando ho veduto il povero Dario alzarsi e barcollare. Non ha pi voluto mettersi a sedere ed  venuto qui, con passo incerto da sonnambulo, aprendo le porte con mano tremante... E l'abbiamo seguto, senza intendere. Confesso che cerco la causa del male e non la trovo ancora.
Con un gesto manifestava la sua sorpresa, additando l'appartamento, dove pareva fosse passato all'improvviso un nembo di catastrofe.
Tutte le porte erano spalancate, e si vedeva la fila delle camere, l'abbigliatoio, l'andito, in fondo a cui appariva la sala da pranzo nel suo disordine di stanza abbandonata all'improvviso, con la tavola ancora apparecchiata, le salviette buttate qua e l, le seggiole rovesciate.
Ma non regnava ancora nessun sgomento.
Benedetta fece, ad alta voce, le riflessioni solite nei casi consimili.
- Purch non abbiate mangiato nulla di malsano!
Con un altro gesto il cardinale disse, sorridendo, la consueta sobriet della sua tavola.
- Oh! delle uova, delle costolette d'agnello, un piatto d'acetosella, ecco dei cibi che non possono avergli aggravato lo stomaco. Per conto mio, non bevo che dell'acqua pura; lui prende due dita di vino bianco... No, no, il cibo non c'entra per nulla.
- Eppoi ? si permise di soggiungere don Vigilio ? Sua Eminenza ed io saremmo indisposti come il principe.
Dario, che aveva chiuso gli occhi per un momento, li riaperse e diede un altro respiro profondo, sforzandosi di ridere.
- Eh, via! non sar nulla, mi sento gi molto meglio. Bisogna che mi muova.
- Allora ? rispose Benedetta ? ascolta il progetto che ho fatto... Mi prenderai in carrozza coll'abate Froment e mi condurrai nella campagna, molto lontano.
- Volentieri! Ecco una buona idea... Vittorina, aiutatemi un po'...
S'era rizzato, poggiandosi penosamente ai polsi. Ma, prima che la donna si fosse inoltrata, ebbe una leggera convulsione, e ricadde come fulminato da una sincope.
Fu il cardinale, rimasto vicino al letto, che lo raccolse fra le braccia, mentre la contessina perdeva la testa, ora.
- Dio mio. Dio mio! l'accesso torna... Presto, presto, ci vuole il medico.
- Se volete che vada a prenderlo di corsa... ? chiese Pietro, che cominciava a turbarsi anche lui, assistendo a quella scena.
- No, no! Non voi! restate qui... Vittorina far presto. Sa l'indirizzo... Il dottor Giordano, eh? Vittorina?
La donna se ne and, ed un silenzio doloroso si diffuse nella camera, dove l'ansiet cresceva di minuto in minuto. Benedetta, pallidissima, era tornata presso al letto, mentre il cardinale, che sosteneva sempre Dario fra le braccia, e gli aveva fatto posare la testa sulla sua spalla, lo guardava.
Ed un sospetto atroce era sorto in lui, ancora confuso ed indeterminato: ritrovava in Dario la faccia livida, la contrazione di ansia raccapricciante, gi notata da lui nel pi caro amico del suo cuore, monsignor Gallo, quando lo aveva tenuto cos tra le braccia, due ore prima della sua morte.
Era la stessa sincope, la stessa impressione di non stringere pi che la gelida salma di un essere caro, di cui il cuore s fermava; era, sopratutto il pensiero sempre crescente del veleno, venuto dall'ombra, che colpisce nell'ombra, attorno a s, come un fulmine.
Per lungo tempo rest chino cos sul volto del nipote, l'ultimo della sua stirpe, studiando, indagando e ritrovando gli indizi del male misterioso ed implacabile che gli aveva gi rapito met dell'anima sua.
Frattanto Benedetta lo scongiurava a mezza voce.
- Zio, zio, vi stancherete. Ve ne prego, lasciate che lo tenga io un pochino... Non abbiate timore, lo terr molto piano, egli sentir che sono io e forse si scuoter.
Il cardinale alz finalmente la testa e la guard; indi le cedettte il posto, dopo averla stretta sul cuore e baciata con foga disperata, avendo gli occhi pieni di lagrime per un'emozione subitanea in cui l'adorazione che nutriva per lei vinceva la severa freddezza che egli affettava di solito.
- Ah! povera la mia bambina, povera la mia bambina! ? balbett, con un gran tremito di quercia sradicata.
Del resto si vinse subito, tornando a padroneggiarsi. E mentre Pietro e don Vigilio, immobili, aspettavano che si avesse bisogno di loro, disperati di non poter recare nessun aiuto, egli si diede a camminare di su e di gi per la camera.
Poi quella camera parve troppo angusta pei pensieri che si agitavano nel suo cervello, ed egli protrasse la sua passeggiata, prima fino nell'abbigliatoio, poi nell'andito, e finalmente si spinse sino alla sala da pranzo.
Ed andava e tornava in alternativa perenne, serio, impassibile, a testa bassa, sprofondato nella stessa fosca fantasticheria. Che infinita serie di riflessioni si agitava nella mente di quel credente, di quel principe altero che si era dato a Dio, e si vedeva ora impotente di fronte all'ineluttabile decreto del destino?
Tratto tratto tornava presso al letto, constatando i progressi del male, guardando sul viso di Dario a che punto era la crisi; poi si avviava di nuovo collo stesso passo ritmico, spariva, ricompariva, come mosso dalla regolarit monotona di quelle forze che l'uomo non pu inceppare.
Forse s'ingannava e non si trattava che di una semplice indisposizione, di cui il medico riderebbe. Bisognava sperare e pazientare.
E andava e tornava sempre, e nulla avrebbe potuto dare una impressione di ansia maggiore, in mezzo al profondo silenzio, che i passi ritmici di quel vegliardo maestoso che stava in attesa del destino.
La porta si riaperse, Vittorina apparve trafelata.
- Ho trovato il medico; eccolo.
Il dottor Giordano si present col visetto roseo a ricci bianchi, la personcina modestamente paterna, che gli davano l'aspetto di un amabile prelato. Ma, appena ebbe fiutata l'aria della camera e veduta quella gente trambasciata che lo aspettava, si fece serio ed assunse l'attitudine concentrata, l'assoluto rispetto del segreto ecclesiastico che aveva preso nella sua clientela clericale. E quando ebbe data un'occhiata all'infermo, una sola parola gli sfugg, parola appena bisbigliata:
- Come, ancora? Siamo daccapo?
Faceva probabilmente allusione alla coltellata da lui curata poco tempo prima.
Chi si accaniva mai contro quel povero principino, tanto inoffensivo che non dava noia a nessuno?
Soltanto Benedetta, del resto, poteva comprendere; ed essa ardeva di una tale febbre d'impazienza, struggendosi nel desiderio di esser rassicurata, che non ascoltava, non udiva, tutt'assorta in nuove preghiere.
- Oh! dottore, ve ne scongiuro, guardatelo, esaminatelo e diteci che non  nulla... Non pu essere nulla, poich era cos allegro, ed in cos buona salute un momento fa... Non  nulla, non  nulla, non  nulla, eh?
- Ma certo, certo contessina, che non sar nulla... ora vedremo.
Ma si volse facendo un profondo inchino al cardinale che tornava, col suo passo eguale ed astratto, dal fondo della sala da pranzo, per fermarsi al piede del letto, immobile.
Il dottore lesse probabilmente negli occhi foschi, fissati su di lui, un'inquietudine mortale, perch non disse altro e si diede ad esaminare Dario, da uomo che sente il valore dei minuti.
E man mano che il suo esame progrediva, una scialba seriet, un segreto terrore, manifestato per solo con un lieve tremito delle labbra, si diffondevano sul suo viso, prima sorridente in amabile ottimismo.
Era lui per l'appunto, che aveva assistito monsignor Gallo nella crisi di cui era morto, una crisi di febbre infettiva come aveva attestato nell'atto di decesso.
Probabilmente riconosceva anche lui gli stessi sintomi terribili, la faccia di un grigio piombo, l'inebetimento di un'ubbriachezza atroce; e da vecchio medico romano, abituato alle morti subitanee, sentiva il soffio letale che uccide, senza che la scienza abbia ancora potuto intenderne la natura, esalazione putrida del Tevere, o secolare veleno della leggenda.
Ma alz il capo ed il suo sguardo si incroci con lo sguardo fosco del cardinale, che non si staccava da lui.
- Signor Giordano ? chiese questi finalmente ? non siete inquieto, eh? Non si tratta che di una cattiva digestione?
Il medico fece un secondo inchino. Aveva compreso, dal lieve tremito della voce, l'ansiet crudele di quell'uomo potente, colpito di nuovo nel pi caro affetto del suo cuore.
- Vostra Eminenza deve aver ragione. Si tratta certo di un disturbo di stomaco. Questi malanni sono pericolosi alle volte, quando vi si unisce la febbre. Non  il caso che io dica a Vostra Eminenza come essa possa contare sulla mia prudenza e sul mio zelo.
S'interruppe per dire, subito, con la sua voce recisa da professionista:
- Il tempo urge: bisogna spogliare il principe e agire prontamente. Lasciatemi solo un po', lo preferisco.
Ma tenne Vittorina dicendo che lo aiuterebbe e che ove gli occorresse un altro aiuto avrebbe preso Giacomo.
Era evidente che desiderava di allontanare la famiglia per essere pi libero, senza testimoni che lo disturbassero. Ed il cardinale comprese e s'impadron dolcemente di Benedetta per condurla egli stesso, al suo braccio, fino alla sala da pranzo, dove Pietro e don Vigilio li seguirono.
Quando le porte furono richiuse, il silenzio pi tetro e pi profondo regn in quella sala da pranzo che il limpido sole d'inverno, inondava d'una luce e d'un tepore delizioso. La tavola da pranzo era ancora apparecchiata con la sua tovaglia sparsa di briciole, ed una tazza di caff a met piena, ed in mezzo si vedeva il canestro dei fichi, da cui si erano scostate le foglie, ma dove non mancavano che due o tre frutti.
Davanti alla finestra, Tata, il pappagallino, uscito dalla gabbia, stava sul suo bastone, felice ed abbagliato in un gran raggio giallo dove degli insetti facevano la ridda.
Per aveva cessato di strillare e di lisciarsi le penne col becco, sorpreso di vedere tutta quella gente, e molto inquieto, girando un po' la testa per studiarne le fisonomie coll'occhio rotondo e scrutatore.
Scesero dei momenti interminabili nell'attesa di quello che accadeva in fondo alla camera vicina.
Don Vigilio si era seduto silenziosamente in disparte, mentre Benedetta e Pietro, rimasti in piedi, tacevano anch'essi, immobili.
Ed il cardinale aveva ripreso la sua passeggiata senza fine, quel moto istintivo e ritmico con cui pareva volesse ingannare la propria impazienza e giungere pi presto alla spiegazione che cercava confusamente in mezzo ad una spaventosa tempesta di idee.
Mentre il suo passo suonava con una regolarit da macchina, ferveva in lui un tetro furore; la sua mente si affannava in una ricerca frenetica del come e del perch, in una confusione straordinaria degli impulsi i pi strani ed i pi opposti.
Ma gi due volte, passando, aveva fermato lo sguardo sul disordine della tavola, quasi vi cercasse alcunch. Era forse quel caff non finito? quel pane di cui si vedevano ancora le briciole? quelle costolette di cui rimaneva un osso?
Poi, mentre per la terza volta si voltava, guardando, i suoi occhi incontrarono il canestro di fichi, e si ferm di colpo, sotto il baleno d'una rivelazione subitanea.
Quell'idea l'aveva afferrato e lo invadeva senza che egli sapesse con quale esperienza trasmutare l'improvviso sospetto in certezza.
Per un attimo, rest incerto, non trovando, con gli occhi fissati su quel canestro.
Finalmente prese un fico e lo port vicino agli occhi per esaminarlo meglio. Ma non presentava nulla di speciale, e stava per rimetterlo fra gli altri, quando Tata, il pappagallino che andava matto pei fichi, gett un grido stridente. E fu un baleno, l'esperienza cercata gli si offerse.
Lentamente, col suo aspetto severo, col viso soffuso d'ombra, il cardinale port il fico al pappagallino, glielo diede senza un'esitanza, senza un rammarico. Era una graziosissima bestiolina, la sola che avesse amata vivamente.
Allungando il fine corpo flessuoso di cui la seta di un verde cenerognolo prendeva dei riflessi rosei al sole, afferr graziosamente il fico colla zampa, poi lo spacc con un colpo di becco.
Ma quando l'ebbe cincischiato ne mangi pochissimo, e lasci cadere la buccia ancora piena.
Lui, sempre grave ed impassibile, guardava, aspettava. L'attesa fu di tre lunghi minuti. Per un attimo si sent rassicurato, grattando il capo del pappagallo, il quale si lasciava accarezzare con volutt, girando il collo, alzando verso il padrone l'occhietto rosso, risplendente di luce arrubinata.
Poi, all'improvviso, Tata si rovesci senza nemmeno sbattere le ali, e cadde come un piombo. Era morto, fulminato!
Boccanera non ebbe che un gesto, un alzare di ambe le mani verso il cielo, nell'orrore di quello che sapeva, finalmente.
Gran Dio! che delitto, che atroce errore di persona, che scherzo nefando del destino!
Non gli sfugg neppur un grido di dolore; soltanto l'ombra del suo volto si era fatta nera e bieca.
Ma si ud un grido, un grido straziante di Benedetta, la quale, come Pietro e don Vigilio, aveva tenuto dietro all'atto del cardinale, prima con stupore, poi con vero raccapriccio.
- E' veleno! veleno! ah, Dario, cuor mio, anima mia!
Ma il cardinale afferr con violenza il polso della nipote, saettando un'occhiata obliqua su quei due pretucoli, il forestiero ed il segretario, testimonii di quella scena.
- Taci! Taci!
Essa si svincol con una scossa, in un impeto di ribellione, un accesso di sdegno e di odio.
- Perch dovrei tacere? E' Prada che ha fatto il colpo, lo denunzier, voglio che muoia anche lui! Vi dico che  Prada; lo so, perch il signor Froment  tornato ieri da Frascati nella sua carrozza col curato Santobono ed il canestro di fichi... S, s! Ho dei testimonii;  Prada,  Prada!
- No, no! Sei pazza, taci!
E riprese le mani della giovane, tentando di frenarla con la sua autorit suprema.
Lui, che sapeva l'influenza del cardinale Sanguinetti sulla testa esaltata di Santobono, aveva compreso ora il fatto ? non una complicit esplicita, ma una spinta arcana; la belva eccitata, poi sguinzagliata sul rivale inviso, nel momento in cui si supponeva che il trono pontificio potesse restar libero.
La probabilit, la certezza della cosa gli si era improvvisamente imposta, senza il bisogno di comprendere ogni particolare ? imposta nonostante le lacune e le oscurit.
Era cos, perch sentiva che cos doveva essere.
- No, ascoltami! Non  Prada... Quell'uomo non ha nessun motivo di rancore contro di me, ed io solo ero preso di mira; quella frutta l'avevano portata per me... Suvvia, rifletti! Se una indisposizione non me lo avesse impedito, ne avrei mangiata una buona parte, perch  cosa nota che ne ho la passione; e, mentre il mio povero Dario era il solo ad assaggiarne, io scherzavo, dicendogli di lasciarmi i pi belli per domani. L'atroce cosa era per me, ed  lui che  stato colpito, oh, Signore! per la pi feroce, la pi mostruosa stoltezza del destino! Signore, Signore, ci avete dunque abbandonati?
Delle lagrime gli velavano gli occhi, mentre Benedetta, fremente, non sembrava ancora convinta.
- Ma zio, non avete nemici, perch volete che quel Santobono attenti cos ai vostri giorni?
Per un attimo egli rest muto, non potendo trovare una risposta conveniente. Gi si decideva al silenzio, in un impulso di generosit suprema. Poi gli si affacci un ricordo e si rassegn a mentire.
- Santobono ha sempre avuto la mente squilibrata, e so che mi odia dacch ho rifiutato di far uscire di prigione suo fratello, altre volte nostro giardiniere, dandogli il ben servito che non meritava certamente. Spesso dei rancori mortali non hanno origine pi grave di questa. Si sar creduto in diritto di vendicarsi di me.
Allora Benedetta, affranta, inetta a discutere pi a lungo, si abbandon sopra una seggiola, in atto di prostrazione disperata.
- Ah! Dio mio! non capisco pi. Eppoi, che importa, ora che il mio Dario  a questo passo! Non c' che una cosa, bisogna salvarlo, voglio che lo salvino... Come dura a lungo quello che fanno in quella camera! Perch Vittorina non viene a prenderci?
Il silenzio si diffuse di nuovo, un silenzio di disperazione. Il cardinale prese sulla tavola, senza dir parola, il canestro dei fichi e lo port in un armadio che chiuse a doppia mandata; poi si pose la chiave in tasca.
Probabilmente, appena calata la notte, si proponeva di farlo sparire egli stesso, scendendo al Tevere per buttarlo nell'acqua.
Ma, tornando dall'armadio, vide quei due pretucoli di cui gli occhi dovevano averlo seguto.
Ed allora disse ad entrambi, con semplicit e grandezza:
- Signori, non ho bisogno di domandarvi la discrezione... Vi sono degli scandali che dobbiamo risparmiare alla Chiesa, la quale non , non pu essere colpevole. Dare uno dei nostri in bala ai tribunali civili, anche se delinquente,  un colpire la Chiesa stessa, quando le passioni malvagie si impadroniscono della cosa per far risalire fino a lei la responsabilit del delitto. E non abbiamo altro da fare che mettere l'omicida nelle mani di Dio, il quale sapr punirlo maggiormente... Ah! per conto mio, che io sia colpito nella mia persona, o nella mia famiglia, e nelle mie pi tenere affezioni, dichiaro in nome del Cristo morto sulla croce, che non ho n ira, n sete di vendetta, e che seppellisco la nefanda sua azione nel silenzio sempiterno della tomba!
Pareva che la sua nobile figura si fosse fatta ancor pi alta, mentre, alzando la mano in gesto maestoso, profferiva quel giuramento, abbandonando cos i suoi nemici alla sola vendetta di Dio; perch non di Santobono soltanto voleva parlare, ma anche del cardinale Sanguinetti, di cui aveva indovinato l'influenza nefasta.
Ed una disperazione infinita, un tragico cordoglio lo turbavano sin nelle pi intime latebre nell'eroismo del suo orgoglio, al pensiero di quella lotta occulta attorno alla tiara, di tutte quelle cupide e malvagie passioni che si agitavano in fondo alle tenebre.
Poi, come Pietro e don Vigilio gli si inchinavano, per promettergli il silenzio, un'emozione invincibile gli tolse il respiro, il singhiozzo di tenerezza che frenava, gli sal alle labbra, e balbett:
- Ah! povero il mio fanciullo, povero il mio fanciullo! Ah! l'unico della nostra stirpe, il solo amore e la sola speranza del mio cuore! Ah! morire, morire cos!
Ma Benedetta si alz con nuovo impeto:
- Morire? Chi mai? Dario?... Non voglio! lo cureremo; torneremo presso di lui, lo prenderemo fra le nostre braccia e lo salveremo. Venite, zio, venite presto... Non voglio, non voglio non voglio che muoia.
Muoveva verso la porta e nessuno avrebbe potuto impedirle di tornare in camera, quando per l'appunto Vittorina comparve, senza forze, lei generalmente cos balda e serena.
- Il dottore prega la signora e Sua Eminenza di venir subito, subito.
Pietro, sbalordito pel raccapriccio di quelle cose, non li segu, rimanendo per un momento, con don Vigilio, nella sala da pranzo inondata di sole. E che? Il veleno, il veleno, come ai tempi dei Borgia, elegantemente dissimulato, imbandito con quelle frutta, da un traditore tenebroso che non si osava neppure denunziare? E ramment la conversazione fra lui e Prada nel tornare da Frascati, il suo scetticismo da parigino su quelle droghe leggendarie, che egli non ammetteva che nel quinto atto di un dramma romantico.
Eppure erano vere quelle storie atroci, i mazzi di fiori ed i coltelli avvelenati, i prelati, e persino i papi importuni, soppressi mediante il cioccolatte del mattino: poich quel Santobono appassionato e tragico era veramente un avvelenatore. Egli non poteva pi dubitarne, rivedeva tutta la giornata precedente, sotto la luce di quella rivelazione terribile.
Le parole di ambizione e di minaccia sorprese dal cardinale Sanguinetti, la fretta di agire di fronte alla morte probabile del papa regnante, la suggestione del delitto per la salvezza della Chiesa, poi quel curato, incontrato lungo la via, col suo canestrino di fichi, che portava in giro pel crepuscolo della mesta campagna, che teneva a lungo, devotamente sulle ginocchia, quel canestrino di cui il ricordo lo perseguitava ora come un incubo, e di cui rivedrebbe sempre, con un brivido, e la forma ed il colore e l'odore!
Il veleno, il veleno! Era vero dunque; esisteva, circolava ancora fra le tenebre del mondo nero, fra i biechi appetiti di conquista e di impero.
E, ad un tratto, la figura di Prada si rizz anche essa nel ricordo di Pietro. Poco fa, quando Benedetta lo aveva accusato con tanta violenza, era stato in procinto di difenderlo, raccontando quella storia di veleno che sapeva ed il punto da cui quel canestro era partito, e la mano che lo aveva offerto. Ma, subito, una riflessione lo aveva agghiacciato: se Prada non aveva commesso il delitto, lo aveva lasciato commettere.
Un altro ricordo lo travers anche, acuto come una lama, quello della gallinetta nera, nel tetro scenario dell'osteria, la gallinetta morta sotto la tettoia, fulminata, col filo sottile di sangue violaceo che le usciva dal becco.
Ed ecco che, appiedi del suo bastone, Tata, il pappagallino, giaceva nel modo stesso, morbido e tepido, col becco macchiato da una goccia di sangue.
Perch Prada aveva egli mentito, raccontando una battaglia? Era tutta una complicazione di passioni e di lotte oscure, nelle cui tenebre Pietro si smarriva, come si smarriva anche tentando di ricostituire il conflitto formidabile che doveva aver agitato il cervello di quell'uomo, durante la notte del ballo.
Non poteva rivederselo al fianco, evocarlo durante il ritorno mattutino al palazzo Boccanera senza fremere, indovinando confusamente la cosa spaventevole, decisa da lui davanti a quella porta. D'altronde, nonostante le oscurit e le impossibilit, e sia che avesse agito contro il cardinale, o piuttosto nella speranza di una freccia sviata che lo vendicasse, pensando al capriccio del bieco destino, il fatto terribile era evidente. Prada sapeva, Prada poteva fermare il destino, ed invece aveva lasciato che compiesse la sua opera di morte.
Ma Pietro, voltando la testa, scorse don Vigilio in disparte, sopra la seggiola, d'onde non si era mosso, cos sconvolto e cos livido che lo credette colpito anche lui.
- Vi sentite male?
Sulle prime pareva che il segretario non potesse rispondere, tanto il terrore gli chiudeva la gola.
Poi, a voce sommessa:
- No, no... non ne ho mangiati... Ah, gran Dio! Quando penso che ne avevo una gran voglia e che non mi sono trattenuto che per deferenza, vedendo che il cardinale non ne prendeva!
Ebbe un lieve brivido in tutta la persona al pensiero di essere stato salvato dalla sua umilt. E serbava sulle mani, sul viso, il gelo della morte vicina che lo aveva sfiorato.
Poi sospir due volte, mentre nel suo raccapriccio faceva un gesto come per respingere la cosa atroce, bisbigliando:
- Ah, Paparelli! Paparelli!
Molto turbato, Pietro, sapendo quello che pensava del caudatario, procur di ottenere qualche rivelazione.
- Che cosa? Che volete dire? Lo accusate forse? Credete che lo abbiano spinto e che siano essi al postutto?
La parola "gesuiti" non fu nemmeno pronunziata, ma la lugubre ombra nera pass nel gaio sole della sala da pranzo, che per un momento parve soffusa delle sue tenebre.
- Essi! ah! s! ? grid don Vigilio ? sono essi dappertutto! Essi sempre! Quando si piange, quando si muore, essi c'entrano; sono essi,  la loro opera!... E la cosa era preparata per me, stupisco di non esserci rimasto.
Mormor di nuovo il suo sordo gemito di paura, di esecrazione e di collera:
- Ah, Paparelli! Ah, Paparelli!
Poi tacque, rifiutando ormai di rispondere, e fissando con gli occhi stralunati le pareti della sala, quasi si aspettasse di vederne a sbucare il caudatario, con la faccia floscia e grinzosa da zitellona, il muto trottarello da topolino, le mani di mistero e d'invasione, che erano andate in credenza a prendere il canestro dei fichi dimenticati, per portarlo in tavola.
Entrambi si decisero allora a tornare in camera, dove si poteva aver bisogno di loro, e Pietro fu colpito dallo spettacolo straziante che quel luogo presentava.
Da mezz'ora il dottor Giordano, sospettando il veleno, impiegava inutilmente i rimedi consueti: gli emetici, la magnesia; aveva anche fatto sbattere da Vittorina dei bianchi d'uova nell'acqua. Ma il male progrediva con rapidit cos fulminea, che ogni soccorso diventava vano ormai.
Spogliato e steso supino, col busto sorretto da guanciali e le braccia allungate sulla rimboccatura, Dario era spaventoso in quella specie di ebbrezza piena di ansia che caratterizzava quel morbo misterioso e terribile, a cui monsignor Gallo ed altri avevano gi dovuto soggiacere.
Sembrava colpito da un torpore di vertigine: gli occhi si infossavano sempre pi nell'orbita nera, mentre tutto il volto si essiccava, invecchiando a vista d'occhio, invaso da un'ombra grigia, color della terra.
Affranto, aveva chiuso gli occhi da un momento, e la vita non si rivelava in lui che nei lunghi e penosi sussulti che gli sollevavano il petto.
In piedi, al capezzale, curva su quel misero viso di agonizzante, stava Benedetta, spasimando dei suoi spasimi, invasa da dolore tanto impotente che ella stessa era irriconoscibile, cos bianca, cos smunta per l'ansiet, che sembrava la morte afferrasse a poco a poco anche lei!
Nel vano della finestra, dove il cardinale Boccanera aveva condotto il dottor Giordano, vi fu uno scambio di parole sommesse.
- Egli  perduto, non  vero?
Il dottore, commosso anche lui, fece un gesto disperato, da uomo vinto.
- Pur troppo, ahim! Debbo avvertire Vostra Eminenza che fra un'ora tutto sar finito.
Regn un breve silenzio.
- E si tratta della stessa malattia che ha portato via Gallo, eh?
Poi, siccome il dottore non rispondeva, tremando ed evitando di guardarlo.
- Di una febbre infettiva, insomma?
Giordano intendeva perfettamente quello che il cardinale gli chiedeva in quel modo. Era il silenzio, il delitto sepolto per sempre, per la buona fama di sua madre, la Chiesa. E nulla era pi nobile e di una pi eccelsa maest tragica di quel vecchio di settant'anni, ancora cos dritto e cos imperioso, che non voleva che la sua famiglia spirituale potesse decadere, come non permetteva che la sua famiglia umana venisse travolta nella inevitabile sozzura di un processo clamoroso. No, no! il silenzio, il silenzio sempiterno, in cui tutto si placa e si scorda.
Ed il dottore, col suo fare blando, spirante una discrezione clericale, fin coll'arrendersi.
- Evidentemente, una febbre infettiva, come dice benissimo Vostra Eminenza.
Subito, delle grosse lagrime riapparvero negli occhi di Boccanera.
Adesso che aveva messo Dio in Salvo, sanguinava di nuovo nella sua carne.
Scongiur il medico di tentare uno sforzo supremo, di provare l'impossibile; ma questi crollava il capo, additando l'infermo, con le povere mani tremanti.
Non avrebbe potuto nulla nemmeno per suo padre e sua madre. La morte era vicina.
A che scopo stancare, torturare un moribondo, di cui non poteva che aggravare gli spasimi?
E siccome il cardinale, pensando alla catastrofe gi prossima, si disperava pensando che sua sorella Serafina non potrebbe abbracciare per l'ultima volta il nipote, se indugiava al Vaticano, dove si trovava, il medico offr di andarla a prendere colla sua carrozza, rimasta alla porta. Era una corsa di venti minuti, ed egli sarebbe stato di ritorno negli ultimi momenti se v'era bisogno di lui.
Rimasto solo nel vano della finestra, il cardinale vi si trattenne ancora un momento immobile.
I suoi occhi offuscati dalle lagrime guardavano il cielo attraverso i vetri.
E le sue braccia frementi si alzarono in un gesto di fervida invocazione. Oh! Dio! Dio! Giacch la scienza degli uomini era cos tarda e cos vana, giacch il medico se ne andava, felice di dissimulare l'imbarazzo della sua impotenza, oh! Dio! perch non fare un miracolo, mostrando la forza del suo potere sconfinato? Un miracolo, un miracolo! Egli lo chiedeva dal fondo della sua anima di credente, con l'insistenza, con la preghiera imperativa di un principe della terra, che stimava di aver reso un immenso servizio al cielo, dando tutta la sua vita alla Chiesa.
Lo chiedeva per la perpetuazione della sua stirpe, perch l'ultimo maschio non sparisse cos deplorevolmente, perch potesse sposare quella vergine tanto amata, che se ne stava l, piangente e miserrima. Un miracolo, un miracolo a pro di quei due cari fanciulli!
Un miracolo che facesse rinascere la famiglia! Un miracolo che perpetuasse il nome glorioso dei Boccanera, permettendo che da quei giovani sposi derivasse una prosapia innumerevole di uomini baldi e credenti!
Quando torn in mezzo alla camera, il cardinale apparve trasfigurato, con le lagrime asciugate dalla fede, l'anima forte ormai e rassegnata, scevra di qualsiasi fiacchezza.
S'era rimesso nelle mani di Dio, aveva deciso di dare egli stesso l'estrema unzione a Dario. Con un cenno, chiam don Vigilio, lo condusse nella cameretta vicina che gli serviva di cappella e di cui teneva sempre le chiavi. In casa Boccanera quella camera nuda, in cui nessuno entrava mai e dove non si vedeva che un piccolo altare di legno inverniciato, a cui sovrastava un gran crocifisso di bronzo, passava per un luogo santo, ignoto e terribile, in cui Sua Eminenza il cardinale, a quanto si diceva, stava alle volte delle notti intere genuflesso, in colloquio con Dio in persona.
E perch egli vi entrasse pubblicamente, perch ne lasciasse la porta aperta in tal modo, bisognava che volesse sforzare Iddio ad uscirne con lui, nel suo appello al miracolo.
Dietro l'altare v'era un armadio dove il cardinale and a prendere la stola ed il camice.
Vi si trovava anche l'astuccio dell'olio santo, un'antichissima busta d'argento, con lo stemma dei Boccanera. Poi don Vigilio essendo entrato dietro l'ufficiante nella camera dell'infermo, per assisterlo, le parole latine si alternarono subito.
- Pax huic domui.
- Et omnibus abitantibus in ea.
La morte giungeva, cos minacciosa, cos prossima, che era forza sopprimere tutti i preparativi consueti. Non vi erano n i due ceri, n la piccola tavola coperta di tovaglia bianca. Cos pure l'assistente non aveva portato n acquasantino, n aspersorio, per cui l'ufficiante dovette limitarsi a fare il gesto, benedicendo la camera ed il morente, mentre proferiva le parole del rituale:
- Asperges me, Domine, hyssopo, et mundabor; lavabis me, et super nivem dealbabor.
Quando vide apparire il cardinale con l'olio santo, Benedetta cadde in ginocchio ai piedi del letto con un lungo brivido, mentre Pietro e Vittorina si inginocchiavano anch'essi un po' pi in l, rimescolati dalla dolorosa maest di quello spettacolo.
E la contessina non staccava gli occhi, gli occhi immensi dilatati nel volto bianco come neve, dal suo Dario che non ravvisava pi, terreo, con la pelle indurita e grinzosa come quella di un vecchio.
E non era pel loro matrimonio, accettato e desiderato da lui, che lo zio, quell'onnipotente principe della Chiesa, portava il sacramento, era per la separazione suprema, la fine umana di ogni orgoglio, la morte che esaurisce e spazza via le progenie come il vento spazza la polvere dalle strade.
Egli non poteva indugiare, e recit rapidamente il Credo:
- Credo in unum Deum...
- Amen! ? rispose don Vigilio.
Dopo la preghiera del rituale, quest'ultimo balbett le litanie, perch il cielo si prendesse piet dell'uomo miserando che stava per comparire davanti a Dio, se Dio non gli faceva grazia.
Allora, senza neppur prendere il tempo di lavarsi le dita, il cardinale apr la busta dell'olio santo, e limitandosi ad una sola unzione, come era lecito nei casi urgenti, pos, con l'estremit dell'ago d'argento, una sola goccia sulla bocca arida, gi avvizzita dalla morte.
- Per istam sanctam unctionem, et suam piissimam misericordiam, indulgeat tibi Dominus quidquid per visum, auditum, odoratum, gustum, tactum, deliquisti.
Ah! con che cuore avvampante di fede egli li profferiva, quegli appelli al perdono, perch la misericordia divina cancellasse i peccati commessi dai cinque sensi, quelle cinque porte dell'eterna tentazione, aperte sull'anima! Ma perdurava in lui la speranza che se Dio aveva colpito la povera creatura per le sue colpe, le userebbe forse la totale indulgenza di renderla alla vita, quando le avesse perdonato. La vita, oh! signore! la vita perch quell'antica stirpe dei Boccanera continui a pullulare ed a servirti attraverso i secoli, nelle battaglie e davanti agli altari!
Per un attimo, il cardinale rimase con le mani frementi, guardando la faccia muta, gli occhi chiusi del moribondo, in attesa del miracolo.
Nulla accadde, non un raggio rifulse.
Don Vigilio aveva asciugato la bocca con un fiocco di bambagia, senza che un respiro di sollievo uscisse dal labbro.
E detta l'ultima orazione, l'uffiziante torn nella cappella, seguto dall'assistente, mentre lo spaventoso silenzio di prima si diffondeva di nuovo nella camera.
E col si inginocchiarono entrambi, ed il cardinale si sprofond in una preghiera ardente sul suolo nudo. Con gli occhi alzati verso il Crocifisso di bronzo, non vedeva pi nulla, non udiva pi nulla, dando tutto s stesso, scongiurando Ges di prenderlo in luogo del nipote, se ci voleva un olocausto, non disperando di placare l'ira celeste, finch Dario serbava un soffio di vita ed egli stesso sarebbe in ginocchio cos, a colloquio con Dio.
Egli era in pari tempo cos umile e cos superbo!
Non avrebbe dunque pi luogo l'intesa fra Dio e Boccanera?
Il vecchio palazzo avrebbe potuto inabissarsi senza che egli udisse lo sfacelo delle sue travi?
In camera frattanto, nulla ancora era mutato, sotto la maest tragica che la cerimonia vi aveva lasciata.
E fu allora soltanto che Dario apr gli occhi. Si guard le mani, le vide cos invecchiate, cos rimpicciolite che un rammarico intenso della vita gli apparve in fondo agli occhi. Probabilmente in quell'attimo di lucidit che venne a scuoterlo, in mezzo al torpore del veleno, ebbe per la prima volta la coscienza del suo stato. Ah! morire fra gli spasimi, in una tal decadenza, che orrore raccapricciante per quell'essere di leggerezza e d'egoismo, per quell'amante della bellezza, della letizia e della luce, che non sapeva sopportare il dolore!
Con troppa crudelt, il destino feroce castigava in lui la sua razza esaurita. Si fece orrore, fu preso da una disperazione, da un raccapriccio da fanciullo, che gli diedero la forza di sollevarsi e di guardarsi attorno con sguardo atterrito per vedere se tutti l'avevano abbandonato.
E quando il suo sguardo incontr Benedetta, sempre genuflessa ai piedi del letto, ebbe uno slancio supremo verso di lei, le stese tutte e due le braccia, con quanta passione le sue forze gli concedevano, balbettando il suo nome.
- Oh, Benedetta! Benedetta!
Lei, immobile, non aveva mai staccato gli occhi da lui, nel torpore della sua attesa. Pareva che il morbo orribile che portava via l'amante, s'impadronisse sempre pi di lei, annientandola, man mano che egli si affievoliva.
Essa diventava di una bianchezza immateriale: e dai fori delle pupille chiarissime, si cominciava a vedere l'anima.
Ma quando lo scorse, risuscitato, che le stendeva le braccia e la chiamava, si alz anche lei, e si avvicin, rimanendo in piedi vicino al letto.
- Vengo, Dario mio... Eccomi! eccomi!
Ed allora Pietro e Vittorina, sempre inginocchiati, furono testimoni d'un atto sublime, di una grandezza cos straordinaria, che restarono inchiodati al suolo, come se avessero assistito ad uno spettacolo extra-terrestre in cui gli umani non avevano diritto d'intervenire.
Benedetta medesima parlava ed agiva come una creatura prosciolta da ogni vincolo convenzionale e sociale, una creatura gi fuori dell'esistenza, che non vede e non interpella pi gli esseri e le cose che da una grande lontananza, dal fondo dell'oceano in cui sta per scomparire.
- Ah! Dario mio, hanno voluto separarci. S, separarci, perch io non potessi darmi a te. La tua morte l'hanno decisa perch non potessimo mai essere felici nel nostro amore, sapendo bene che con la tua vita avrebbe fine la mia... Ed  quell'uomo che ci uccide. S, egli  il tuo assassino, seppur un altro ti ha colpito. E' lui la prima origine delle nostre sventure ? lui che mi ha rapita alle tue braccia, mentre stavo per essere tua, lui che ha funestato la nostra esistenza, che ha diffuso attorno di noi il veleno esecrabile di cui moriamo... Ah! quanto lo odio, quanto lo odio... e come vorrei schiacciarlo sotto quell'odio, prima di andarmene fra le tue braccia!
Non alzava la voce, dicendo quelle cose terribili in un bisbiglio cupo, semplicemente, appassionatamente. Non nomin neppure Prada e si volse appena verso Pietro, colpito d'immobilit dietro di lei, per soggiungere, con tuono di comando:
- A voi, che vedrete suo padre, do l'incarico di dirgli che ho maledetto suo figlio. S, lui, l'eroe, mi ha portato molto amore, ed io lo amo ancora molto, e questa mia parola che gli recherete gli strazier il cuore. Ma voglio che egli sappia tutto, deve saperlo per la verit e la giustizia.
Smarrito per la paura, singhiozzando in una convulsione estrema, Dario stese di nuovo le braccia, avvedendosi che ella non lo guardava pi, che i suoi occhi limpidi non erano pi fissati nei suoi.
- Benedetta, Benedetta!...
- Vengo, vengo, Dario mio... Eccomi!
Si era avvicinata ancora pi, lo toccava quasi, in piedi vicino al letto.
- Ah! quel giuramento che ho fatto alla Madonna di non essere di nessun uomo, di non essere nemmeno tua, prima che Dio lo avesse permesso colla benedizione di uno dei suoi sacerdoti! Mettevo un valore speciale, una nobilt divina nell'essere immacolata, vergine come la Vergine, ignara delle vilt e delle profanazioni della carne. Ed era anche un dono di amore raro e squisito, di prezzo inestimabile che volevo fare all'amante eletto dal mio cuore, perch egli fosse l'unico signore dell'anima mia e della mia persona, per sempre... Quella verginit di cui ero cos superba, l'ho difesa contro l'altro, con le unghie e coi denti, come ci si difende contro un lupo: l'ho difesa contro di te, col pianto, perch tu non ne profanassi il tesoro, in un accesso di delirio sacrilego, prima dell'ora santa delle delizie lecite... E se tu sapessi quale lotta terribile sostenevo anche contro me stessa per non cedere! Un folle impulso mi spingeva a gridarti di prendermi, di possedermi, di portarmi via con te. Ed era tutto te stesso che volevo, e tutta me stessa che ti davo, s, senza restrizione, da donna che sa tutto e accetta tutto, e reclama tutto l'amore, quello che fa le spose e le madri. Ah! il mio giuramento alla Madonna, con che sforzo lo tenevo; quando il vecchio sangue mi suscitava delle tempeste nelle vene, ed ora, che disastro!
Si avvicin ancor pi, mentre la sua voce sommessa si faceva pi ardente:
- Ti ricordi la sera in cui sei tornato con una coltellata nella spalla? Ho creduto che tu fossi morto, ho gridato di furore, all'idea che te ne andavi, che io stavo per perderti, prima che avessimo conosciuto la felicit. Bestemmiavo la Madonna, rimpiangevo in quel momento di non essermi dannata con te, volevo morire con te, allacciati entrambi in un amplesso cos forte, che sarebbero stati costretti a seppellirci insieme... E dire che quel terribile ammonimento non doveva servirmi, che sono stata tanto stolta, tanto cieca da non intendere la lezione. Eccoci colpiti di nuovo, ecco che ti rapiscono al mio amore e che tu te ne vai, prima che io mi sia data a te, quando ne ero ancora in tempo... Ah! sciagurata superba che sono, sognatrice imbecille!
Nella sua voce soffocata ruggiva ora lo sdegno di quella donna positiva e sensata che ella era sempre stata, contro la sognatrice, la superstiziosa. Poteva la Madonna, cos maternamente pietosa, volere la sventura degli innamorati? Poteva risentire sdegno e tristezza nel volerli abbracciati, pieni di estasi, e felici? No, no! Gli angeli non piangono quando due amanti si amano sulla terra, anche senza la sanzione del prete: sorridono anzi ed intuonano cantici di letizia.
Ed era certamente una stoltezza non bearsi delle volutt d'amore sotto il sole, quando il sangue della vita pulsava nelle vene.
- Benedetta, Benedetta! ? ripeteva il moribondo, nello spavento da fanciullo che sentiva di andarsene cos solo, in fondo all'eterna notte nera.
- Eccomi, eccomi! Dario mio... Vengo!
Poi, immaginandosi che la cameriera, sempre immobile, avesse fatto un gesto per alzarsi ed impedirle l'atto:
- Lasciami, lasciami, Vittorina; nulla al mondo pu impedire oramai quel fatto, perch  pi forte di tutto quaggi, pi forte della morte. Un momento fa, mentre ero in ginocchio, un impulso, una possa segreta mi ha fatta sorgere, mi ha spinta. So dove vado... E, d'altronde, non l'ho giurato la sera della ferita? Non ho promesso di essere sua soltanto, fin sotterra se occorreva? Che io mi unisca a lui nell'amplesso e che egli mi porti via seco! Saremo morti e maritati e per sempre!
Torn verso il moribondo, tanto vicino a lui da toccarlo, ora.
- Dario mio, eccomi, eccomi!
Ed allora accadde una cosa inaudita.
Nella sua esaltazione crescente, nella fiamma d'amore che l'accendeva, essa cominci a svestirsi senza fretta. Prima si tolse e lasci cadere la vita, e le braccia bianche e le bianche spalle rifulsero: poi le gonnelle scivolarono in terra, ed i piedi bianchi, le bianche caviglie, scalze fiorirono sul tappeto; poi gli ultimi veli sparirono ad uno ad uno, ed il ventre bianco, il seno bianco, le coscie bianche si rivelarono in una fioritura bianca. Ella si era tolta ogni cosa, fino all'ultimo velo, con un'audacia ingenua, una tranquillit sovrana, come se fosse stata sola.
E se ne stava ritta, come un lungo giglio, nella sua nudit liliale, nella sua sovranit sdegnosa, ignara degli sguardi. Rischiarava, profumava la camera funerea con la bellezza del suo corpo, un portento di bellezza, la perfezione viva del marmo pi mirabile, un collo da regina, un seno da dea guerriera, una linea ardita e flessuosa dalle spalle al tallone, una rotondit divina delle membra e dei fianchi,
Ed era cos bianca, che n le statue di marmo, n le colombe, n la neve stessa erano mai apparse pi bianche.
- Dario mio, eccomi, eccomi!
Quasi gente che la vista di un'apparizione soprannaturale, di un fiammeggiare glorioso di visione santa, getta a terra esterrefatta, Pietro e Vittorina la guardavano con occhi abbagliati, offuscati.
Questa non aveva fatto un passo per fermarla nell'azione straordinaria, invasa da quella specie di rispettoso terrore che si prova davanti alle follie della passione e della fede.
E lui, paralizzato, sentiva nella camera un soffio cos grandioso, che tremava per un brivido di ammirazione strambasciata.
Nulla d'impuro spirava da quella nudit di neve e di giglio, da quella vergine tutto candore e purezza, di cui la persona pareva risplendesse di luce propria, fulgore stesso dell'ardente passione di cui avvampava. Essa non lo feriva nella sua delicatezza, essa gli appariva un'opera di verit trasfigurata dal genio.
- Dario mio, eccomi, eccomi!
E Benedetta, essendosi coricata, abbracci in una stretta Dario agonizzante, di cui le braccia ebbero solo la forza di richiudersi sopra di lei.
Finalmente lo aveva voluto, quell'atto, nella sua freddezza apparente, nel candore liliale della sua ostinazione, sotto cui ruggiva un purpureo furore d'incendio.
Quell'impeto l'aveva sempre consumata, anche nelle ore di calma. Oggi che il nefando destino le rubava l'amante, rifiutava di rassegnarsi a quell'inganno, di perderlo senza esserglisi concessa, poich aveva avuto la stoltezza di non darsi quando erano entrambi ridenti di giovent, raggianti di forza.
E nella sua follia prorompeva la ribellione della natura, la protesta inconsapevole della donna che non voleva morire infeconda, inutile, come il grano portato via da un nembo, il grano da cui non germoglier pi nuova vita.
- Dario mio, eccomi, eccomi!
Lo abbracciava con tutte le membra nude, con tutta l'anima nuda.
Ed in quel momento Pietro vide sulla parete, al capezzale del letto, lo stemma dei Boccanera, un antico ricamo d'oro e di sete colorate sopra un fondo di velluto violetto.
S, era veramente il drago alato, sbuffante delle fiamme: era il motto fiero e ardente: Bocca nera Alma rossa, la bocca ottenebrata da un ruggito, l'anima fiammeggiante come un braciere di fede e di amore.
Era risorta quella vecchia stirpe di passione e di violenza, dalle tradizioni tragiche, risorta per spingere l'ultima e adorabile sua figliuola, a quell'immane e portentoso connubio nella morte.
E la vista dello stemma ricamato evoc anche un altro ricordo in lui, quello del ritratto di Cassia Boccanera, l'innamorata e la vendicatrice che si era gettata nel Tevere col fratello Ercole ed il cadavere dell'amante Flavio Corradini.
Non era la stessa stretta disperata che tentava di vincere la morte, la stessa fierezza che si scagliava nell'abisso col cadavere dell'amato, il prescelto, e l'unico? Si somigliavano come sorelle, quella che riviveva, lass, nella vecchia tela e quella che moriva della morte dell'amante, come se quest'ultima non fosse stata che lo spettro dell'altra entrambe avendo gli stessi tratti delicatissimi, la stessa bocca cupida di baci, gli stessi grandi occhi sognanti, nello stesso visino tondo, assennato e caparbio.
- Dario mio, eccomi, eccomi!
Per un'eternit, che dur forse un secondo, essi si tennero abbracciati... Benedetta metteva in quell'abbraccio la frenesia del dono di s stessa, una frenesia sacra che si allargava al di l della esistenza terrena, sin nel tenebroso infinito che si iniziava gi per loro.
Ella si confondeva a lui, entrava in lui senza terrore, n ripugnanza del morbo che lo rendeva irriconoscibile, e lui, che era spirato nella gran felicit di quella dolcezza finalmente concessagli, rimaneva con le braccia strette e convulsivamente allacciate attorno a lei, quasi la portasse via seco.
Fu per lo spasimo di quel possesso incompleto, pel rammarico della sua verginit inutile, che non poteva pi essere fecondata? Oppure fu nell'esultanza suprema di aver consumato il matrimonio con tutta la forza di volont dell'esser suo?
Una tale onda di sangue riflu al cuore di Benedetta in quell'amplesso della morte impotente, che quel cuore scoppi...
Ed ella mor sul seno del morto amante, tutti e due allacciati in forte stretta e per sempre chiusi l'uno tra le braccia dell'altra.
Si ud un gemito, Vittorina si era accostata, avendo compreso; mentre Pietro, in piedi anche lui, tremava di ammirazione e di piet, trasportato da quella scena sublime.
- Guardate, guardate ? mormor con voce molto sommessa la donna ? non si muove pi, non respira pi. Povera la mia bambina, povera bambina! E' morta!
Ed il prete mormor:
- Come sono belli, oh Dio!
Era vero; bellezza pi sublime, bellezza pi abbagliante non aveva mai sfolgorato sopra sembianze di morti... Il volto di Dario, poco prima terreo e decrepito, aveva ora assunto una bianchezza, una maest di marmo, coi tratti affilati, purificati come in uno slancio di letizia ineffabile.
Benedetta rimaneva molto seria, con le labbra strette come in forte tensione di volont, mentre tutto il volto esprimeva una beatitudine dolorosa ed infinita, in un candore infinito. I loro capelli si confondevano, e gli occhi, aperti, che si figgevano gli uni negli altri, continuavano a guardarsi senza fine, in una volutt di carezza eterna.
Essi erano la coppia abbracciata per sempre, la coppia che aveva preso il volo per l'immortalit, nel gaudio della sua unione, e che, vincendo la morte, sfolgorava della bellezza esultante dell'amore immortale e vittorioso.
Ma Vittorina rompeva finalmente in singhiozzi, misti a tali gemiti e lamenti che ne risult uno scompiglio generale.
E Pietro, rimescolato, non riusc a spiegarsi in che modo la camera si trovasse improvvisamente piena di gente, invasata dal terrore e dalla disperazione. Si vedeva che il cardinale era accorso dalla cappella con don Vigilio, e che, nello stesso punto, probabilmente, il dottor Giordano riconduceva donna Serafina, avvertita della morte imminente del nipote, poich la vedeva anch'essa ora, sbalordita da quei fulmini, calati successivamente a colpire la casa.
Il dottore stesso aveva quel turbamento, pieno di stupore, dei vecchi medici di cui l'esperienza  continuamente atterrita da fatti sconosciuti; e tentava di dare qualche schiarimento, parlando con esitanza della possibilit di un aneurisma, o forse di un embolia.
Vittorina, da serva che il dolore metteva al livello dei padroni, ebbe il coraggio di interromperlo:
- Oh! signor dottore, si amavano troppo; non basta questo per morire insieme?
Donna Serafina, dopo aver baciato i cari fanciulli in fronte, volle chiudere i loro occhi. Ma non pot riuscirvi: le palpebre si riaprivano appena il dito se ne staccava, e gli occhi tornavano a sorridersi, a scambiare la carezza del loro sguardo d'eternit.
E, siccome parlava di dividere le due salme, per decenza, di provarsi a sciogliere le loro braccia, Vittorina protest di nuovo:
- Oh! signora, oh! signora... Sarebbe pi facile spezzarli che dividerli... Guardate un po': si direbbe che le dita si siano incarnate nelle spalle; non si lasceranno mai pi!
Allora il cardinale intervenne: Dio non aveva fatto il miracolo.
Egli era livido, senza una lagrima, in una disperazione gelida che lo rendeva ancora pi maestoso.
Fece un gesto altero di assoluzione e di santificazione come se, disponendo della volont del cielo, da quel principe della Chiesa che era, accettasse i due amanti abbracciati davanti al tribunale supremo, largamente sdegnoso delle convenienze, di fronte a quel caso di amore sublime, commosso sino nelle pi intime latebre dai patimenti della loro vita e dalla bellezza tragica della loro morte.
- Lasciateli, lasciateli, sorella mia, non li turbate nel loro sonno... Restino aperte le loro pupille, giacch essi vogliono aver tempo di guardarsi sino alla consumazione dei secoli, senza mai esserne sazi! E dormano in un abbraccio, poich non hanno commesso peccati durante la loro esistenza e non si sono allacciati in quella stretta che per adagiarsi sotterra!
E, risorgendo in lui il principe romano, dal sangue orgoglioso, bollente ancora per le antiche avventure di battaglie e di amore, soggiunse:
- Due Boccanera possono dormire cos; tutta Roma li ammirer e li pianger... Lasciateli, oh sorella, lasciateli l'uno all'altra. Dio li conosce e li attende!
Tutti gli astanti si erano inginocchiati; il cardinale recit egli stesso le preci dei morti; la notte calava, un'ombra sempre pi fosca invadeva la camera, dove, di l a poco, due fiammelle di ceri arsero come due stelle.
Poi Pietro si ritrov, senza saper come, nel giardinetto abbandonato sulle rive del Tevere.
Doveva esservi sceso per bisogno d'aria, soffocando nell'eccesso di stanchezza e di dolore.
Le tenebre sommergevano il cantuccio delizioso, l'antico sarcofago in cui il sottile filo d'acqua, stillante dal mascherone tragico, cantava la sua esile canzoncina da flauto; ed il lauro che l'ombreggiava, i bossi amari, gli aranci delle aiuole, non erano pi che delle macchie indistinte sotto il cielo di un azzurro nerastro.
Ah! come era dolce e gaio in quella mattina, il soave giardinetto malinconico!
E che eco desolata vi avevano lasciata le risa di Benedetta, quella gioia soave che squillava la festa della felicit vicina, quella gioia che ormai giaceva lass, infranta, nell'annichilimento delle persone e delle cose!
Un'angoscia cos amara gli strinse il cuore che ruppe in alti singhiozzi, nel luogo stesso in cui ella stava seduta al mattino, sul frammento di colonna abbattuta, nell'aria che aveva respirato ed in cui pareva che aleggiasse ancora la sua pura fragranza da donna adorabile.
Ad un tratto, un orologio lontano suon le sei.
E Pietro diede un sobbalzo, ricordando che era quella sera stessa, alle nove, che il Papa doveva riceverlo; fra tre ore dunque.
Non vi aveva pensato durante la spaventosa catastrofe: gli pareva che fossero passati mesi e mesi, e quel ricordo sorgeva in lui come quello d'un antichissimo appuntamento a cui, dopo anni d'assenza, si giunge invecchiati, col cuore ed il cervello trasmutati da innumerevoli vicende.
E durava somma fatica a raccapezzarsi.
Fra tre ore andrebbe al Vaticano, vedrebbe finalmente il papa.
...
.
...
14.
...
.
...
Mentre Pietro sboccava dal Borgo davanti al Vaticano, l'orologio lasci cadere, nel silenzio profondo del rione gi velato d'ombra e sonnacchioso, un rintocco sonoro, la mezza delle otto.
Aveva anticipato, e decise quindi di aspettare venti minuti per non trovarsi alla porta degli appartamenti che alle nove, l'ora esatta dell'udienza.
E quella sosta fu un sollievo per lui, nel turbamento e nella tristezza infinita che gli torturavano l'anima.
Era affranto, con le ossa peste pel tragico pomeriggio passato in fondo a quella camera funebre in cui Dario e Benedetta dormivano abbracciati il loro ultimo sonno.
Non aveva potuto mandar gi un boccone, avendo sempre davanti a s l'imagine fiera e dolorosa dei due amanti, e cos assorto nel loro ricordo, che dei sospiri involontari gli sfuggivano dalle labbra, mentre le lagrime gli salivano continuamente agli occhi.
Ah! come avrebbe voluto nascondersi, piangere a suo talento, sfogare quell'immenso bisogno di lagrime che lo torturava!
E quell'emozione invadeva tutto l'essere suo, la morte pietosa dei due amanti, si associava in lui al lamento che spirava dal suo libro e lo penetrava tutto, di una piet ancora pi profonda, di un vero spasimo di carit per tutti i miserabili e gli sciagurati di questo mondo, tanto disperato nel fare quell'evocazione di tutte le piaghe fisiche e morali di quel Parigi, di quella Roma dove aveva veduto tanti patimenti ingiusti e mostruosi, che temeva, ad ogni passo, di scoppiare in singhiozzi, con le braccia stese verso il cielo nero.
Allora, per acquietarsi un po', si diede a camminare su e gi lentamente per la piazza di San Pietro.
A quell'ora di notte, la piazza era un'immensit di tenebre e di solitudine.
Giungendo, gli era sembrato di perdersi in un mare d'ombra. Ma, a poco a poco, i suoi occhi vi si abituavano. Il largo spazio non era illuminato che da quattro candelabri a sette becchi, sorgenti ai quattro lati dell'obelisco e da qualche fanale a destra ed a sinistra, lungo i fabbricati che salgono verso la basilica.
Sotto il doppio portico del colonnato, altre lampade ardevano di luce giallastra, tra la gigantesca selva delle quattro file di pilastri, di cui facevano spiccare in modo bizzarro il fusto.
E sulla piazza non si vedeva altro che l'obelisco scialbo che sorgeva come forma spettrale.
Anche la facciata di San Pietro si rivelava, ma appena distinta, come in sogno, e chiusa e morta, e di una maest straordinaria per grandiosit, immobilit e silenzio.
Non si poteva distinguere la cupola, che appariva solo sul cielo come una immensa rotondit azzurrognola. Sulle prime, Pietro aveva udito, senza vederle, il gorgoglio delle fontane in un punto indistinto di quell'oscurit confusa, poi fin col discernere il fantasma mobile e sottile dei getti perenni che ricadevano in pioggia.
Ed al disopra della piazza immensa, si stendeva il cielo immenso senza luna, di fosco velluto turchino, un cielo in cui le stelle assumevano una grossezza ed uno splendore di carbonchii, il Carro rovesciato sulla tettoia del Vaticano, con le sue ruote d'oro, il suo timone d'oro. Orione splendido, punteggiato dai tre astri d'oro del suo balteo, laggi sopra Roma, dal lato della via Giulia.
Pietro alz gli occhi sul Vaticano. Ma non vide che una catasta di facciate confuse in cui ardevano due sole fiammelle nel piano dov'era l'appartamento del papa.
Soltanto la Corte di San Damaso, rischiarata nell'interno, nella facciata di fondo ed in quella di sinistra, scintillava, imbiancata dal riverbero delle grandi vetrate da serra.
E non un rumore, non un movimento, neppure un oscillare delle ombre.
Due persone attraversarono l'immensit della piazza, ne venne una terza che spar anch'essa; poi non si ud che una cadenza di passi regolari, lontanissima.
Era il deserto assoluto: n passeggiatori, n viandanti, nemmeno l'ombra di un vagabondo sotto le colonne, nella selva dei pilastri, vuota come le selvaggie foreste centenarie delle et primitive.
E che deserto solenne, che silenzio di desolazione eterna! Egli non aveva mai provato un'impressione di sonno pi vasto e pi nero, di una pi maestosa grandezza di morte.
Alle nove meno dieci, Pietro, decidendosi, mosse verso la porta di bronzo.
Una sola delle imposte era aperta, in fondo al portico di destra, tra le fitte tenebre che sommergevano quella parte.
Ricordava le istruzioni precise dategli da monsignor Nani: domandare ad ogni porta il signor Squadra, senza aggiungere sillaba ? ed ogni porta si aprirebbe, non avrebbe altro da fare che seguire chi lo guidasse.
Nessuno al mondo ora sapeva che egli fosse col, poich Benedetta non era pi.
Quando ebbe varcata la porta di bronzo e si trov davanti alla guardia svizzera, che, immobile, custodiva l'entrata, con fare sonnolento, disse solo la parola convenuta:
- Il signor Squadra.
E la guardia svizzera, non essendosi mossa e non avendogli vietato il passo, egli s'inoltr, svoltando subito a destra nel grande atrio della Scala Pia, la scala di sasso dell'enorme vano quadrato che sale alla corte di San Damaso.
E neppure un'anima, null'altro che l'eco soffocata dei suoi passi, null'altro che la luce dormente dei becchi di gaz, che i globi appannati velavano di blanda bianchezza.
Pietro si ricord, nell'attraversare quella corte, che l'aveva gi veduta dalle loggie di Raffaello, col suo portico, la sua fontana, il suo selciato bianco sotto il solleone.
Ma non vi trovava le cinque o sei carrozze in attesa, coi cavalli immobili, i cocchieri impalati a cassetta.
Era una solitudine, un vasto quadrato nudo e scialbo, dormente, in sonno sepolcrale, sotto la tetra luce delle lampade, di cui i riverberi imbiancavano le grandi vetrate delle tre facciate.
E Pietro, un po' inquieto, preso dal lieve brivido del vuoto e del silenzio, affrett il passo, dirigendosi a destra, verso la scalinata, protetta da una tettoia, di cui i pochi gradini mettono alla scala degli appartamenti.
Col stava ritto uno stupendo gendarme, in gran tenuta.
- Il signor Squadra?
Senza una parola, il gendarme addit la scala con un cenno.
Pietro sal.
Era una scala larghissima, con gradini bassi, ringhiera di marmo bianco e mura rivestite di stucco giallastro. Si capiva che per savia parsimonia avevano gi abbassate le fiamme del gas nei globi di cristallo appannato.
E sotto quel riverbero da lampada notturna, la maestosa nudit di quella scala cos scialba e cos fredda, assumeva una solennit ineffabilmente malinconica.
Ad ogni ripiano vegliava una guardia svizzera, coll'alabarda: e nel sonno pesante che afferrava a poco a poco tutto il palazzo, non si udivano ormai che i passi regolari di quegli uomini che andavano e venivano senza posa, probabilmente per non soggiacere al torpore di tutte le cose.
Attraverso a quell'ombra invadente, in quel profondo silenzio pauroso, l'ascesa sembrava interminabile.
Ogni piano si suddivideva in una serie di rami, uno ancora ed un altro ed un altro.
Quando Pietro giunse al pianerottolo del secondo piano si figurava di salire da cent'anni.
Col davanti alla porta della Clementina, di cui solo l'imposta destra era aperta, vegliava un'ultima guardia svizzera.
- Il signor Squadra.
La guardia si tir in disparte lasciandolo passare.
La sala Clementina, immensa, sembrava senza limiti a quell'ora, nel barlume crepuscolare.
La decorazione cos ricca, le sculture, le pitture, le dorature si confondevano, non erano pi che una nebbiosa ornamentazione bionda, sopra delle mura da visione, in cui dormivano dei riflessi di gioielli e di gemme.
E del resto, non un mobile, il lastricato infinito, un vasto deserto che si perdeva in fondo all'oscurit. Finalmente, dall'altra parte, sembr a Pietro di scorgere delle forme, lungo una panchina. Erano tre guardie svizzere che sedevano col, sonnecchiando.
- Il signor Squadra.
Lentamente, una delle guardie si alz, sparve.
E Pietro comprese che doveva aspettare. Non os pi muoversi, turbato dal suono dei suoi passi sulle lastre di marmo. Si limit a guardarsi intorno, evocando le folle che avevano popolato quelle sale.
Oggi ancora, era la sala accessibile a tutti, e che tutti dovevano attraversare, null'altro che una sala di guardie, sempre piena di un tumulto di passi, di un andirivieni incessante. Ma che morte completa appena la notte l'invadeva e come era stanca e disperata di aver veduto sfilare tante cose e tanti esseri!
Finalmente la guardia torn e dietro di lei apparve, sul limitare della camera attigua, un uomo sulla quarantina, tutto vestito di nero, che aveva in pari tempo qualcosa del servitore di casa patrizia e del sagrestano di cattedrale.
Il suo viso era regolare e ben sbarbificato, con naso un po' grosso fra occhi grandi, fissi e chiari.
- Il signor Squadra ? disse Pietro per l'ultima volta.
L'uomo fece un inchino per dire che il signor Squadra era lui. Poi con un nuovo inchino invit il prete a seguirlo. Ed entrambi, l'uno dietro l'altro, si misero, senza fretta alcuna, per l'interminabile serie delle sale.
Pietro, informato del cerimoniale di cui aveva discorso pi volte con Narciso, riconobbe, passando, le sale diverse, ricordando la destinazione di ciascuna, evocandovi i personaggi che avevano il diritto di starvi.
A seconda del suo grado, ogni dignitario non pu varcare una certa porta; cosicch le persone che il papa deve ricevere, passano di mano in mano da quella dei servitori in quelle delle guardie nobili, poi in quelle dei camerieri d'onore, poi in quelle dei camerieri segreti, fino al Santo Padre.
Ma fin dalle otto, le sale si spopolavano, poche lampade ardevano solitarie sulle mensole, e non si vedeva che una fila di sale deserte, semibuie, sopite nell'annientamento augusto in cui si sprofondava tutto il palazzo.
E prima venne la sala dei servitori, i bussolanti, semplici uscieri, vestiti di rosso, collo stemma del papa, che hanno l'incarico di condurre i visitatori sino alla porta dell'anticamera d'onore.
A quell'ora tarda, ve n'era ancora uno, seduto sopra una panchina, in un angolo cos buio che la sua tunica di porpora sembrava nera. Alz la testa, lasci passare quei due, in quelle tenebre dove si spegneva tutta la pompa sfolgorante del giorno.
Poi attraversarono la sala dei gendarmi, dove era stabilito che i segretari dei cardinali e dei dignitari aspettassero il ritorno dei loro padroni, e quella sala era affatto vuota ? non vi si vedeva neppur una delle belle uniformi turchine, con cinture di cuoio bianco, neppure una delle sottane eleganti che vi si affollavano durante le ore splendide dei ricevimenti.
Vuota era pure la sala seguente, pi piccola, riserbata alla guardia palatina, quella milizia reclutata nella borghesia di Roma, che portava la tunica nera colle spalline d'oro ed il kep sormontato da pennacchio rosso.
Voltarono a destra, in un'altra fila di sale, e vuota era pure la prima in cui entrarono, la sala delle Tappezzerie, una sala d'aspetto stupenda, coll'alto soffitto dipinto ed i mirabili arazzi di Gobelins, firmati Audran, Ges che fa dei miracoli, e le Nozze di Cana.
Vuota anche la sala delle guardie nobili, con gli sgabelli di legno, la mensola a cui sovrasta un gran Crocifisso, fra un paio di lampade, la larga porta dello sfondo che d sopra un'altra cameretta, una specie di alcova, contenente un altare, dove il Santo Padre dice la sua messa, isolato, mentre gli astanti restano in ginocchio sulle lastre di marmo della sala vicina, risplendente per le divise soleggiate delle guardie nobili.
E vuota finalmente l'anticamera d'onore, la sala del trono, in cui il papa d le sue udienze pubbliche, ricevendo persino due o trecento persone alla volta.
Rimpetto alla finestra, sopra un rialzo, sta il trono, un seggiolone dorato, ricoperto di velluto rosso sormontato da un baldacchino uguale.
Accanto si vede il cuscino pel bacio della pianella.
Poi, a dritta ed a sinistra, si fanno riscontro due mensole, l'una con un pendolo, l'altra con un Crocifisso tra due grandi candelabri a piede di legno dorato, recanti delle candele.
Le pareti di damasco rosso a grandi palme di stile Luigi 14, salgono nude fino al cornicione fastoso che cinge la vlta di una ghirlanda d'attributi e di figure allegoriche, e sul magnifico e gelido lastricato di marmo si vede un solo tappeto di Smirne davanti al trono.
Ma nei giorni d'udienza particolare, quando il papa sta nella sala del trono, oppure nella propria camera, la sala del trono diventa l'anticamera dove tutti i fedeli, gli alti dignitari della Chiesa insieme agli ambasciatori, ai personaggi secolari di tutti i ceti stanno in attesa.
Il servizio  fatto da due camerieri d'onore, l'uno in abito violetto, l'altro di cappa e spada, che ricevono dalle mani dei bussolanti le persone ammesse al prezioso onore di un'udienza, per condurle in persona alla porta della stanza vicina, l'anticamera segreta, dove le affidano ai camerieri segreti.
Era la sala la pi sfarzosa, la pi animata, per lo splendore delle divise e dei costumi, per l'emozione che si faceva sempre maggiore, man mano che si avvicinava al tabernacolo abitato dall'Eletto e dall'Unico, attraverso quell'infinito succedersi di sale, dove il cuore batteva sempre pi forte, vinto da quella gradazione sapiente che conduceva il fedele di splendore in splendore sino allo sfolgorio supremo.
Ed a quell'ora di notte, vi regnava sempre lo stesso deserto; non un gesto, non una voce, non un'anima, null'altro che il silenzio che pioveva dalle tenebre della vlta sul trono di velluto rosso, null'altro che una lampada semi spenta che fumigava sull'angolo di una mensola, nella sala vuota ed addormentata.
Il signor Squadra, che non si era ancora voltato, camminando con passo lento e muto, si ferm un attimo alla porta dell'anticamera segreta, come per dare al visitatore il tempo di farsi cuore, prima di affrontare l'ingresso del santuario.
Soltanto i camerieri segreti avevano il diritto di trattenersi col, ed ai cardinali era lecito aspettarvi che il papa si degnasse di riceverli.
Pietro, penetrandovi, quando il signor Squadra si fu deciso di introdurlo, si avvide subito, dal lieve brivido di uomo nervoso che lo colse, che entrava nell'al di l formidabile, ove si vedeva l'altro lato di questo basso mondo, umano e ragionante.
Di giorno, una guardia nobile di fazione custodiva la porta ? ma a quell'ora era libera, e la sala appariva vuota come le altre; e, per popolarla, bisognava evocarvi i nobilissimi e potentissimi personaggi che vi si raccoglievano di solito in tenuta di gala.
Si stringeva un po' in forma d'andito, con due finestre che davano sul nuovo Borgo dei Prati di Castello, mentre una sola finestra si apriva sulla piazza di San Pietro, in fondo, vicino alla porta che metteva nella sala del piccolo trono.
Era l, fra quella porta e quella finestra, che il segretario ? ora assente ? stava di solito, davanti ad una piccola tavola.
E sempre appariva la stessa mensola dorata, con lo stesso Crocifisso e lo stesso paio di lampade. Un gran pendolo, chiuso in fodero d'ebano intarsiato di bronzo, batteva lentamente l'ora.
L'unica cosa rara, sotto il soffitto a rosoni d'oro, era il parato di damasco rosso, sparso di scudi gialli, le due chiavi e la tiara, alternate col leone che tiene l'artiglio sul globo terrestre.
Ma in quel punto il signor Squadra si avvide che, contrariamente all'etichetta, Pietro aveva tenuto in mano il cappello, che avrebbe dovuto lasciare nella sala dei bussolanti.
Solo i cardinali hanno il diritto di tenere la berretta.
Prese il cappello con gesto silenzioso e lo pos egli stesso sopra una mensola, per indicare chiaramente che doveva, se non altro, restar l.
Poi, sempre senza una parola, con una riverenza, fece capire che andava da Sua Santit ad annunziargli il visitatore e che questi doveva aspettare un momento in quella camera.
Rimasto solo, Pietro diede un profondo respiro.
Ansava, il cuore gli martellava il petto. Per la sua mente restava chiara, e nell'ombra giudicava benissimo quei famosi, quei magnifici appartamenti del papa, una sequela di sale splendide, con mura ornate di arazzi e rivestite di seta, cornicioni dorati o dipinti, soffitti su cui si svolgevano degli affreschi mirabili. Ma, come mobili, null'altro che delle mensole, degli sgabelli e dei troni, e le lampade, le pendole, i crocifissi, persino i troni, tutti regali, portati dalle quattro parti del mondo, nei giorni di fervore dei grandi giubilei.
Ogni cosa l entro era fastosa, fredda, rigida, senza la menoma comodit. Vi si trovava l'antica Italia col suo continuo sfoggio ed il suo difetto di vita intima e tepida. Si era gettato qualche tappeto sui mirabili suoli di marmo che agghiacciavano i piedi, e messi alcuni caloriferi che non si ardiva di accendere per, pel timore di far pigliare delle infreddature al papa.
E quello che colpiva ancor maggiormente Pietro, quello che lo penetrava di un brivido fin nelle midolla, adesso che era l solo, in attesa, era quel silenzio straordinario, un silenzio tale che non ne aveva mai conosciuto di pi profondi, quasi tutta l'ombra vuota e nera del colossale Vaticano, immerso nel sonno, fosse ascesa a quel piano, in quella fila di sale deserte, sontuose e morte, dove ardevano le fiammelle immobili delle lampade.
Suonarono le nove al pendolo d'ebano ed egli stup.
Come! Erano scorsi soli dieci minuti dacch egli aveva varcata la porta di bronzo? Gli sembrava di camminare da giorni e giorni. Allora volle combattere l'oppressione nervosa che gli toglieva il respiro, perch non era sicuro di s, temeva sempre di vedere la sua calma, la sua ragione naufragare in una crisi di pianto. Si diede a camminare, pass davanti all'orologio, gett un'occhiata al Crocifisso della mensola, guard il globo della lampada, su cui le dita unte di un servitore avevano lasciato la loro impronta.
Quella lampada dava una luce cos gialla e cos debole che egli ebbe voglia di rimontarla; ma non ne sent il coraggio.
Poi, si trov in piedi, colla fronte poggiata ad un vetro, davanti alla finestra che guardava sulla piazza di San Pietro.
Ed ebbe un minuto di meraviglia; fra le persiane mal chiuse, Roma appariva immensa, Roma come l'aveva gi veduta dalle loggie di Raffaello, Roma come l'aveva ricostruita il giorno in cui, dalla piccola trattoria della piazza, si era figurato di veder Leone tredicesimo alla finestra della sua camera.
Soltanto era la Roma notturna, una Roma che pareva ancora pi immensa, in fondo alle tenebre, senza limite come il cielo stellato.
In quel mare infinito, dai flutti neri, non si ravvisavano distintamente che le vie principali, trasformate in vie lattee, dal riverbero della luce elettrica: il corso Vittorio Emanuele, poi la via Nazionale, poi il Corso che li tagliava ad angolo destro, tagliato egli stesso, nel modo medesimo, dalla via del Tritone, continuata da San Nicol da Tolentino, rilegata alla piazza delle Terme ed alla stazione.
Dall'altro lato del Corso Vittorio Emanuele e della via Nazionale, verso la Roma antica, qualche piazza, qualche tronco di via risplendeva ancora: ma l'ombra sommergeva tutto, e nelle altre parti della citt non vi era che un pullulare di pallide scintille giallastre, come le briciole di un cielo semi-spento, spazzato sulla terra.
Qua e l delle costellazioni, delle stelle sfolgoranti che segnavano misteriose e nobili figure, tentavano invano di lottare e di sprigionarsi.
Erano sommerse, cancellate nel nembo confuso di quella polvere di un vecchio astro, che pareva si fosse spezzato l, lasciandovi la sua chioma gloriosa, ormai ridotta una specie di sabbia fosforescente.
E che immensit tenebrosa, spruzzata di luce, che enorme dilagamento di oscurit e di mistero, in cui pareva si fossero sommersi i ventisette secoli della Citt Eterna, le sue rovine, i suoi monumenti, il suo popolo, la sua storia, a segno che non si poteva pi dire dove cominciasse e dove finisse, forse estesa sino all'orlo illimitato dell'ombra, forse diffusa per tutta l'immensit notturna, forse cos rimpicciolita, cos scomparsa, che il sole, al suo ritorno, non ne ritroverebbe che le ceneri!
Ma, nonostante i suoi sforzi per calmarsi, l'ansia nervosa di Pietro cresceva d'attimo in attimo, persino di fronte a quell'oceano di tenebre, soffuso di pace suprema.
Si scost dalla finestra e sussult sin nelle pi intime fibre, udendo un lieve sfrusciare di passi che gli fece credere che venissero a prenderlo.
Quel rumore usciva dalla sala attigua, la sala del piccolo trono di cui, come not in quel punto, la porta era rimasta socchiusa.
Non udendo pi nulla si arrischi, nella sua impazienza febbrile, ad allungare il capo per guardar dentro.
Era un'altra sala parata di damasco rosso, piuttosto grande, con una poltrona dorata, ricoperta di velluto rosso, sotto un baldacchino dello stesso velluto; e vi si vedeva l'inevitabile mensola, il gran Crocifisso d'avorio, la pendola, il paio di lampade, i candelabri, due vasi grandi sopra un piedestallo, altri due pi piccoli, usciti dalle fabbriche di Svres e fregiati da un ritratto del Santo Padre; per altro vi era un po' di comodit l dentro: un tappeto di Smirne copriva tutto il mosaico, alcune poltrone erano disposte lungo le pareti, un finto camino con drappeggi di stoffa faceva riscontro alla mensola.
Il papa, di cui la camera dava su questa sala, vi riceveva di solito i personaggi che voleva onorare. Ed il brivido di Pietro cresceva, all'idea che non aveva pi che quella sala da attraversare ? che l ? dietro quella semplice porta di legno, stava Leone tredicesimo.
Perch lo facevano aspettare? Si disponevano a riceverlo in quella sala per non ammetterlo in una intimit troppo assoluta?
Gli avevano riferito di certe visite misteriose, ricevute cos in ora notturna, di personaggi sconosciuti, introdotti anch'essi, silenziosamente ? personaggi ragguardevoli di cui si sussurrava il nome a bassa voce. Lui, invece, lo si era accolto cos perch lo si giudicava compromettente e si desiderava discorrere con lui, senza impegnarsi a nulla ed all'insaputa della famiglia pontificia.
Poi, ad un tratto, si spieg l'origine del rumore che aveva udito, scorgendo sulla mensola, accanto alla lampada una cassetta di legno, specie di vassoio incavato con manici, in cui si vedevano gli avanzi di una cena, le stoviglie, le posate, la bottiglia ed il bicchiere.
Comprese che il signor Squadra, avendo veduto quel vassoio sulla tavola, l'aveva portato l e che doveva poi esser tornato in camera a mettere un po' d'ordine; conosceva la somma frugalit del papa, i suoi pasti presi sopra un tavolino, il tutto portato in pari tempo in quella cassettina, un piatto di carne, una verdura, due dita di vino per ordine del medico e specialmente del brodo, delle tazze di brodo che gli piaceva offrire ai vecchi cardinali, suoi prediletti, come si offre il the, un ristoro igienico da vecchi celibatarii.
Il vitto di Leone tredicesimo costava otto lire al giorno. Oh! gozzoviglie di Alessandro sesto, o conviti e baldorie di Giulio secondo e di Leone decimo!
Ma ud, in camera, un altro rumore che non pot spiegarsi, ed atterrito dalla sua indiscrezione si affrett a ritirare la testa, imaginandosi di vedere tutta la sala rossa del piccolo trono avvampare di un incendio improvviso, nella pace morta in cui dormiva.
Allora si diede a camminare lentamente di su e di gi, troppo fremente per restar immobile. Quel signor Squadra, si ricordava ora di averne udito a parlare da Narciso, era un gran personaggio, l'uomo il pi importante, il pi influente, il cameriere diletto di Sua Santit, il solo che potesse risolverlo ad infilare una sottana pulita, nei giorni di ricevimento, se quella che portava era troppo macchiata di tabacco.
Per altro, Sua Santit si ostinava ancora a chiudersi in camera ogni notte, senza permettere che altri le dormisse vicino. Questo per spirito d'indipendenza ed anche ? a quanto si diceva ? per inquietudine d'avaro, volendo dormire solo col suo tesoro; il che dava continui timori ai suoi, perch non era sensato che un vecchio della sua et si asserragliasse in tal modo. Al signor Squadra non concedeva che di dormire in una stanza vicina, dove stava sempre in orecchi, pronto a rispondere al primo appello.
Cos pure era lui che interveniva per rispetto, quando Sua Santit vegliava troppo o lavorava troppo. Su quel capitolo per il Papa non udiva facilmente ragione, alzandosi nelle ore d'insonnia e mandando Squadra a svegliare un segretario, per dettare degli appunti, o buttar sulla carta qualche schema d'enciclica.
Quando era infervorato nella redazione di un'enciclica, avrebbe voluto occuparsene giorno e notte, come in altri tempi, quando si dava il vanto di fare dei bei versi latini, l'alba lo sorprendeva spesso intento a limare qualche strofa.
Il papa dormiva pochissimo, in preda ad una continua effervescenza d'attivit mentale, sempre infatuato per la effettuazione di qualche progetto.
Soltanto la sua memoria si era indebolita un pochino negli ultimi tempi. Ed il signor Squadra l'aveva forse trovato indisposto per il soverchio lavoro, poich lo dicevano cos malato ancora il giorno prima, e per lo pi, d'altronde, non si adattava a curarsi.
Mentre Pietro continuava a camminare lentamente, di su e di gi, la sua fantasia si concentrava sempre pi su quell'alta e maestosa figura.
Dagli infimi particolari della vita quotidiana passava alla vita intellettuale a quella parte di papa illustre che Leone tredicesimo aveva certamente l'intenzione di rappresentare.
Aveva veduto a San Paolo l'immenso cornicione su cui figuravano i ritratti dei duecentosessantadue papi: ed in quella lunga serie di mediocri, di santi, di deliquenti e di genii, egli si chiedeva quale fosse il papa a cui Leone tredicesimo avrebbe voluto somigliare.
Era uno dei primi papi, cos umili, uno di quelli che si sono succeduti durante i tre primi secoli di vita nascosta, semplici capi di associazioni funerarie, fraterni pastori della comunit cristiana? Era il papa Damaso, il primo grande costruttore, il letterato che si compiacque, negli esercizi della mente, il fedele, di cui il fervore apr le catacombe alla piet dei credenti?
Era Leone terzo di cui la mano audace complet, colla consacrazione di Carlomagno, quella rottura coll'Oriente, gi preparata dal grande scisma, e port l'impero all'Occidente per l'unica ed onnipotente volont di Dio e della sua Chiesa, la quale, da allora in poi, dispose della corona?
Era il terribile Gregorio settimo, il purificatore del tempio, il sovrano dei re, era Innocente terzo, era Bonifazio ottavo, il signore delle anime, dei popoli e dei troni, che armato della fiera scomunica, regnava sull'Evo Medio atterrito, con tale dispotismo che il cattolicismo non fu mai tanto prossimo ad effettuare il suo sogno?
Era Urbano secondo, era Gregorio nono, od un altro dei papi nella cui anima divamp la focosa passione delle crociate, la sete di avventure sante che accese le turbe, spingendole alla conquista dell'ignoto e del divino?
Era Alessandro terzo che difendeva il Papato contro l'impero, lottando sino all'ultimo per non cedere nulla dell'autorit suprema concessagli da Dio, e finiva col vincere, poggiando il piede trionfale sulla testa di Federico Barbarossa?
Era, lungo tempo dopo le tristezze di Avignone, Giulio secondo, il quale indoss la corazza e rese pi salda la potenza politica della Santa Sede? Era Leone decimo, il magnifico ed illustre protettore del Rinascimento, di tutto un glorioso secolo di arti, ma corto di spirito e imprevidente, che trattava Lutero come un monaco ribelle qualsiasi?
Era Pio quinto, la reazione bieca e vendicatrice, la fiamma dei roghi che castiga la terra, tornata al paganesimo? Era qualcun altro dei papi che regnarono dopo il Concilio di Trento, papi di una fede cieca, che ristabilirono la religione nella sua integrit, salvando la Chiesa coll'orgoglio, l'intransigenza, la pertinacia nel rispetto totale dei dogmi?
Era, sul declinare del Papato, quando esso non appariva pi che un maestro delle cerimonie, che regolava l'etichetta delle grandi monarchie europee, era Benedetto quattordicesimo, uomo di grande scienza, teologo profondo, che, avendo le mani legate e non potendo pi disporre dei regni di questo mondo, passava la nobile vita a regolare le cose del cielo?
E la storia del Papato gli si svolgeva davanti, quella storia che  una delle pi portentose della terra: tutte le vicende e le venture, dalle pi misere, le pi basse alle pi alte, le pi sfolgoranti, un ostinato proposito di vivere che l'aveva fatto vivere comunque, tra gli incendii, le stragi, gli sfaceli di nazioni, sempre militante ed in piedi nella persona dei suoi papi ? la pi straordinaria successione di sovrani assoluti, conquistatori e dominatori, tutti padroni del mondo, perfino gli umili e i meschini, tutti illustri merc la gloria imperitura del cielo, quando si evocavano cos in quel Vaticano secolare, dove le loro ombre si ridestavano certamente alla notte e venivano ad errare per le interminabili gallerie, per le sale immense, in fondo a quel silenzio mortale di tomba, di cui l'arcano sgomento doveva provenire dal lieve calpesto dei loro piedi sulle lastre di marmo.
Ma Pietro pensava ora che lo conosceva il papa illustre, che Leone tredicesimo aspirava di essere. Era un papa dei penultimi tempi della potenza cattolica: Gregorio il Grande, il conquistatore e l'organizzatore.
Uscito da antico ceppo romano, quel papa aveva nelle vene un po' del vecchio sangue imperiale. Amministr Roma redenta dai Barbari, fece coltivare i poderi ecclesiastici, divise i beni della terra, un terzo ai poveri un terzo al clero, un terzo alla Chiesa.
Poi cre pel primo la Propaganda, mand i preti a civilizzare ed a pacificare le nazioni, e giunse perfino a sottomettere la Gran Brettagna alla legge divina del Cristo.
Ed era anche, dopo un immenso intervallo di secoli, Sisto Quinto, grande economo e gran diplomatico, quel figlio di giardiniere, il quale rivel, sotto la tiara, una delle menti pi vaste e pi pieghevoli d'un'epoca feconda di valenti uomini di Stato. Tesaurizzava con avarizia inflessibile, per governare da padrone che ha sempre nelle sue casse l'oro necessario per la guerra e per la pace.
Passava degli anni in negoziati coi re, non disperando mai del trionfo. E non cozzava mai col suo tempo, accettandolo qual era, e tentando poi di modificarlo a seconda degli interessi della Santa Sede, conciliante per tutto e verso tutti, sognando gi un equilibrio europeo, di cui egli sarebbe stato il centro ed il padrone. Con questo poi era un papa santissimo, un mistico fervente, ma sempre un papa, cio la mente pi assoluta e la pi autoritaria, ed in pari tempo un politico deciso all'azione per assicurare il regno di Dio sulla terra.
E d'altronde nell'entusiasmo che si riaccendeva in lui, nonostante il suo desiderio di restar calmo, facendo dileguare in lui ogni prudenza ed ogni dubbio, Pietro si chiedeva a che scopo interrogava cos il passato.
Il vero Leone tredicesimo non era quello descritto da lui nel proprio libro, il papa illustre di cui aveva intuito l'indole e che aveva dipinto secondo il suo cuore, come le anime lo auguravano e lo aspettavano?
Certo, non era un ritratto somigliantissimo, ma bisognava che le linee principali ne fossero vere, perch l'umanit non disperasse della propria salvezza.
E delle pagine intere del suo libro gli tornarono alla memoria, rifulsero davanti a lui; e rivide il suo Leone tredicesimo, il savio politico, il conciliatore, che lavorava all'unit della Chiesa, volendola forte ed invincibile nel giorno gi prossimo, della lotta inevitabile.
Lo rivide, svincolato dalle cure del potere temporale, pi grande, pi puro, sfolgorante di luce morale, come la sola autorit rimasta al disopra delle nazioni, poich, conscio del pericolo mortale che si correva lasciando la soluzione socialista fra le mani dei nemici del cristianesimo, s'era deciso ad intervenire nell'alterco contemporaneo, assumendo, come Ges al suo tempo, la difesa dei poveri e degli umili.
Lo rivide passare dalla parte della democrazia, accettando la Repubblica francese, lasciando in esilio i re sbalzati dal trono, avverando il vaticinio che prometteva di nuovo l'impero del mondo a Roma, quando il Papato avesse unificato le religioni e camminasse alla testa del popolo. I tempi si compivano: Cesare era abbattuto; rimaneva solo il papa, ed il popolo ? il muto ? che i due poteri si erano contesi cos a lungo, non si darebbe egli ormai al Padre, sapendolo giusto e pietoso, caldo di cuore, pronto a stendere la mano per dare il benvenuto ai lavoratori senza pane ed ai mendicanti delle strade?
Nella spaventosa catastrofe che minacciava la societ, imputridita nell'atroce miseria che devastava la citt, non v'era altra soluzione possibile.
Leone tredicesimo era il predestinato, il redentore invocato, il pastore venuto per salvare le sue pecorelle da un prossimo disastro, col ristabilire la comunit cristiana, l'et d'oro, gi dimenticata del cristianesimo primitivo.
Ah! che sogno! La giustizia che regnava finalmente, la verit che sfolgorava come il sole, tutti gli uomini riconciliati e raccolti in un popolo solo, vivente in pace, ligi ad un'unica legge d'uguaglianza nel lavoro, sotto l'illustre patronato del papa, solo simbolo di carit e d'amore.
Allora Pietro si sent come travolto da una tromba di fuoco, sollevato e portato avanti.
Ah! finalmente, finalmente lo vedrebbe, gli manifesterebbe il suo cuore, gli aprirebbe l'anima! Da tanti giorni invocava con passione quell'ora, lottava con tutte le sue forze per ottenerla!
E ricordava gli ostacoli, sempre risorgenti con cui avevano voluto inceppargli il cammino dacch era a Roma; e la memoria di quella lunga lotta, chiusa da quel successo insperato, accresceva la sua febbre, esacerbava il suo desiderio di vittoria. S, s! vincerebbe, confonderebbe gli avversari del suo libro.
Come aveva detto a monsignor Fornaro: poteva il Santo Padre sconfessarlo? Non aveva egli manifestato le sue idee segrete? L'aveva fatto, forse, prima dell'ora, ma questo non era un delitto perdonabile?
E ricordava anche la sua dichiarazione a Nani, il giorno in cui egli aveva protestato che non sopprimerebbe mai volontariamente il suo libro, perch non rimpiangeva nulla, non sconfessava nulla.
In quel momento stesso, interrogandosi, gli sembrava di ritrovare in s la solita baldanza, l'energico proposito di difendersi, di promuovere il trionfo della sua fede, nello eccitamento nervoso in cui lo gettava quell'aspettativa, dopo il suo pellegrinaggio senza fine attraverso a quel Vaticano immenso, che sentiva cos muto e cos fosco intorno a s.
Ma il suo turbamento cresceva di pi in pi; cominciava ad accattare le idee, a domandarsi come entrerebbe, che cosa direbbe e con quali parole.
Una folla di pensieri, torbidi e gravi, doveva essersi raccolta in lui, poich il loro incubo aveva in gran parte nella sua oppressione, senza che egli volesse confessarselo.
Nell'intimo dell'esser suo, si sentiva gi stanco, affranto, senz'altra forza che lo slancio lirico del suo sogno, la sua invocazione di piet davanti all'atroce miseria. S, s: entrerebbe rapidamente, si butterebbe in ginocchio, parlerebbe senza studio, lasciando traboccare l'ansia del cuore. E certo, il Santo Padre sorriderebbe, rialzandolo con la promessa di non firmare la condanna di un'opera in cui aveva ritrovato tutto se stesso, con le sue idee pi care.
Pietro si sent venir meno a tal punto che si avvicin di nuovo alla finestra, per poggiare la fronte ardente sopra uno dei vetri gelati. Aveva un ronzo nelle orecchie, le gambe gli si piegavano sotto, mentre il sangue ? rifluendo nelle arterie ? gli martellava il cervello.
E si sforzava di non pensar pi a nulla: guardava Roma sommersa nell'ombra, invocando da lei un po' di quel sonno in cui si sprofondava.
Volle distrarsi dall'idea fissa, tent di distinguere le vie ed i monumenti dal modo in cui si raggruppavano i lumi.
Ma era un mare senza confini, e le sue idee si confondevano, se ne andavano alla ventura, in fondo a quell'abisso di tenebre, sparso di riflessi ingannatori. Ah! per calmarsi, per riuscire a non pensare pi, ci voleva la notte, la notte totale e riparatrice, la notte in cui si dorme per sempre, guariti dalla miseria e dal dolore!
Ad un tratto, ebbe la chiara impressione che qualcuno stava in piedi dietro di lui e si volse, con lieve sussulto.
Ritto nella livrea nera, il signor Squadra infatti stava in attesa. Non fece che una delle solite riverenze per invitare il visitatore a seguirlo.
Indi torn a camminare davanti a lui, attravers la sala del piccolo trono, aperse lentamente la porta della camera. Poi si tir indietro, lo lasci entrare e richiuse la porta senza il pi lieve rumore.
Pietro era nella camera di Sua Santit.
Temeva una di quelle emozioni fulminanti che fanno smarrire il senno e che paralizzano: gli avevano detto che delle donne giungevano morenti, in convulsione, come ubbriache, mentre altre si precipitavano avanti, quasi in un volo, quasi fossero sorrette da ali invisibili.
Ed ecco che, all'improvviso, l'ansia dell'attesa, la febbre sempre pi ardente di poco fa, mettevano capo ad una specie di sbigottimento, ad una reazione che lo aveva fatto diventare molto calmo, con la vista chiara, in modo che si rendeva conto di tutto.
Nell'entrare, gli era apparsa nettamente l'importanza decisiva di quell'udienza che lo metteva lui, umile pretucolo, di fronte al Sommo Pontefice, capo della Chiesa, signore supremo delle anime.
Tutta la sua vita religiosa e morale doveva dipendere da quel convegno, e forse era quel pensiero improvviso che lo agghiacciava cos, sul limitare del santuario formidabile verso cui era venuto con passo cos agitato ed in cui non credeva di poter penetrare che col cuore tremante, i sensi muti e sopiti, non pi capace di altro che di balbettare le sue preghiere da bambino.
Pi tardi, quando volle raccogliere i suoi ricordi, si ramment di aver veduto anzitutto Leone tredicesimo, con tutto quello che gli faceva da cornice, la vasta camera parata di damasco giallo, dall'alcova cos immensa, cos profonda che il letto vi spariva come tutti i pochi mobili; una seggiola a sdraio, un armadio, dei bauli, i famosi bauli in cui, a quanto si diceva, era racchiuso, sotto triplice serratura, il tesoro dell'Obolo di San Pietro. Un mobile Luigi 14, una specie di scrivania a borchie d'ottone cesellato, faceva riscontro ad una grande mensola Luigi 15, indorata e dipinta, su cui una lampada ardeva vicino ad un gran Crocifisso.
La camera era nuda e non vi erano che tre poltrone e quattro o cinque seggiole di seta chiara per riempire il vasto spazio, ricoperto da un tappeto gi molto logoro.
E Leone tredicesimo sedeva in una delle poltrone, vicino ad un tavolino provvisorio, su cui si vedeva una piccola lampada velata da un paralume. Tre giornali stavano su quel tavolino, due francesi ed uno italiano semi-spiegato, come se il papa lo avesse deposto in quel momento per mescere, con un lungo cucchiaio d'argento dorato, un bicchiere di sciroppo che aveva vicino.
Come aveva veduto la camera, Pietro vide il costume, la sottana di panno bianco a bottoni bianchi, la papalina bianca, il bavero bianco, la cintura bianca a frangia d'oro. Le calze erano bianche, le pianelle di velluto rosso con sopra ricamate le chiavi d'oro.
E quello che lo fece stupire fu il volto, anzi la persona tutta intiera, che gli parve rimpicciolita e che stentava perfino a riconoscere.
Era il quarto incontro.
Lo aveva veduto in una bella sera, fra l'incanto dei giardini, sorridente e famigliare, mentre, ascoltando i pettegolezzi di un prelato favorito, s'inoltrava col suo passino breve da vecchio, un saltellare da uccello ferito.
L'aveva veduto nella sala delle Beatificazioni, da papa adorato e commosso, con le guancie tinte in roseo dalla gioia, mentre le donne gli offrivano delle borse, delle papaline bianche piene d'oro, e si strappavano i gioielli per buttarglieli ai piedi, ed avrebbero voluto strapparsi il cuore per buttarlo anch'esso.
Lo aveva veduto a San Pietro, portato sul baldacchino, pontificante in tutta la sua gloria di Dio visibile, che la Cristianit adorava, simile ad un idolo nel suo fodero di oro e di gemme, la faccia irrigidita in una immobilit ieratica e sovrana.
E lo rivedeva ora, su quella poltrona, in assoluta intimit, cos esile d'aspetto, cos sottile, che egli ne risentiva una specie d'inquietudine e d'intenerimento.
Il collo in ispecie era straordinario, un filo inverosimile, un collo d'uccelletto vecchissimo e bianchissimo.
La faccia aveva, nel suo pallore alabastrino, una diafanit caratteristica; si vedeva la luce della lampada attraverso al lungo naso imperioso, quasi il sangue se ne fosse totalmente ritirato.
La bocca immensa, dalle labbra di neve, metteva una striscia sottile nella parte inferiore della faccia, e gli occhi soltanto erano rimasti belli e giovanili, occhi mirabili, di un nero lucido di diamante nero, di uno splendore, di una forza che penetravano fino all'anima, costringendola a confessare la verit ad alta voce. I capelli radi sfuggivano in leggeri riccioli bianchi dalla papalina bianca, coronando di bianco la scarna faccia pallida, di cui la bruttezza si nobilitava in quell'albore, in quella bianchezza tutta spirituale, dove la carne pareva si dileguasse in una candida fioritura di giglio.
Ma Pietro constat al primo sguardo che, se il signor Squadra lo aveva fatto aspettare, non era stato per costringere il Santo Padre ad infilare una sottana fresca, perch quella che portava era molto macchiata di tabacco, di striscie brune che scendevano lungo i bottoni, ed il Santo Padre teneva, familiarmente, un fazzoletto sulle ginocchia per asciugarsi.
Del resto sembrava in buona salute, facilmente rimesso dalla sua indisposizione del giorno precedente, come si rimetteva di solito, da vecchio sobrio e calmo che non aveva nessuna malattia organica, e che se ne andava piano piano per esaurimento naturale, come una face la quale, a furia di dare lume, finisce collo spegnersi.
Fin dal limitare Pietro aveva sentito i due occhi di diamante nero fissarsi su di lui.
Il silenzio era profondo, le due lampade ardevano di fiamma pallida ed immobile nella pace immensa del Vaticano addormentato, e non si sentiva altro, in lontananza, che la Roma antica, sconfinata in fondo alle tenebre, come un lago d'inchiostro in cui si riverberavano le stelle.
Egli dovette avvicinarsi, fece tre genuflessioni, e si chin per baciare la pianella di velluto rosso, poggiata sul cuscino.
Non vi fu una parola, non un gesto, non un moto.
E quando si rizz, rivide i due diamanti neri, i due occhi di fiamma e d'intelligenza che continuavano a guardarlo.
Finalmente Leone tredicesimo che non aveva voluto risparmiargli l'umiliazione del bacio alla pianella, e che adesso lo lasciava in piedi, parl pel primo, senza staccare lo sguardo da lui, spingendo l'inquisizione sino in fondo all'anima sua, nelle pi recondite latebre.
- Caro figliuolo, avete desiderato di vedermi ed ho acconsentito a darvi questa soddisfazione.
Parlava francese, un francese un po' incerto che pronunziava all'italiana, cos adagio che si sarebbero potute scrivere le frasi sotto dettatura; la voce era forte, nasale, una di quelle voci grosse e rauche che non si sa come possano uscire da certi corpi gracili, che sembrano esangui e senza fiato.
Pietro si era limitato a fare un altro inchino, in segno di profondo ringraziamento, sapendo che il rispetto imponeva di non parlare prima di essere interrogato direttamente.
- Abitate a Parigi?
- S, Santo Padre.
- Siete addetto ad una delle grandi parrocchie della citt?
- No, Santo Padre, sono alla chiesuola di Neuilly.
- Ah! s, s, so;  dalla parte del Bosco di Boulogne, non  vero? E che et avete, figliuolo?
- Trentaquattro anni, Santo Padre.
Vi fu un breve silenzio. Leone tredicesimo aveva finalmente chinato gli occhi. Riprese il bicchiere con l'esile mano di avorio, agit la bevanda col lungo cucchiaio e ne bevette un sorso. Questo, lentamente, col fare cauto e riflessivo, come tutto quello che faceva e pensava.
- Ho letto il vostro libro, caro figliuolo, s! in gran parte: di solito non mi presentano che dei brani. Ma una persona che vi porta interesse mi ha consegnato direttamente il volume, scongiurandomi di scorrerlo. Ed  cos che ho potuto prenderne conoscenza.
Fece un lieve gesto in cui parve a Pietro di indovinare una protesta contro l'isolamento in cui lo tenevano i suoi familiari esecrabili che facevano buona guardia perch nulla di pericoloso penetrasse dal di fuori, secondo la parola stessa di monsignor Nani.
Il prete si permise allora di dire:
- Ringrazio la Santit Vostra dell'immenso onore che mi fa. Non poteva toccarmi felicit pi profonda e pi ardentemente invocata.
Era cos felice! Si imaginava che la sua causa fosse vinta, udendo il papa, molto calmo e senz'ira, parlargli del suo libro in quel tono, da uomo che lo conosceva a fondo ora.
- Siete in relazione col visconte Filiberto de la Choue, non  vero, figliuol mio? Sono stato subito colpito dalla similitudine di certune delle vostre idee con quelle di quel servo molto devoto, che ci ha dato d'altra parte delle prove preziose dei suoi buoni sentimenti.
- Infatti, Santo Padre, il visconte de la Choue si degna di volermi un po' di bene. Abbiamo parlato molto insieme, e non v'ha nulla di strano nel fatto che io abbia riprodotto parecchi dei suoi pensieri pi cari.
- Certo, certo. Per esempio, c' quella questione delle Corporazioni, di cui egli si occupa molto ? fin troppo forse. All'epoca del suo ultimo viaggio me ne ha parlato con rara insistenza. Come pure recentemente, un altro dei vostri compatriotti, l'uomo il pi virtuoso ed il pi eminente, il barone di Fourras, che ci ha condotto quel bellissimo pellegrinaggio dell'Obolo di San Pietro, non ha avuto pace finch non ho acconsentito a riceverlo, ed ha voluto parlarmene durante un'ora e pi. Soltanto debbo dire che non vanno molto d'accordo, perch l'uno mi scongiura di fare quello appunto che l'altro non vuole.
Fin dalle prime parole la conversazione volgeva su altro argomento. Pietro si avvide che deviava dal suo libro, ma ricord di aver formalmente promesso al visconte che, ove vedesse il papa e se ne presentasse l'occasione, egli avrebbe tentato uno sforzo per ottenere da lui una parola decisiva riguardo alla famosa questione di quelle Corporazioni, per sapere se egli le voleva libere, od obbligatorie, accessibili, o private.
Dacch era a Roma aveva ricevuto lettere sopra lettere dal misero visconte, inchiodato a Parigi dalla gotta, mentre il suo rivale, il barone, metteva a profitto l'occasione propizia del pellegrinaggio di cui era il capo per strappare al papa la parola d'approvazione che avrebbe riportato in trionfo. Ed il prete volle adempiere coscienziosamente alla promessa.
- Meglio di tutti noi, la Santit Vostra sa da qual lato stia la ragione. Il barone di Fourras crede che la salvezza, la soluzione della questione operaia, si trovino solo nel ripristinamento delle antiche corporazioni libere, mentre il visconte de la Choue le vuole obbligatorie, protette dallo Stato e sottoposte a nuove norme. E quest'ultimo concetto  sicuramente pi conforme all'idea sociale del tempo nostro... Se Vostra Santit degnasse pronunziarsi in questo senso, il giovane partito cattolico, in Francia, saprebbe certamente cavarne un bel risultato, un'agitazione operaia a favore della Chiesa.
Leone tredicesimo rispose, col suo fare pacato:
- Ma non posso. In Francia mi domandano sempre delle cose che non posso, che non voglio fare. Quello che potete dire da parte mia al visconte de la Choue  questo: che se non posso accontentarlo, non ho accontentato neppure il barone di Fourras. Come voi, non ha portato seco che l'espressione della mia benevolenza pei nostri diletti operai francesi, che possono tanto pel ripristinamento della fede. Vorrei pure che comprendeste, in Francia, come vi siano delle questioni di dettaglio, di semplice ordinamento a cui  impossibile che io scenda, perch le innalzerei ad una importanza che non hanno, e, facendo troppo piacere agli uni, correrei rischio di scontentare troppo gli altri.
Abbozz un lieve sorriso in cui si rivel quel politico astuto e conciliante che era, ben deciso a non compromettere la propria infallibilit in avventure inutili.
E bevette un nuovo sorso di sciroppo, si asciug col fazzoletto, da sovrano di cui la giornata di rappresentanza  finita e che fa il suo comodo, avendo scelta quell'ora di solitudine per discorrere senza fretta e fin tanto che gli dar piacere.
Pietro procur di ricondurlo al libro.
- Il visconte de la Choue  stato cos buono per me! Aspetta la sorte riserbata al mio libro con un'ansia tanto viva, quasi quell'opera fosse sua! Ecco perch sarei stato felicissimo di potergli recare una buona parola di Vostra Santit!
Ma il papa continuava ad asciugarsi senza rispondere.
- L'ho conosciuto da Sua Eminenza, il cardinale Bergerot, un altro cuore generoso di cui la fervida carit dovrebbe bastare da s a ricostituire una Francia credente...
Questa volta, l'effetto fu immediato.
- Ah! s, il cardinale Bergerot. Ho letto la sua lettera in testa al vostro volume. Ha avuto una cattiva ispirazione scrivendola, e voi, caro figliuolo, avete commesso una gran colpa il giorno in cui l'avete pubblicata... Non posso credere che il cardinale Bergerot avesse letto talune delle vostre pagine, quando v'ha mandato la sua piena ed intera approvazione. Preferisco accusarlo di ignoranza e di sventatezza. Come avrebbe potuto approvare le vostre offese al dogma, le vostre teorie rivoluzionarie, che mirano alla distruzione totale della nostra santa religione? Se vi ha letto, non ha altra scusa che un'improvvisa, inesplicabile ed imperdonabile aberrazione... E' vero che regnano delle tendenze cos cattive in una piccola parte del clero francese! Sono le idee gallicane che risorgono continuamente come la gramigna, tutto un liberalismo che ci avversa, che si ribella alla nostra autorit, sempre vago di libero esame e di avventure sentimentali.
Si riscaldava, delle parole italiane si mescolavano al suo francese indeciso, la grossa voce nasale usciva con sonorit di tromba dall'esile personcina di cera e di neve.
- Sappia il cardinale Bergerot che lo spezzeremo il giorno in cui non vedremo in lui che un figlio ribelle. Egli dar l'esempio dell'obbedienza; gli faremo parte della nostra disapprovazione e speriamo che si sottometta. L'umilt, la carit sono grandi virt e ci siamo sempre compiaciuti di onorarle in lui. Ma non debbono essere il rifugio di un cuore di ribelle, poich esse non contano pi nulla, se la obbedienza non le accompagna... L'obbedienza, l'obbedienza!... il pi bell'ornamento dei santi illustri!
Colpito, rimescolato, Pietro ascoltava, dimentico di s, memore solo dell'uomo di bont e di tolleranza su cui aveva attirato quello sdegno onnipotente.
Don Vigilio diceva il vero, dunque; le denunzie dei vescovi di Poitiers e d'Evreux miravano, sopra di lui, l'avversario della loro intransigenza ultramontana, il mite ed ottimo cardinale Bergerot, l'anima aperta a tutte le miserie, a tutti i patimenti dei poveri e degli umili.
Pietro ne era disperato, perdonando la denunzia del vescovo di Tarbes, l'istrumento dei padri della Grotta, che non colpiva che lui almeno, in risposta alla sua pagina sopra Lourdes; mentre la guerra subdola degli altri due lo esasperava, gettandolo in uno sdegno doloroso.
Nel gracile vegliardo, dal collo sottile d'uccellino vecchissimo, che centellinava lentamente la sua bibita, vedeva sorgere un padrone cos adirato, cos formidabile, che ne tremava di sgomento. Come aveva potuto lasciarsi vincere dalle apparenze e crederlo, sulle prime, un pover'uomo rifinito dagli anni, bramoso di pace e deciso a concedere ogni cosa? Un soffio di tempesta era passato nella camera sopita, ed egli sentiva che la lotta ricominciava, che i suoi dubbii, le sue ansie rinascevano.
Ah! quel papa, come lo ritrovava simile al ritratto che gliene facevano a Roma, quel ritratto a cui non aveva voluto prestar fede; un uomo pi intellettuale che sentimentale, e d'un orgoglio cos smisurato, che fin dalla prima giovent aveva avuto l'ambizione suprema della tiara, a segno d'aver promesso il trionfo alla sua famiglia, per ottenerne i sacrifizi necessari, manifestando in tutto e dovunque un solo e fermo proposito, dacch occupava il trono pontificio: regnare, regnare ad ogni modo, e regnare da padrone assoluto ed onnipotente!
La verit gli sorgeva di fronte con forza irresistibile, eppure egli volle lottare ancora, si ostin a riconquistare il suo sogno.
- Oh! Santo Padre, mi darebbe tanto dolore se, in causa del mio sciagurato libro, Sua Eminenza avesse un attimo di contrariet! Io, il colpevole, posso rispondere del mio fallo, ma Sua Eminenza non ha obbedito che all'impulso del cuore, non ha peccato che per soverchia piet dei diseredati di questa terra!
Leone tredicesimo non rispose. I suoi occhi mirabili, i suoi occhi ardenti di vita nella faccia immobile d'idolo di alabastro, si erano volti a Pietro e di nuovo lo fissavano con sguardo intenso.
E nella febbre che s'impossessava nuovamente di lui, Pietro lo vedeva crescere in splendore ed in potenza.
Adesso gli pareva di vedere risorgere dietro Leone tredicesimo, attraverso i secoli, la lunga serie di papi, evocata poc'anzi, i santi ed i superbi, i guerrieri e gli asceti, i diplomatici ed i teologhi, quelli che avevano portato la corazza, quelli che avevano vinto merc la croce, quelli che disponevano degli imperi come di semplici provincie affidate da Dio alla loro custodia.
Rivedeva specialmente Gregorio il Grande, il conquistatore ed il fondatore; Sisto quinto, il negoziatore e l'uomo politico, il quale aveva intraveduto, pel primo, il trionfo del Papato sulle monarchie. Che processione di principi magnifici, di signori supremi, di intelletti e di braccia onnipotenti, dietro quel pallido vecchio immobile!
Che accumulamento di sforzi, di energia inesauribile, di genio ostinato, di dominazione senza limiti! Tutta la storia dell'ambizione umana, tutto lo sforzo fatto per sottomettere i popoli all'orgoglio d'un sol uomo, la potenza pi eccelsa che abbia mai conquistato, sfruttato, plasmato gli uomini, in nome della loro felicit!
Ed ora che il suo regno terreno era giunto al termine, a che grado di sovranit spirituale era salito quell'esile vecchio, cos pallido, davanti a cui aveva veduto delle donne andare in svenimento, come fulminate dalla divinit formidabile emanata dalla sua persona! Non erano solo le glorie rumorose, i trionfi della storia che si svolgevano dietro di lui, era il cielo che si apriva, l'al di l che sfolgorava nell'abbagliamento del mistero.
Egli teneva le chiavi della porta del cielo, aprendola alle anime, l'antico simbolo riviveva con nuova intensit, finalmente svincolato dal regno avvilente della terra.
- Oh! ve ne scongiuro, Santo Padre, se ci vuole un esempio, colpite me solo. Sono venuto, eccomi; decidete la mia sorte, ma non aggravate la pena riserbatami, col rimorso d'aver fatto condannare un innocente.
Senza rispondere, Leone tredicesimo continuava a guardarlo coi suoi occhi ardenti.
Ed egli non vedeva pi Leone tredicesimo, duecentosessantatreesimo papa, vicario di Ges Cristo, successore del principe degli apostoli, Sommo Pontefice della Chiesa universale, patriarca d'Occidente, primate d'Italia, arcivescovo e metropolitano della provincia di Roma, sovrano del dominio temporale della Santa Chiesa.
Vedeva il Leone tredicesimo che aveva sognato, il Messia, il Redentore, mandato per scongiurare lo spaventoso disastro sociale, in cui naufragava la vecchia societ imputridita. Lo vedeva colla sua intelligenza vasta e svariata, la sua tattica fraterna di conciliazione, evitando gli attriti, lavorando all'unit della Chiesa, con cuore traboccante d'amore, un cuore che parlava direttamente al cuore delle turbe, dando ancor una volta il suo sangue pi puro come pegno dell'alleanza novella.
Lo rivedeva come l'unica autorit morale, come l'unico vincolo possibile di carit e di pace, come il Padre, insomma, che poteva far cessare l'ingiustizia tra i suoi figli, vincere la miseria, ristabilire la legge redentrice del lavoro, riconducendo i popoli alla fede della Chiesa primitiva, alla dolcezza ed alla saviezza della comunit cristiana.
E quella figura grandiosa assumeva, nel silenzio della camera, una onnipotenza invincibile, una maest straordinaria.
- Oh! in grazia, ascoltatemi, Santo Padre! Non colpite neppur me, non colpite nessuno, oh! nessuno, n esseri, n cose, n nulla di ci che pu soffrire sotto il sole. Siate buono, ah! siate buono di tutta la bont che il dolore del mondo ha dovuto mettere in voi!
E, avvedendosi che Leone tredicesimo continuava a tacere, lasciandolo in piedi davanti a lui, cadde in ginocchio di colpo, quasi precipitando sotto l'emozione che gli opprimeva il cuore.
E nell'esser suo vi fu come uno sfacelo ? il grave pondo di tutti i dubbi, di tutte le ansie, di tutte le tristezze che lo opprimeva di nuovo, eruppe in un torrente impetuoso.
Vi era in quell'effusione di cordoglio l'orrenda giornata, le morti cos tragiche di Dario e di Benedetta, di cui il raccapriccio gli pesava sul cuore, in una oppressione inconscia, grave come piombo.
Vi era tutto quello che aveva sofferto dacch era a Roma, le illusioni a poco a poco distrutte, le intime delicatezze ferite, l'entusiasmo giovanile schiaffeggiato dalla realt degli uomini e delle cose.
Poi, nelle latebre pi intime, v'era tutta la miseria umana, gli affamati che urlavano, le madri dal seno inaridito che singhiozzavano, baciando i lattanti, i padri senza lavoro che si ribellavano, stringendo i pugni, la miseria esecranda, vecchia come l'umanit, da cui quell'umanit  tormentata fin dal primo giorno della sua vita, e che egli aveva trovata dovunque: piaga terribile, tormentosa, spaventosa, che non vi era speranza di sanare.
Vi era finalmente, ancora pi immenso, pi incurabile, un dolore senza nome, senza causa definita, un dolore che non aveva per oggetto n cose, n persone, un dolore universale, sconfinato, in cui egli si sentiva sommergere, che gli stemperava il cuore, disperatamente ? forse il dolore della vita.
- Oh! Santo Padre, io non esisto, ed il mio libro non esiste. Ho desiderato di vedere la Santit Vostra ? oh! ardentemente! ? per spiegarmi e per difendermi. Ed ora non so pi, non ritrovo pi nessuna delle cose che volevo dire, non ho che delle lagrime, delle lagrime che mi tagliano la parola... Oh! non sono che un povero giovane, non sento che il bisogno di parlarvi dei poveri. Oh! i poveri, oh! gli umili, che vedo da due anni nei nostri sobborghi di Parigi, cos miserabili, cos dolorosi; i poveri piccini che andavo a raccogliere nella neve, miseri angioletti che non avevano mangiato da due giorni; donne che la tisi struggeva, senza pane, senza fuoco, in fondo a stambugi immondi; uomini buttati sul lastrico dallo sciopero, stanchi di mendicare il lavoro come si mendica un'elemosina, tornanti alle loro tenebre, ebbri di collera, con un solo pensiero ? il pensiero di vendicarsi, appiccando il fuoco alla citt. E quella terribile sera in cui, nella camera spaventosa, ho veduto una madre che si era suicidata coi suoi cinque piccini, la madre caduta sopra un saccone col neonato al petto, e due bambine dormendo vicino a lei l'ultimo sonno di graziose biondine, i due maschi fulminati pi in l, l'uno sopito presso alla parete, l'altro in terra, rattratto dallo spasimo di un'ultima ribellione... Oh! Santo Padre, io non sono che il loro ambasciatore, il messo di quelli che soffrono e che singhiozzano, l'umile delegato di quegli umili che muoiono di stenti sotto la durezza esecranda, la spaventosa ingiustizia sociale. E porto alla Santit Vostra le loro lagrime e metto ai suoi piedi le loro torture, e le faccio udire il loro grido di dolore, come un grido che sale dall'abisso, chiedendo giustizia, se non si vuole che il cielo precipiti... Oh! siate buono, Santo Padre, siate buono, Santo Padre, siate buono!
Stendeva le braccia, lo implorava, con un gesto di appello supremo alla piet divina. Poi continu:
- E, Santo Padre, la miseria non  essa atroce anche in questa Roma eterna e sfolgorante? Da settimane che vado errando a caso, nell'ozio dell'attesa, fra la polvere famosa delle sue rovine, non incontro che piaghe insanabili, di cui il mio cuore trema. Ah! tutto quello che cade in sfacelo, tutto quello che muore, l'agonia di tante glorie, la malinconia indicibile di un mondo che si spegne per fame ed esaurimento... Qui, sotto le finestre della Santit Vostra, ho veduto una citt d'orrore, palazzi incompiuti, colpiti da un'eredit di maledizione, come fanciulli rachitici che non possono giungere a maturit, palazzi gi in rovina, diventati il rifugio di tutta la miseria di Roma. E, come a Parigi, che popolazione lamentevole, esposta all'aria libera e con meno pudore di laggi: tutta la piaga sociale, il cancro divoratore, tollerato e rivelato in una terribile incoscienza! Delle famiglie intere che vivono in ozio famelico sotto lo splendore del sole; dei vecchi diventati infermi; dei padri in attesa che un po' di lavoro piova dal cielo; dei figli che dormono fra l'erbe brulle; delle madri e delle figliuole che gironzano in ozio pettegolo, avvizzite prima del tempo... Oh! Santo Padre, domani, all'aurora, la Santit Vostra apra quella finestra, e ridesti colla sua benedizione quel popolo bambino, che sonnecchia ancora nella sua ignoranza e nella sua povert! Gli dia la Santit Vostra l'anima che gli manca, l'anima consapevole della dignit umana, della legge necessaria del lavoro, della vita libera e fraterna, diretta solo dalla giustizia! Faccia, oh! faccia la Santit Vostra un popolo di quell'accozzaglia di sciagurati, di cui la sola scusa  di soffrire tanto nella sua intelligenza e nel suo corpo, vivendo come la bestia che passa e muore senza saper nulla, senza intendere nulla, sotto il bastone che la percuote!
A poco a poco, i singhiozzi gli rompevano la parola; continu fra i sussulti e la febbre dell'emozione:
- Oh! Santo Padre, non  a voi che debbo rivolgermi in nome dei miserabili? Non siete voi il Padre supremo? E non  davanti al Padre che il messo dei poveri e degli umili deve inginocchiarsi, come sono inginocchiato in questo momento? E non  al Padre che devo portare l'enorme carico dei loro dolori, invocando finalmente aiuto, soccorso e giustizia, oh! giustizia, soprattutto?... Poich siete il Padre, oh! aprite dunque, aprite la vostra porta, perch possano entrare tutti i figli vostri, sino all'infimo: i fedeli, i viandanti che passano a caso e persino i ribelli, gli smarriti, quelli che entreranno forse e che salverete dalle colpe dell'abbandono. Siate il rifugio delle strade pericolose, il benvenuto amorevole offerto ai viandanti, la lampada ospitaliera, sempre accesa, e veduta da lontano, che salva dal nembo!... E giacch siete il Padre, oh! Padre, siate anche la salvezza. Voi potete ogni cosa, avete dietro di voi dei secoli d'impero, raggiungete ora un'autorit morale che vi ha reso l'arbitro del mondo; siete qui, davanti a me, come la maest stessa del sole che rischiara e feconda. Oh! siate il sole, siate l'astro di bont e di carit, siate il redentore, riprendete l'assunto di Ges pervertitosi nel corso dei secoli per cadere fra le mani dei ricchi e dei potenti, che hanno fatto dell'opera evangelica il pi esecrando strumento d'orgoglio e di tirannide. Giacch l'opera  fallita, ricominciatela voi: tornate ai poveri, agli umili, riconduceteli alla carit, alla fraternit, alla giustizia della comunit cristiana... E ditemi, oh! Padre, ditemi che io vi ho inteso, che non ho fatto altro che esprimere le vostre idee pi care, il solo e fervido desiderio del vostro regno. Il resto, oh! il resto, il mio libro, la mia persona importano poco; io non mi difendo; non desidero che la vostra gloria e la felicit degli uomini. Ditemi che, dal fondo del vostro Vaticano, avete udito il sordo schianto della vecchia societ corrotta. Ditemi che avete sentito un tremito di piet dolente; ditemi che avete voluto impedire la terribile catastrofe col ricordare al cuore dei vostri figli, colpiti di folla, la parola del Vangelo, col ricondurli alla et di semplicit e di purezza, in cui i primi cristiani vivevano come fratelli innocenti... E' cos, non  vero? E' a questo scopo che siete tornato coi poveri, o Padre, ed  per questo che io sono qui, ad invocare piet, bont, giustizia, con tutta l'anima, oh! tutta l'anima mia da umile.
Allora venne meno sotto l'emozione; si abbandon in terra, in un accesso di alti singhiozzi. Il suo cuore scoppiava, si espandeva. Erano singhiozzi profondi, singhiozzi senza fine, un torrente impetuoso che erompeva da tutto l'essere suo, e da pi lontano ancora, da tutti gli esseri miserandi, che venivano dal mondo di cui le vene travolgono il dolore col sangue stesso della vita. Egli era davvero, nella sua improvvisa fiacchezza da fanciullo nervoso, l'ambasciatore della sofferenza, come aveva detto.
E, genuflesso ai piedi di quel papa, muto ed immobile, era tutta la miseria umana in lagrime.
Leone tredicesimo, a cui piaceva specialmente di parlare, e che doveva fare uno sforzo per ascoltare gli altri, aveva, sulle prime, alzato due volte le mani esangui per interromperlo. Poi, preso a poco a poco dalla meraviglia, vinto egli stesso dall'emozione, gli aveva permesso di proseguire, di giungere sino alla fine della sua invocazione, nello slancio di foga irresistibile che lo travolgeva.
Un po' di sangue era salito alla neve del suo volto, le sue guancie e le sue labbra avevano preso una lieve tinta di carminio, mentre i suoi occhi neri splendevano di luce pi viva. Appena lo vide senza voce, steso ai suoi piedi, scosso da quei singhiozzi profondi che pareva gli spezzassero il cuore, se ne preoccup, si chin su di lui.
- Calmatevi, figliuol mio, rialzatevi.
Ma i singhiozzi continuavano irresistibili, vincendo ogni ragionamento ed ogni rispetto, nel gemito disperato dell'anima ferita, nel ruggito della carne che soffre ed agonizza.
- Alzatevi, figliuol mio, non  cosa dicevole star cos... Guardate! Ecco una seggiola.
E con gesto d'autorit, lo invit finalmente a sedere. Pietro si rialz con fatica e sedette per non cadere. Sollev i capelli dalla fronte, asciugando con le mani le lagrime ardenti, stralunato, e procurando di calmarsi, di raccapezzarsi, ancora incapace di comprendere quello che era accaduto.
- Voi fate appello al Santo Padre. Ah! siate convinto che ha il cuore pieno di piet e di tenerezza per gli infelici. Ma non si tratta di questo: si tratta della nostra santa religione... Ho letto il vostro libro, un libro malsano, ve lo dico subito, il pi pericoloso e censurabile dei libri, appunto pei suoi pregi, per le pagine che hanno interessato persino me. S, pi di una volta quel libro mi ha affascinato, e non avrei continuato a leggere se non mi fossi sentito trasportato dal soffio ardente della vostra fede e del vostro entusiasmo. L'argomento era cos bello, e mi infervorava tanto "La Roma novella". Ah! certo, si poteva fare un libro con quel titolo, ma con uno spirito totalmente diverso dal vostro... Voi credete di avermi compreso, figliuolo, di esservi penetrato dei miei scritti e dei miei atti, a segno da non esprimere che le mie idee pi care. Ebbene, no! Non mi avete compreso, ed ecco perch ho voluto vedervi, spiegarvi il vero, convincervi.
Muto ed immobile, era Pietro che ascoltava adesso. Non era venuto che per difendersi; da tre mesi invocava febbrilmente quel convegno, preparando le sue ragioni, stimandosi sicuro della vittoria, e udiva ora che il suo libro era pericoloso e condannabile, e lo udiva senza protestare, senza rispondere coi validi argomenti che gli parevano irrefutabili.
Una stanchezza indicibile lo opprimeva, era come rifinito dalla sua crisi di lagrime. Fra un poco riprenderebbe animo, direbbe quello che aveva stabilito di dire.
- Nessuno m'intende, nessuno m'intende! ? ripeteva Leone tredicesimo con impazienza stizzosa. ? E' incredibile come stento a farmi intendere, sopratutto in Francia!... Il potere temporale, per esempio, come avete potuto credere che la Santa Sede transigerebbe mai su questo punto? E' un linguaggio indegno di un prete;  la chimera di un ignorante che non si rende conto delle condizioni in cui il Papato ha vissuto finora ed in cui deve continuare a vivere, se non vuol sparire dal mondo. Non comprendete che sofisma sia il dichiarare che  tanto pi eccelso in quanto  pi svincolato dalle cure della sovranit terrena? Ah! s, una bella fantasticheria: la sola sovranit spirituale, il dominio mediante la carit e l'amore! Ma chi ci farebbe rispettare? Chi ci farebbe l'elemosina di un sasso su cui riposare il capo, quando fossimo sbanditi, raminghi per le vie? Chi assicurerebbe la nostra indipendenza, se fossimo alla mercede di tutti gli Stati? No, no! Questa terra di Roma  nostra, perch l'abbiamo ricevuta in retaggio da una lunga serie di antenati, ed essa  il suolo indistruttibile, eterno, su cui la Santa Chiesa  fabbricata, cosicch l'abbandonarla sarebbe come un condannare allo sfacelo quella Santa Chiesa cattolica, apostolica e romana. D'altronde, non potremmo farlo: siamo vincolati dal nostro giuramento verso Dio e verso gli uomini.
Si tacque per un momento, lasciando a Pietro il tempo di rispondere. Ma questi sentiva con stupore che non trovava nulla da dire, perch s'avvedeva che il papa parlava come gli spettava di parlare. Le cose nebbiose e gravi di cui aveva sentito l'oppressione poco prima, nell'anticamera segreta, gli si rivelavano chiaramente ora, precisandosi sempre pi. Era tutto quello che aveva veduto e compreso dacch si trovava a Roma, la serie delle sue delusioni, la realt positiva, sotto cui il suo sogno di un ritorno al cristianesimo primitivo era gi mezzo morto e schiacciato.
S'era avveduto improvvisamente, il giorno in cui era salito sulla cupola di San Pietro, di fronte alla vecchia citt gloriosa ed ammantata nella porpora, che il suo sogno di un papa puramente spirituale, era stolto.
Quel giorno egli fuggiva la frenetica acclamazione dei pellegrini dell'obolo che applaudivano il papa-re. La necessit del denaro, quell'ultima schiavit del papa, egli l'accettava. Ma tutto era caduto in sfacelo, poi, quando la vera Roma gli era apparsa: la citt secolare dell'orgoglio e dell'impero, dove il Papato non poteva sussistere senza il potere temporale. Troppi vincoli, il dogma, la tradizione, l'ambiente, il suolo stesso, lo rendevano immutabile in perpetuo. Non poteva cedere che sulle apparenze, e verrebbe comunque un'ora in cui le sue concessioni si arresterebbero di fronte all'impossibilit di andar pi oltre senza suicidarsi.
La Roma novella non sorgerebbe un giorno che fuori di Roma stessa, in terra lontana ?; solo col il cristianesimo si ridesterebbe, perch il cattolicismo doveva morire sul posto, quando l'ultimo dei papi, inchiodato a quella terra di rovine, sparirebbe sotto l'ultimo schianto della cupola di San Pietro, caduta in sfacelo come il tempio di Giove Capitolino.
In quanto al papa attuale, sebbene fosse senza regno, ed avesse la grande fragilit dei tardi anni, il pallore esangue d'un antichissimo idolo di cera, avvampava anche egli della ardente passione della sovranit universale, era sempre il figlio caparbio dell'antenato, il Pontefice Massimo, il Caesar Imperator nelle cui vene scorreva il sangue d'Augusto, signore del mondo.
- Voi avete perfettamente compreso ? prosegu Leone tredicesimo ? il fervido desiderio di carit che ci ha sempre animati. E' stata una somma gioia per noi l'unificare il rito, imponendo il rito romano alla cattolicit tutt'intera. Questa  una delle nostre pi care vittorie, perch giova molto alla nostra autorit. E spero che gli sforzi da noi fatti in Oriente spingano anche i nostri cari fratelli sviati delle comunioni dissidenti a riaccostarsi a noi, come non dispero di convincere le sette anglicane, senza parlare delle protestanti che saranno costrette a rientrare in grembo alla Chiesa unica, la Chiesa cattolica, apostolica e romana, quando verranno i tempi predetti dal Cristo. Ma quello che non avete detto, si  che la Chiesa non pu abbandonare nessuna parte del dogma. Avete mostrato di ritenere che un'intesa possa aver luogo, che si possano fare delle concessioni da una parte e dall'altra; orbene, questo  un pensiero irragionevole ed un prete non pu parlare cos senza rendersi colpevole. No; la verit  assoluta. Non si muter nemmeno una pietra dell'edifizio. Oh! tutto quello che volete, riguardo alla forma! Siamo disposti alla massima conciliazione se non si tratta che di girare certe difficolt, di temperare i termini per facilitare l'accordo. Lo stesso caso si ripete per la parte da noi assunta nel socialismo contemporaneo: bisogna intendersi. Certo, quelli che chiamate cos giustamente i diseredati di questo mondo, sono l'oggetto della nostra sollecitudine. Se il socialismo  solo un desiderio di giustizia, un costante proposito di venire in aiuto ai deboli ed agli infelici, chi se ne preoccupa pi di noi, chi vi coopera con maggiore energia? La Chiesa non  stata ella sempre la madre degli afflitti, la benefattrice dei poveri? Noi siamo fautori di tutti i progressi ragionevoli, ammettiamo tutte le forme sociali che promuovono la pace e la fraternit. Ma dobbiamo condannare il socialismo che comincia collo scacciare Iddio per assicurare la felicit degli uomini. Questo  un voler ripristinare lo stato selvaggio,  un nefando ritorno al passato, ritorno nel quale non vi saranno che catastrofi, incendi e massacri. Ed ecco una cosa che voi non avete detto con abbastanza energia, perch non avete dimostrato che nessun progresso pu aver luogo all'infuori della Chiesa; che essa , in una parola, la sola iniziatrice, la sola guida a cui sia lecito abbandonarsi senza alcun timore. Anzi, e quest' un'altra parte del vostro delitto, mi  sembrato che metteste Dio in disparte, che la religione restasse unicamente per voi uno stato d'anima, una fioritura d'amore e di carit, stato in cui bastava trovarsi per conseguire la salvezza. Quest' un'eresia esecrabile: Dio  sempre presente, signore dei corpi e delle anime, e la religione  il vincolo, la legge, il governo stesso degli uomini, senza cui non vi potrebbe essere altro che barbarie in questo mondo e dannazione nell'altro... E lo ripeto ancora una volta, la forma non conta; basta che il dogma perduri. Cos la nostra adesione alla repubblica in Francia, dimostra che non intendiamo di vincolare la sorte della religione a nessuna forma governativa, seppure augusta e secolare. Se le dinastie hanno fatto il loro tempo, Dio  eterno. Periscano i re e Dio viva! La forma repubblicana, d'altronde, non ha nulla di anticristiano e pare anzi che sia come un risveglio di quella comunit cristiana di cui avete parlato in certe pagine veramente graziosissime. Il peggio si  che la libert diventa subito licenza e che siamo molto male compensati del nostro desiderio di conciliazione... Ah! che cattivo libro avete scritto, figliuol mio, con le migliori intenzioni, a quel che voglio credere, e come il vostro silenzio dimostra che cominciate ad intravedere le conseguenze disastrose del vostro errore!
Pietro continuava a tacere, annichilito, accorgendosi infatti che i suoi argomenti cadevano ad uno ad uno, come davanti ad una roccia sorda, cieca ed impenetrabile, dove era cosa inutile e derisoria volerli far penetrare.
A che scopo, dal momento che nulla vi penetrerebbe? Non aveva che una preoccupazione oramai; si chiedeva con sorpresa come un uomo di quella intelligenza, di quell'ambizione, non si fosse fatto un concetto pi chiaro e pi preciso del mondo moderno.
Lo sentiva ragguagliato e munito di documenti su tutto, curioso di tutto, avendo in testa la vasta carta geografica della cristianit, con bisogni, speranze, atti, lucidi e chiari in mezzo alla complicata matassa delle sue battaglie diplomatiche. Ma quante lacune per! La verit doveva essere che egli non conosceva del mondo che quello che ne aveva veduto durante la sua breve nunziatura a Bruxelles. Veniva poi il suo episcopato a Perugia, dove non s'era associato che alla vita della giovine Italia nascente. E da diciotto anni stava chiuso nel suo Vaticano, isolato dal resto degli uomini, non comunicando coi popoli che mediante la gente che lo circondava; gente troppo spesso scelta fra la pi bugiarda, la pi inintelligente e la pi traditrice.
Inoltre egli era un sacerdote italiano, Sommo Pontefice, superstizioso e dispotico, vincolato dalla tradizione, schiavo delle influenze di razza e d'ambiente, piegandosi al bisogno di danaro ed alle necessit politiche; senza parlare del suo immenso orgoglio, della sua convinzione di esser il Dio a cui si deve obbedire, il solo potere logico e legittimo sulla terra. Da qui le cause della deformazione fatale, che il cervello singolarissimo doveva avere, con errori e lacune, fra tante qualit mirabili, l'intelligenza pronta, la volont paziente, il vasto lavoro che generalizza ed agisce.
Ma la intuizione in ispecie sembrava prodigiosa in lui, perch non era merce questa soltanto che egli indovinava, nella sua prigionia volontaria, l'immensa evoluzione che l'umanit moderna compiva in lontananza?
Aveva quindi la coscienza netta del terribile pericolo in cui si trovava, di quella marea crescente della democrazia, di quell'Oceano senza limiti della scienza, che minacciava di sommergere l'augusta isola su cui trionfava la cupola di San Pietro.
Poteva persino rinunziare ad affacciarsi; le voci esteriori attraversavano i muri, recando fino a lui il grido della societ novella.
E la sua politica partiva tutta da quel punto: egli non aveva mai avuto altro intento che quello di vincere per regnare. Se voleva l'unit della Chiesa era per renderla forte ed inespugnabile nell'assalto che prevedeva. Se predicava la conciliazione, cedendo quanto poteva nelle questioni di forma, tollerando le audacie dei vescovi in America, era pel timore segreto di una dislocazione della Chiesa stessa, di uno scisma improvviso che precipitasse il disastro. Ah! quello scisma, doveva sentirlo nel soffio spirante dai quattro punti dell'orizzonte, come una minaccia vicina, un inevitabile pericolo di morte, contro cui bisognava armarsi anticipatamente! E come questo timore spiegava perch si fosse preso d'affezione pel popolo, e si preoccupasse pel socialismo dando una soluzione cristiana alle miserie di quaggi!
Giacch Cesare era spodestato, la lunga tenzone per sapere chi, lui o il papa, conquisterebbe il popolo, non era decisa dal fatto che il papa solo rimaneva in piedi, e che il popolo, il muto, parlerebbe finalmente e si darebbe a lui? Aveva tentato l'esperienza in Francia, abbandonando la monarchia vinta, riconoscendo la repubblica, e sognandola potente e vittoriosa quella Francia, che era pur sempre la figlia primogenita della Chiesa, la sola nazione cattolica tanto forte da restituire forse, un giorno, il potere temporale alla Santa Sede.
Regnare, regnare merc la Francia, giacch era impossibile regnare merc la Germania! Regnare merc il popolo, giacch il popolo sta per diventare il padrone e il dispensatore dei troni! Regnare merc la repubblica italiana, se questa repubblica sola poteva rendergli Roma, strappata alla Casa di Savoia, una repubblica federativa che facesse del papa il presidente degli Stati Uniti d'Italia, fino a tanto che diventasse il presidente degli Stati Uniti d'Europa!
Regnare sempre e comunque, regnare a dispetto di tutto, regnare sul mondo come aveva regnato Augusto, di cui solo il sangue ardente sorreggeva ormai quel vecchio moribondo, ostinato a serbare il potere.
- E finalmente, figliuol mio ? continu Leone tredicesimo ? il delitto sta nell'aver avuto l'audacia di chiedere "una nuova religione". Questo  empio,  sacrilego:  una bestemmia. Non v'ha che una religione, la nostra santa religione cattolica, apostolica e romana; all'infuori di lei, non vi possono essere che tenebre e dannazione... So bene che voi intendete che si torni al cristianesimo. Ma l'errore protestante, cos colpevole, cos nefasto, non ha avuto altro pretesto. Appena ci si scosti dalla stretta osservanza dei dogmi, dal rispetto assoluto delle tradizioni, si cade nei pi spaventosi abissi... Ah! lo scisma, ah! lo scisma, figliuol mio, ecco il delitto senza remissione, ecco l'assassino del vero Iddio, l'immonda bestia tentatrice, suscitata dall'inferno per la rovina dei fedeli. Se non vi fosse altro errore nel vostro libro che quelle parole di "nuova religione" bisognerebbe distruggerlo, arderlo come un veleno, mortale per le anime.
Continu ancora a lungo. E Pietro pensava a quello che gli aveva detto don Vigilio, a quei gesuiti che, onnipotenti nell'ombra, al Vaticano come altrove, governavano da sovrani la Chiesa. Era dunque vero che, inconsapevolmente, e, per quanto si credesse imbevuto della dottrina di S. Tommaso, quel papa astuto, di un opportunismo sempre vigile, era uno di essi, un docile strumento nelle loro mani, cos destre nella conquista sociale? Anche lui patteggiava col secolo, andava al mondo, lusingandolo per possederlo, Pietro non aveva mai sentito cos crudelmente che la Chiesa era ridotta a questo ormai ? vivere di concessioni e di diplomazia.
Ed aveva finalmente la chiara percezione di quel clero romano che sulle prime un prete francese stentava tanto a capire, di quel governo della Chiesa rappresentato dal papa, coi suoi cardinali, i suoi prelati, a cui Dio in persona aveva dato l'incarico di amministrare i suoi beni quaggi, gli uomini e la terra.
Cominciavano col mettere Dio in disparte, in fondo al tabernacolo, non tollerando pi che lo si discutesse, imponendo i dogmi come la verit della sua essenza; ma, per conto loro, non si curavano di lui, non si perdevano a dimostrare la sua esistenza con vane discussioni teologiche. Evidentemente egli esisteva, poich essi governavano in sua vece. Questo bastava, essi erano quindi i padroni, nel nome di Dio, acconsentendo a firmare dei concordati per la forma, ma senza osservarli, non cedendo che alla forza, e riserbandosi sempre la sovranit finale che trionfer un giorno.
In attesa di quel giorno essi agivano da diplomatici, organizzando la loro lenta conquista di funzionarii del Dio vittorioso di domani, e la religione non era altro quindi che l'omaggio pubblico che gli tributavano con la pompa e la magnificenza che conquista le turbe, all'unico scopo di farlo regnare sull'umanit vinta ed affascinata, o meglio di regnare per lui, in sua vece, giacch erano i rappresentanti visibili, delegati da lui.
Essi discendevano dal diritto romano, erano sempre ancora i figli del vecchio terreno pagano di Roma, e, se avevano durato finora, se contavano di durare in eterno, sino all'ora sperata in cui dovevano ricuperare l'impero del mondo, questo accadeva perch erano gli eredi diretti dei Cesari, ammantati nella loro porpora, progenie ininterrotta e vivente del sangue d'Augusto.
Pietro allora ebbe vergogna delle sue lagrime. Ah! i suoi poveri nervi, la sua fiacchezza da sentimentale e da entusiasta!
Un senso di pudore lo faceva arrossire, quasi si fosse mostrato nella nudit dell'anima sua. E cos inutilmente, oh! Dio! in fondo a quella camera, dove non erano mai suonate parole simili, davanti a quel pontefice-re che non poteva intenderlo!
Quell'idea politica dei papi, di regnare mediante i poveri e gli umili, gli faceva orrore. Non era la conciliazione del lupo, quel pensiero di volgersi al popolo, liberato dagli antichi padroni, per pascersene alla sua volta?
Ed in verit, egli doveva essere pazzo il giorno in cui si era imaginato che un prelato romano, un cardinale, un papa, potessero ammettere il ritorno alla comunit cristiana, un nuovo rifiorire del cristianesimo primitivo che rendesse la pace ai vecchi popoli, consumati dall'odio.
Un simile concetto non poteva nemmeno venir inteso da uomini i quali, da secoli, vivevano come padroni del mondo, pieni di sprezzo noncurante pei poveri ed i meschini, colpiti alla lunga da un'assoluta impotenza di carit e d'amore.
Ma Leone tredicesimo continuava a parlare colla grossa voce inesauribile.
Ed il prete ud che diceva:
- Perch avete scritto, a proposito di Lourdes, quella pagina, animata da spirito cos riprovevole? Lourdes ha reso dei grandi servigi alla religione, caro figliuolo. Ho manifestato spesso alle persone, che sono venute a raccontarmi i commoventi miracoli, quasi quotidiani, alla Grotta, il mio vivo desiderio di vedere quei miracoli confermati, convalidati dalla scienza la pi severa. E, da quanto ho letto, mi sembra che oggi gli spiriti malevoli non possano pi dubitare, poich i miracoli sono provati scientificamente in modo irrefutabile. La scienza, caro figliuolo, deve essere la serva di Dio. Essa non pu nulla contro di lui, ed  solamente merc sua che giunge alla verit. La falsit di tutte le soluzioni che si pretende di trovare oggi e che distruggono apparentemente il dogma, sar riconosciuta un giorno perch la verit di Dio riporter il trionfo, quando i tempi saranno maturi. Queste sono cose molto semplici, note anche ai bambini, e che basterebbero alla pace ed alla salvezza degli uomini, se sapessero contentarsene. E siate convinto, caro figliuolo, che la fede non  incompatibile con la ragione. Non abbiamo San Tommaso che ha preveduto, spiegato e regolato ogni cosa? La vostra fede  stata scossa dal libero esame, avete provato dei dubbi, delle ansie che il cielo degna risparmiare ai nostri sacerdoti, su questa terra di fede antica, questa Roma, santificata dal sangue di tanti martiri. Ma noi non abbiamo paura dello spirito di analisi: studiate ancora di pi, leggete a fondo San Tommaso, e la fede vi torner pi salda, definitiva e trionfante.
Sbigottito, Pietro riceveva quelle cose come se dei pezzi della vlta celeste gli fossero piovuti sul capo. Oh! Dio di verit!
I miracoli di Lourdes dimostrati scientificamente, la scienza serva di Dio, la fede compatibile colla ragione, San Tommaso che bastava alla certezza del secolo!
Come rispondere, oh! Dio!... e perch rispondere?
- Il vostro  il pi colpevole e il pi pericoloso dei libri ? concluse infine Leone tredicesimo ? un libro di cui il titolo soltanto ? La Roma novella ?  gi una menzogna ed un veleno; un libro tanto pi condannabile inquantoch possiede tutte le seduzioni dello stile, tutta la perversione delle chimere pericolose; un libro, insomma, che un prete, se lo ha concepito in un'ora di aberrazione, deve ardere in pubblico, per penitenza; ardere colla mano stessa che ne ha vergato le pagine di errore e di scandalo.
Pietro scatt in piedi, di colpo. E nel silenzio infinito che s'era diffuso, non v'era, attorno a quella camera morta, cos debolmente illuminata, che la Roma esteriore, la Roma notturna, sepolta fra le tenebre, immensa e nera, spruzzata d'uno spolvero d'astri. E stava per gridare:
"- E' vero, ho perduto la fede, ma credevo di averla ritrovata nella piet che la miseria del mondo m'aveva messo in cuore. Voi eravate la mia suprema speranza, il redentore aspettato da me. Ed ecco che anche questo era un sogno; voi non potete essere un nuovo Ges, e pacificare gli uomini, prima dell'atroce guerra fratricida che si prepara. Voi non potete abbandonare il trono, scendere nelle vie con gli umili, coi poveri, per compiere l'opera suprema di fraternit. Ebbene; l' finita anche per voi, pel vostro Vaticano ed il vostro San Pietro. Tutto cade in sfacelo, sotto l'assalto del popolo che assurge e della scienza che giganteggia. Voi non esistete pi ? non vi sono che delle rovine qui".
Ma non proffer quelle parole. Fece un inchino invece, e disse:
- Santo Padre, mi sottometto, e riprovo il mio libro.
La sua voce tremava per nausea amara, le sue mani aperte fecero un atto di abbandono come se si fossero lasciate sfuggire l'anima.
Era la formula precisa della sottomissione: Auctor laudabiliter se subjecit et opus reprobavit, l'autore si  lodevolmente sottomesso ed ha riprovato l'opera sua.
Non si poteva mettere una disperazione pi grandiosa e una maest pi sovrana, nella confessione di un errore e nel suicidio di una speranza. Ma che ironia atroce! Quel libro che aveva giurato di non ritirare mai, quel libro pel cui trionfo si era battuto cos strenuamente, egli lo rinnegava, lo sopprimeva da s all'improvviso, non perch lo giudicasse colpevole, ma perch sentiva ormai che era inutile e chimerico, come un desiderio di amante, come un sogno di poeta.
Ah! s! giacch si era ingannato, giacch aveva sognato, giacch non trovava col n il Dio, n il sacerdote che aveva invocato per la felicit degli uomini, a che ostinarsi nell'illusione di un risveglio impossibile?
Piuttosto gettare il suo libro alla terra come una foglia morta, piuttosto rinnegarlo, amputarlo come un membro inutile, senza motivo di esistere e senza uso ormai.
Un po' stupito da una vittoria cos pronta, Leone tredicesimo diede una lieve esclamazione di contentezza.
- Ma bene, benissimo, figliuol mio! Mi dite le sole parole che si convengano al vostro carattere di prete.
E nella sua evidente soddisfazione, lui che non abbandonava mai nulla al caso, che preparava ognuna delle sue udienze, con le parole che doveva dire, i gesti che doveva fare, si dipart dal suo riserbo, mostrando una vera bonariet. Non potendo intendere il movente del prete, ed illudendosi sui veri motivi della sottomissione di quel rivoltoso, assaporava la gioia superba di averlo cos facilmente ridotto al silenzio, poich i suoi addetti glielo avevano dipinto come un terribile rivoluzionario. Quella conversione quindi lo lusingava molto.
- D'altronde, figliuol mio, non mi aspettavo meno dal vostro eletto ingegno. Riconoscere i propri falli, sottomettersi, far penitenza,  la pi eccelsa delle gioie.
Riprese il bicchiere sul tavolino con gesto familiare, mescendone l'ultimo sorso col lungo cucchiaio d'argento dorato.
E Pietro fu colpito di ravvisar in lui l'aspetto meschino che aveva notato nel primo momento, di vederlo decaduto dalla sua maest suprema, simile ad un decrepito vecchierello borghese, che beve solitariamente la sua tazza d'acqua zuccherata prima di mettersi a letto.
La sua figura, dopo essersi sublimata, sfolgorando di viva luce come un astro che sale allo zenit, declinava ora sull'orizzonte, scendendo al livello del suolo nella mediocrit umana.
Lo vedeva gracile, meschino, col collo esile d'uccelletto malato, con la bruttezza senile che lo rendeva cos esigente pei suoi ritratti, tele, dipinti o fotografie, medaglie d'oro o busti di marmo, facendogli dire che non bisognava riprodurre il papa Pecci, ma Leone tredicesimo, il papa illustre, di cui ambiva di lasciare un'effigie maestosa alla posterit.
E Pietro, che per un momento non se n'era pi accorto, risentiva di nuovo l'impressione sgradita di quel fazzoletto steso sulle ginocchia, di quella sottana sudicia, macchiata di tabacco.
E non risentiva pi altro che una piet commossa per quella pura e bianca senilit, un'ammirazione profonda per la immensa bramosa e potenza di vita che si era rifugiata negli occhi neri, una rispettosa deferenza per quel lavoratore dal cervello capace, sempre assorto in vasti progetti, sempre acceso da una febbre di pensiero e di azione.
L'udienza era chiusa ? egli fece un profondo inchino.
- Ringrazio Vostra Santit della paterna accoglienza che si  degnata di farmi.
Ma Leone tredicesimo ebbe la degnazione di trattenerlo ancora un momento, parlandogli della Francia, dicendogli il suo vivo desiderio di vederla prospera, tranquilla e forte pel maggior vantaggio della Chiesa.
Ed in quell'ultimo momento Pietro ebbe una visione singolare, una vera idea fissa.
Mentre guardava la fronte d'avorio del Santo Padre, pensando alla sua tarda et, alla morte che il menomo raffreddore poteva recargli, s'era rammentato, per involontaria associazione d'idee, della scena d'uso, scena di una fiera grandezza: Pio nono, Giovanni Mastai, morto da due ore, col volto coperto da un panno bianco, circondato dalla famiglia pontificia in scompiglio; poi il cardinale Pecci, camerlengo, che si avvicinava al letto funebre, faceva sollevare il velo, e percuoteva tre volte con un martello d'argento la fronte del cadavere gettando ogni volta un grido d'appello: Giovanni! Giovanni! Giovanni! ed il cadavere non avendo risposto, il camerlengo si voltava dopo aver pazientato alcuni secondi, dicendo: "Il papa  morto!".
Pietro vedeva sorgere in pari tempo, laggi, la via Giulia, il cardinale Boccanera, il camerlengo che aspettava, col martello d'argento; e si figurava Leone tredicesimo, Gioacchino Pecci, morto da due ore, col viso coperto da un panno bianco, circondato dai suoi prelati in quella camera stessa: e vedeva il camerlengo avvicinarsi, far alzare il velo, percuotere tre volte la fronte d'avorio, gettando ogni volta il grido d'appello: Gioacchino! Gioacchino! Gioacchino!
Poi, il cadavere non avendo risposto, si voltava, dopo aver pazientato alcuni secondi, e diceva: "Il papa  morto!".
Leone tredicesimo si rammentava i tre colpi dati sulla fronte di Pio nono, e sentiva alle volte sulla fronte la paura dei tre colpi, il gelo mortale del martello, di cui aveva armato il camerlengo, l'implacabile avversario che sapeva di avere nel cardinale Boccanera!
- Andate in pace, figliuolo mio ? disse finalmente Sua Santit, come benedizione estrema. ? La vostra colpa vi sar condonata, perch l'avete confessata e ne dimostraste orrore.
Senza rispondere, coll'anima smarrita, Pietro, accettando l'umiliazione come il meritato castigo delle sue chimere, se ne and a ritroso, secondo il cerimoniale d'uso.
Fece tre volte un inchino profondo, e varc la soglia, senza voltarsi, seguto dagli occhi neri di Leone tredicesimo, che non si staccavano da lui.
Per vide che riprendeva sulla tavola il giornale di cui aveva interrotto la lettura per riceverlo, avendo serbato la passione della stampa ed una viva curiosit delle notizie, sebbene nel suo isolamento si ingannasse spesso sul valore degli articoli, dando a certuni, su certi punti, un'importanza che non avevano.
Le due lampade splendevano di mite fiamma immobile, la camera ricadde nel suo profondo silenzio e nella sua pace infinita.
Ritto in mezzo all'anticamera segreta, il signor Squadra, nero ed immobile, aspettava. E, constatando che Pietro, smarrito per la confusione, passava senza ricordarsi del cappello posto sulla mensola, egli lo prese con atto silenzioso e glielo porse, con un inchino muto. Poi, senza alcuna fretta, collo stesso passo lento che aveva nell'entrare, si diede a camminare davanti a lui per ricondurlo nella sala Clementina. Allora fu, in senso inverso, la stessa lunga passeggiata, la stessa sfilata senza fine attraverso alle sale interminabili. E come prima, non un'anima, non un suono, non un respiro. In ogni sala vuota, l'unica lampada solitaria e come dimenticata fumava, ardendo pi pallida in un silenzio pi profondo.
Il deserto sembrava ancora pi immenso, pi la notte s'inoltrava, velando d'ombra i pochi mobili sparsi sotto gli alti soffitti dorati, i troni, gli sgabelli di legno, le mensole, i Crocefissi, i candelabri, che si ripetevano in ogni sala. E cos, dopo l'anticamera d'onore, di cui il broccato rosseggiava, venne la sala, delle guardie nobili, sopita in un lieve odore d'incenso, lasciatovi da una messa detta al mattino ? poi venne la sala degli arazzi, la sala della guardia palatina, la sala dei gendarmi; e nella sala dei bussolanti che veniva poi, l'ultimo servitore di guardia, rimasto sulla panchina, si era addormentato di sonno cos saporito che non si svegli.
I passi echeggiavano debolmente sulle lastre, morendo nell'afa tetra di quel palazzo chiuso, murato da tutte le parti come una tomba, invaso a quell'ora tarda da una solitudine, da un vuoto assoluto.
E finalmente venne la Sala Clementina, che la guardia svizzera aveva lasciata allora.
Fino a quel punto, ii signor Squadra non aveva voltato la testa. Sempre umile, senza un gesto, si tir indietro e cedette il passo a Pietro, che salut con un ultimo inchino, poi sparve.
E Pietro scese i due piani della scala monumentale, che i vetri appannati dei becchi di gas illuminavano di un riverbero da lucignolo notturno, nell'oppressione infinita del silenzio che non era pi rotto neppure dal passo delle guardie svizzere di sentinella sui ripiani.
Ed attravers la corte di San Damaso, vuota e morta, sotto la pallida luce dei fanali della gradinata, scese la scala Pia, l'altra scala gigantesca, vuota anch'essa, morta anch'essa, nella sua oscurit crepuscolare, varc finalmente la porta di bronzo che, dietro di lui, un portiere mosse e richiuse con lenta spinta.
E che ruggito, che fiero stridere di duro metallo su tutto ci che quella porta rinserrava, tante tenebre raccolte, tanta profondit di silenzio, i secoli immobili che la tradizione vi perpetuava, gli idoli indistruttibili dei dogmi, conservati sotto le loro fascie da mummia, tutte le catene che pesano e che legano, tutto l'apparato di duro servaggio, di potere assoluto, di cui gli echi della sala nera si rimandavano il rombo formidabile!
Sulla piazza di San Pietro egli si ritrov solo in mezzo alla fosca immensit. Non un passeggiatore in ritardo, non un essere vivente. Null'altro che l'alta forma dell'obelisco scialbo, sovrastante, fra i quattro candelabri, al largo mosaico del selciato grigio.
La facciata della Basilica appariva, anch'essa pallida, in aspetto di visione, svolgendo come due braccia enormi, le quadruple file di pilastri del colonnato, sommerso di ombra, come una selva di pietra.
E null'altro, la cupola non essendo che un globo immane in cui s'indovinava appena il tondeggiare nel cielo senza lume.
Soltanto i getti d'acqua delle fontane che si intravedevano come esili fantasmi irrequieti, mettevano una voce in quel silenzio, un sussurro senza posa di lamento triste, sorgente chi sa da quali tenebre arcane.
Ah! la maest malinconica di quel sonno, tutta quella piazza famosa col Vaticano, con San Pietro, veduti di notte, suffusi d'ombre e di silenzio!
All'improvviso, l'orologio suon le dieci, con vibrazione cos lenta e cos forte che pareva nessun rintocco d'ore pi solenne e pi definitivo fosse mai caduto in un infinito d'ombra pi fosca e pi imperscrutabile.
Immobile in mezzo allo spazio, Pietro sussult in tutte le fibre del suo povero essere affranto.
E che? Soltanto tre quarti d'ora aveva parlato, lass, col bianco vegliardo che gli aveva strappata tutta l'anima sua?
Poich era lo schianto finale, l'ultima fede strappata al cervello, al cuore insanguinato.
L'esperienza suprema era fatta, un mondo intero era andato in sfacelo in lui.
Ad un tratto pens a monsignor Nani, riflettendo che lui solo aveva avuto ragione. Gliel'avevano pur detto che finirebbe col fare quello che monsignor Nani voleva, e si avvedeva ora con stupore di averlo fatto.
Ma una disperazione improvvisa lo assalse, un'angoscia cos atroce che dal fondo dell'abisso di tenebre in cui era sepolto, alz le braccia frementi nel vuoto e parl ad alta voce:
- No, no! Tu non sei qui, o Dio di vita e d'amore, o Dio di salvezza! Non sei qui... Deh! vieni dunque e mostrati, poich i figli tuoi si struggono dal dolore di non sapere n chi sei, n dove sei, nell'infinito dei mondi!
Sopra la piazza immensa si allargava l'immenso cielo di fosco velluto turchino, e il muto e imperturbabile infinito in cui palpitavano le costellazioni.
Il Carro pareva si fosse capovolto ancor pi sulla tettoia del Vaticano, con le sue ruote d'oro come deviate dal retto cammino, col timone d'oro per aria; mentre laggi, sopra Roma, dalla parte di via Giulia, Orione stava per sparire, non mostrando gi pi che una sola delle tre stelle d'oro che fregiavano il suo balteo celeste.
...
.
...
15.
...
.
...
Pietro non si era assopito che all'alba, affranto dall'emozione, ardendo di febbre.
Appena tornato al palazzo Boccanera nella notte tenebrosa, aveva ritrovato l'atroce nudit della morte di Dario e di Benedetta.
E verso le nove, quando si fu destato ed ebbe fatto colazione, volle scendere subito all'appartamento del cardinale, dove avevano esposte le salme dei due amanti, perch la famiglia, gli amici, i clienti potessero recar loro un tributo di lagrime e di preghiere.
Mentre faceva colazione, Vittorina che non si era coricata, sempre energicamente operosa nella sua disperazione, gli aveva riferito i casi della notte e della mattina.
Donna Serafina, da puritana che rispetta le convenienze, aveva fatto un nuovo tentativo per separare le due salme.
Quella donna nuda che, morta, chiudeva in abbraccio cos stretto quell'uomo senza vesti, feriva tutti i suoi pudori. Ma non era pi possibile ? la rigidit cadaverica era sopravvenuta ? e quello che non si era fatto al primo momento non poteva pi venir tentato senza una orribile profanazione.
Il loro amplesso d'amore era cos potente che, per staccarli l'uno dall'altra, si sarebbero dovute lacerare le carni e spezzare le membra.
Ed il cardinale, che aveva gi vietato di turbare il loro sonno, la loro unione d'eternit, aveva quasi litigato colla sorella. Sotto la tonaca da sacerdote egli apparteneva alla sua stirpe, orgoglioso delle passioni di altri tempi, degli amori eroici ed impetuosi, dei bei colpi di daga, dicendo che, se la sua famiglia vantava due papi, era anche illustrata da capitani illustri e da illustri amanti.
Non permetterebbe mai che si toccassero quei due fanciulli, cos puri nella loro dolorosa esistenza ed uniti solo dalla tomba.
Egli era il padrone nel suo palazzo, li farebbe cucire nello stesso drappo, porre nello stesso feretro.
L'uffizio funebre si darebbe poi a San Carlo, la chiesa vicina, di cui egli aveva il titolo cardinalizio e dove era ancora il padrone.
Ed, in caso, ricorrerebbe perfino al papa. Tale era il suo volere supremo, cos fieramente espresso, che tutti in casa avevano dovuto inchinarsi, senza una parola, n un gesto.
Allora, donna Serafina si era occupata delle ultime cure.
Secondo l'uso, le persone di servizio erano presenti, e Vittorina aveva aiutato la famiglia, come la domestica pi vecchia di casa e pi cara.
Avevano dovuto limitarsi a ravvolgere i due amanti coi capelli sciolti di Benedetta, i capelli fragranti e folti come un manto regale; poi li avevano rivestiti di un solo drappo di seta bianca, stretto al collo, che faceva di essi una persona sola nella morte.
Ed il cardinale aveva imposto di portargli gi nel suo appartamento, di adagiarli sopra un letto di gala, in mezzo alla sala del trono, per rendere un omaggio supremo a quei due ultimi rampolli del nome, quei fidanzati tragici, con cui la gloria, un giorno sfolgorante dei Boccanera, spariva sotterra.
Donna Serafina si era subito adattata a quel parere, giudicando poco decente che la nipote, sebbene morta, fosse veduta in quella camera, sul letto di un giovane. La storia circolava gi, opportunamente modificata; l'improvviso decesso di Dario, rapito in poche ore da una febbre infettiva, il forte dolore di Benedetta, che era spirata sul suo cadavere, stringendolo per l'ultima volta fra le braccia, e gli onori regali che si rendevano ad entrambi e le loro belle nozze funeree, adagiati l'uno accanto all'altra, sullo stesso giaciglio di eterno riposo.
Tutta Roma, rimescolata da quella storia d'amore e di morte, non doveva discorrere d'altro durante due settimane.
Pietro sarebbe partito la sera stessa per la Francia nella sua fretta di lasciare quella citt di disastro, dove era destinato a perdere l'ultimo raggio di fede. Ma, volendo aspettare le esequie, aveva protratto la partenza fino alla sera dell'indomani.
E tutto quel giorno doveva passarlo ancora in quel palazzo cadente, accanto a quella morta che aveva tanto amata, tentando di ritrovare per lei delle preghiere, in fondo al suo cuore vuoto ed infracidito.
Quando si ritrov davanti all'appartamento di gala del cardinale, ricord il primo giorno in cui vi si era presentato.
Era la stessa sensazione di antica pompa principesca, nella rovina e nella polvere del passato. Le porte delle tre immense antisale erano spalancate, e le sale erano ancora vuote, sotto gli alti soffitti scuri, per l'ora mattutina.
Nella prima, quella dei servitori, non vi era che Giacomo, in piedi ed immobile, nella livrea nera, rimpetto all'antico cappello rosso, appiccato sotto al baldacchino, colle nappe semiconsumate, fra re quali i ragni tessevano la loro tela.
Nella seconda, quella in cui stava altre volte il segretario, l'abate Paparelli, il caudatario che disimpegnava anche l'uffizio di maestro di camera, aspettava i visitatori camminando a brevi passi silenziosi; e non era mai apparso pi simile ad una zitellona vecchissima in gonna nera, fatta scialba e grinzosa da pratiche di piet troppo severe, con la sua umilt invadente, il suo losco contegno di onnipotenza ossequiosa.
Finalmente nella terza anticamera, l'anticamera nobile, dove la berretta, posta sopra una credenza, faceva riscontro al ritratto maestoso del cardinale in costume di gala, il segretario don Vigilio aveva lasciato il tavolo dove scriveva di solito per mettersi alla porta della sala del trono, salutando con un inchino le persone che la varcavano.
Ed in quella tetra mattina d'inverno, quelle sale apparivano pi tetre, pi squallide, coi parati in brandelli, i pochi mobili coperti di polvere, le vecchie imposte che si sbricciolavano sotto il continuo lavoro dei tarli, i soffitti soli serbando il loro fastoso splendore di dorature e di affreschi trionfali.
Ma quello che colpiva specialmente Pietro, a cui l'abate Paparelli aveva fatto un profondo inchino, con un'esagerazione da cui trapelava l'ironia di una specie di congedo dato al vinto, era la grandiosit malinconica di quelle tre vaste sale in rovina che conducevano, quel giorno, a quella sala del trono, trasmutata in cappella ardente ? quella sala dove dormivano i due ultimi rampolli della casa.
Che pompa stupenda e desolata della morte, tutte le grandi porte aperte, tutto il vuoto di quelle stanze troppo grandi, abbandonate dalla folla di un tempo, che metteva capo ora al lutto supremo della fine di una stirpe!
Il cardinale si era chiuso nel suo piccolo studio in cui riceveva i membri della famiglia, gli intimi a cui premeva di porgergli le loro condoglianze, mentre, dal canto suo, donna Serafina aveva scelto una camera vicina per aspettarvi le dame sue amiche, di cui la sfilata durerebbe fino a sera.
E Pietro, a cui Vittorina aveva dato delle informazioni sul cerimoniale, dovette decidersi ad entrare direttamente nella sala del trono, salutato di nuovo da un profondo inchino di don Vigilio, che, pallido e muto, non mostr neppure di ravvisarlo.
Una sorpresa aspettava il prete: si era immaginata una cappella ardente, la notte completa, delle centinaia di ceri accesi attorno ad un catafalco, in mezzo alla sala, parata di addobbi neri.
Gli avevano detto che le salme erano esposte col, perch l'antica cappella del palazzo, a pianterreno, era chiusa da cinquant'anni e fuor d'uso, e la piccola cappella privata del cardinale era troppo angusta per una cerimonia simile. Si era quindi dovuto improvvisare un altare nella sala del trono, dove le messe si succedevano fino dall'alba.
Quelle messe si dovevano d'altronde dire tutto il giorno anche nella cappella privata, e si erano anche posti altri due altari, l'uno in una cameretta attigua all'anticamera nobile, l'altro in una specie di alcova che dava sulla seconda anticamera: e per tal modo dei preti, dei francescani, dei frati appartenenti agli Ordini poveri, celebrerebbero senza interruzione ed in pari tempo il sacrifizio divino su quei quattro altari.
Il cardinale voleva che il sangue divino non cessasse neppure per un attimo di scorrere in casa sua per la redenzione delle due anime dilette che avevano preso il volo insieme.
Nel palazzo in lutto, attraverso alle sale funebri, il tintinno dei campanelli dell'elevazione non si interrompeva mai, il bisbiglio misterioso delle parole latine non taceva mai, le ostie si spezzavano, i calici si vuotavano continuamente, senza che Dio potesse per un attimo solo distogliersi da quell'afa opprimente da cui spirava la morte.
E Pietro, stupito, trov la sala del trono come l'aveva veduta nel giorno della sua prima visita.
Non avevano nemmeno calato le tende delle quattro grandi finestre; la luce dell'alba invernale penetrava scarsa scialba e fredda.
Sotto il soffitto a cassettoni scolpiti e dorati si vedeva lo stesso addobbo rosso, un broccatello a grandi palme logorato dal tempo e l'antico trono, il seggiolone voltato verso il muro, nella vana attesa del papa che non veniva pi. Soltanto l'altare improvvisato accanto al trono, mutava un poco l'aspetto di quella sala, tutta sgombra dai mobili, sedili, tavole, mensole.
Poi, in mezzo, sopra un lieve rialzo, appariva il letto di gala su cui Dario e Benedetta giacevano sotto una pioggia di fiori.
Due ceri, uno per parte, ardevano al capezzale del letto ? null'altro. E non v'era altro sfoggio che di fiori, una tal esuberanza di fiori che non si poteva comprendere in qual giardino chimerico si fosse raccolta quella messe, sopratutto delle rose bianche, dei fasci di rose sul letto, dei fasci di rose tutt'intorno che coprivano il gradino del letto, traboccando da ogni dove fin sullo stupendo mosaico della sala.
Pietro s'era accostato al letto, col cuore tremante per emozione profonda.
Quei due ceri, di cui la fioca luce del mattino spegneva quasi le fiammelle gialle, quel continuo mormorio soffocato della mesta nenia, quell'acuto profumo di rose che rendeva l'aria afosa, mettevano una tristezza infinita, un lamento di lutto senza limite nell'immensa sala antica e polverosa.
E non un gesto, non un sussurro: null'altro, tratto tratto, che un lieve scoppio di singhiozzi soffocati tra le persone raccolte l dentro.
Dei servi di casa si davano continuamente il cambio, quattro rimanendo sempre al capezzale, ritti, immobili, come delle guardie familiari e fedeli.
Di quando in quando l'avvocato concistoriale Morano, che dalla mattina in poi si occupava di tutto, attraversava la sala, frettoloso, con passo cauto.
E tutti quelli che entravano venivano ad inginocchiarsi sul gradino, pregando, piangendo.
Pietro vi scorse tre signore con la faccia sepolta nel fazzoletto. Vi stava anche un vecchio prete, tremante di dolore, ed a testa bassa, cosicch non si poteva vederne il volto. Ma Pietro fu particolarmente commosso dall'aspetto di una ragazza, poveramente vestita, che prese per una serva, una ragazza prostrata da tal dolore che giaceva in terra come un misero avanzo di catastrofe e di patimento.
Allora anche lui si inginocchi, e tent di ritrovare, col balbetto professionale delle labbra, il latino delle preghiere consacrate, cos spesso dette da lui come sacerdote al capezzale dei moribondi.
L'emozione crescente gli turbava la memoria, egli veniva meno nello spettacolo mirabile e tremendo dei due amanti, di cui gli sguardi non potevano pi staccarsi l'uno dall'altra.
Sotto la pioggia delle rose le due salme si distinguevano appena nel loro abbraccio, ma le due teste emergevano, strette al collo dal sudario di seta. E come erano belle ancora, d'una bellezza di passione esaudita, posando entrambe sullo stesso guanciale, confondendo la seta dei loro capelli!
Benedetta aveva il volto divinamente ridente, amoroso e fedele per l'eternit, esaltata dal gaudio di aver dato l'ultimo respiro in un bacio d'amore.
Dario rimaneva pi doloroso nella delizia suprema, come il marmo della pietra funeraria che le innamorate stringono invano in inutile amplesso.
Ed avevano ancora gli occhi spalancati, si affisavano ancora con quegli occhi, continuavano a guardarsi senza posa, nella soavit di una carezza che nulla pi doveva turbare.
Dio eterno! Era dunque vero che egli l'aveva amata, quella Benedetta, d'un amore cos puro, cos scevro da ogni idea di possesso!
Pietro si sentiva turbato fin nelle pi intime latebre, dal ricordo delle ore dilettose passate accanto a lei nell'intimit d'una amicizia dolce quanto l'amore.
Era cos bella, cos casta, cos accesa di passione! Ed egli stesso aveva fatto un cos bel sogno; animare della sua fiamma di fraternit redentrice quella creatura mirabile, indolente, in apparenza, ma con anima di fuoco, in cui rivedeva l'antica Roma che avrebbe voluto destare e conquistare per l'Italia del domani.
Sognava di ammaestrarla, di arricchirle il cuore e la mente, ispirandole l'amore dei poveri e degli umili, la vivida onda di piet moderna per le cose e per gli esseri.
Adesso quel sogno lo avrebbe fatto sorridere se non fosse stato intriso da tante lagrime. Come s'era mostrata graziosa, lei, sforzandosi di accontentarlo, nonostante gli ostacoli invincibili di razza, di educazione, di ambiente che le impedivano di tener dietro al suo concetto!
Era una discepola docile, ma inetta al progresso. Un giorno per gli era sembrato che si ravvicinasse a lui, come se il dolore le avesse aperto l'animo a tutte le carit. Poi era venuta l'illusione della vita felice ed essa non aveva pi potuto intendere la miseria altrui, si era spenta nell'egoismo delle speranze e delle gioie sue proprie.
Era dunque scritto, oh Dio! che quella stirpe, condannata a sparire, dovesse finir cos bella, cos adorata, ma chiusa all'amore altrui, alla legge di carit e di giustizia che pu sola, regolando il lavoro, salvare il mondo?
Poi un altro impeto di disperazione invase Pietro, lasciandolo senza voce, a balbettare delle preghiere confuse.
Ripensava al colpo di fulmine che aveva portato via i due fanciulli in una rivincita immensa della natura.
Che derisione l'aver promesso alla Vergine di non donare la propria verginit che al marito eletto, aver sanguinato per quel giuramento come sotto un cilicio durante la vita intera, per gettarsi fra le braccia dell'amante nell'ora della morte, pazza pel rammarico, nella vana bramosa di darsi tutt'intera!
E Benedetta s'era data coll'impeto di una protesta estrema, ed era bastato il fatto brutale della separazione imminente per farle ravvisare il suo errore, per ricondurla all'istinto dell'amore universale.
Anche questa volta, la Chiesa era vinta; il gran Pane, seminatore di germi, radunava le coppie col suo gesto perenne di fecondit. Se all'epoca del Rinascimento, la Chiesa non era caduta in rovina sotto l'assalto delle Veneri e degli Ercoli dissepolti dal vecchio suolo romano, la lotta si perpetuava per sempre, senza posa, tenace, ed ogni giorno i popoli novelli, esuberanti di possa vitale, affamati di vita, in guerra contro una religione che non era che un appetito di morte, minacciavano di distruggere il vecchio edifizio cattolico, di cui le mura rovinavano gi da tutte le parti.
Ed in quel momento Pietro ebbe l'impressione che la morte di quell'adorabile Benedetta era il supremo disastro per lui: la guardava sempre, e calde lagrime gli bruciavano gli occhi. Essa portava via con s la sua chimera.
Come il giorno prima, al Vaticano, davanti al papa, egli sentiva la rovina della sua ultima speranza: la resurrezione tanto invocata della vecchia Roma in una Roma di giovent e di salvezza.
Questa volta era la fine davvero: Roma la cattolica, la principesca era morta, distesa, come un marmo, su quel letto funereo. Ella non aveva potuto volgersi agli umili, agli infelici di questa terra ed era spirata nel grido impotente della sua passione egoistica, quando era troppo tardi per amare e generare.
Non avrebbe mai figliuolanza; la vecchia casa romana era vuota omai, sterile, senza possibilit di risveglio. Pietro, cui la morta carissima lasciava l'anima vedova, in lutto di un sogno cos grandioso, provava un tal dolore nel vederla immobile e gelata, che si sent venir meno.
Era la luce livida, stellata dalle macchie gialle dei due ceri, che gli appannava la vista; era il profumo delle rose, fatto grave nell'aria di morte, che lo penetrava di una specie di ubbriachezza, era il sordo bisbiglio dell'uffiziante, che gli metteva quel ronzo nel cervello, che gli impediva di ritrovare le sue preghiere?
Ebbe paura di cadere sul gradino, e, alzandosi con stento, si ritir in disparte.
Poi, mentre si rifugiava nel vano di una finestra per rimettersi, ebbe lo stupore di trovarvi Vittorina, seduta sopra una panchina, semi-nascosta. Per ordine di donna Serafina, vigilava da quel cantuccio sui cari ragazzi, come li chiamava, esaminando tutte le persone che entravano ed uscivano. E, vedendo il giovane prete cos pallido, in procinto di svenire, lo esort subito a sedere.
- Ah! ? disse lui con voce molto sommessa, dopo aver dato un lungo sospiro ? voglia il cielo che essi abbiano almeno la gioia di essere riuniti altrove, di rivivere un'altra vita, in un altro mondo!
Ella si strinse leggermente nelle spalle, rispondendo a bassa voce anche lei:
- Oh! rivivere, signor abate, a che scopo? Quando si  morti, credetemi, il meglio ancora  di esser morti, e di dormire. Quei poveri ragazzi hanno patito abbastanza quaggi, non bisogna augurare che tornino daccapo altrove.
Quelle parole cos ingenue e cos profonde d'illetterata senza fede, fecero passare un brivido per le ossa di Pietro. Pensare che di notte egli aveva cos spesso battuto i denti pel terrore, all'improvvisa evocazione del nulla!
Quella donna, che non era turbata da nessuna idea d'eternit e d'infinito, gli sembrava eroica. Ah! se tutti avessero avuta quella placida irreligione, quella noncuranza cos viva e cos allegra del popolino incredulo di Francia, qual pace improvvisa si sarebbe diffusa fra gli uomini, qual vita felice!
Ed essa, avvedutasi del suo fremito, soggiunse:
- Cosa volete mai che vi sia dopo la morte? Si  meritato davvero di dormire, ed  ancora quello che v'ha di pi desiderabile e di pi consolante. Se Dio dovesse premiare i buoni e punire i cattivi, avrebbe troppo da fare. E' possibile, via, un giudizio simile? Il bene ed il male non si trovano in ognuno e cos misti, che il meglio sarebbe ancora di assolvere tutti quanti?
- Ma ? mormor lui ? quei due ragazzi, cos amabili, non hanno vissuto; perch non confortarsi col credere che possano rivivere, rimunerati altrove dei loro dolori, in un abbraccio eterno?
Di nuovo ella croll il capo.
- No, no! lo dicevo io, la mia povera Benedetta aveva torto di martirizzarsi con idee dell'altro mondo, rifiutandosi all'innamorato che desiderava tanto. Per conto mio, se avesse voluto, glie l'avrei condotto in camera, l'amante, e senza sindaco e senza curato! E' cos rara la felicit! Se ne sente tanto rammarico poi, quando  troppo tardi!... Ed ecco tutta la storia dei nostri poveri cari. Non sono pi in tempo ora, sono morti, e, per quanto si mettano gli innamorati nelle stelle, quando sono morti, vedete, lo sono davvero, e l'abbracciarsi non conta pi nulla per loro.
Le lagrime la riprendevano: ruppe in singhiozzi.
- Poveri ragazzi. Poveri ragazzi! Dire che non hanno avuto neppure una notte di piacere, e che adesso  venuta per loro la lunga notte che non ha fine! Guardateli, come sono bianchi! E pensate a quel momento in cui non resteranno sul guanciale che le ossa delle loro teste e che le ossa delle loro braccia soltanto si stringeranno! Ah! no,  meglio che dormano! che dormano! Almeno non sanno pi nulla, non sentono pi nulla!
Un lungo silenzio si diffuse.
Pietro, nel brivido del suo dubbio, nel suo desiderio ansioso di una seconda vita, la guardava, quella donna, che aveva antipatia pei curati, e che serbava la sua schiettezza da buona contadina della Beauce, con un aspetto cos placido e cos pago del dovere compiuto nella sua umile condizione di serva, smarrita da venticinque anni in un paese di lupi, di cui non aveva nemmeno potuto imparare la lingua.
Oh, s! era ventura essere come lei, avere il suo equilibrio da creatura savia e limitata che si accontentava della terra e si coricava pienamente soddisfatta alla sera, quando aveva compito l'assunto della giornata, salvo a non destarsi pi.
Ma Pietro, nel riportare gli sguardi verso il letto funereo, aveva riconosciuto il vecchio prete, inginocchiato sul gradino e di cui non aveva potuto discernere i lineamenti perch teneva la testa bassa.
- Non  l'abate Pisoni, il curato di Santa Brigida, dove ho detto alcune messe? Ah! pover'uomo! come piange.
Vittorina rispose colla sua voce pacata e dolente:
- Ne ha ben d'onde. Ha fatto un bel colpo in verit, il giorno in cui gli  venuto in mente di maritare la mia povera Benedetta col conte Prada. Non sarebbero accaduti tanti orrori se le avessero dato subito il suo Dario, povera bambina! Ma sono tutti matti colla loro politica in questa stupida citt; e Pisoni, che  un cos buon uomo, credeva di aver fatto un vero miracolo e salvato il mondo, maritando il papa col re, come diceva col suo dolce riso da vecchio erudito che non ha mai amato altro che i vecchi sassi; sapete bene, le loro anticaglie, le loro idee patriottiche di centomila anni fa. E vedete: oggi si stempera in lacrime. Anche l'altro  venuto venti minuti fa, il padre Lorenza, il gesuita, quegli che  stato il confessore della contessina dopo l'abate Pisoni, e che ha disfatto quello che l'altro aveva combinato. S, un brav'uomo, un bell'azzeccagarbugli, un altro guastafeste, con tutte le complicazioni subdole che ha messo nella storia del divorzio... Avrei voluto che foste qui per vedere il modo con cui ha fatto un gran segno di croce, dopo essersi inginocchiato! Non ha pianto lui, ah! no, e pareva che volesse dire che, dal momento che le cose finivano cos male, significava che Dio si era ritirato da tutta quella faccenda. Peggio pei morti! Parlava piano, senza interruzione, quasi trovasse un conforto nello sfogarsi dopo le ore terribili di baraonda e di apprensione che aveva vissuto.
- E questa? ? riprese anche pi piano ? non la ravvisate, dunque?
Indicava con uno sguardo la fanciulla poveramente vestita che egli aveva presa per una serva, e che un dolore, una disperazione infinita avevano gettata in terra, davanti al letto.
Essa aveva rialzato la testa in un impeto di spasimo delirante, una testa di bellezza impareggiabile, sepolta fra la pi stupenda capigliatura nera.
- La Pierina! ? disse Pietro ? Povera creatura!
Vittorina fece un gesto di piet e di tolleranza.
- Che volete? le ho permesso di salire... Non so come abbia potuto sapere la sventura. E' vero che gironza sempre attorno al palazzo. E m'ha fatta chiamar gi e bisognava udire come mi supplicava, come mi scongiurava, singhiozzando, di lasciarle vedere ancora una volta il suo principe!... Dio mio, non fa male a nessuno, l, in terra, guardandoli entrambi coi suoi begli occhi da innamorata, pieni di lagrime. E' l da mezz'ora; mi ero proposto di farla uscire se non si conduceva bene. Ma, dal momento che  cos buona, e non si muove neppure, resti pur l, vi resti e si sazi il cuore per tutta la vita!
Ed era, in verit, uno spettacolo sublime vedere quella Pierina, quella creatura di ignoranza, di amore e di bellezza, fulminata, annichilita cos, ai piedi del letto nuziale dove i due amanti, abbracciati nella morte, dormivano la prima e sempiterna loro notte d'amore.
Accoccolata sui talloni, lasciava ricadere le braccia affrante, con le palme aperte; ed il suo viso immobile, come irrigidito in un'estasi d'agonia, si volgeva alla coppia tragica ed adorabile, da cui non staccava lo sguardo. N mai volto umano era apparso pi bello, di uno splendore pi sfolgorante di spasimo e d'amore, con la fronte da regina, le guancie piene di grazia altera, la bocca di perfezione divina.
A che pensava, di che soffriva, affissando cos il suo principe, chiuso per sempre fra le braccia della rivale? Era una gelosia senza possibilit di fine che le agghiacciava il sangue nelle vene? Od era piuttosto il dolore di averlo perduto, di dirsi che lo vedeva per l'ultima volta, senza odio verso quell'altra donna, che tentava invano di riscaldarlo colle sue carni, gelide come quelle di lui? I suoi occhi soffusi di pianto, restavano dolci e le sue labbra serbavano la loro tenerezza. Li trovava cos belli, cos puri sotto quella pioggia di fiori! E nella sua bellezza, nel suo sfolgoro da regina, inconsapevole della propria grandezza, rimaneva l, muta, come un'umile serva, come una schiava innamorata, di cui i padroni hanno schiantato e portato seco loro il cuore nella morte.
Adesso delle persone entravano senza posa, con passo lento, con fisonomia di lutto, s'inginocchiavano, pregavano per alcuni momenti, poi uscivano colla stessa mossa mesta e desolata.
E Pietro sent una stretta al cuore vedendo giungere in quel modo la Madre di Dario, la sempre bella Flavia, accompagnata decorosamente dal marito, il bel Giulio Laporte, l'ex-sergente della guardia svizzera, di cui essa aveva fatto un marchese di Montefiore.
Saputa la morte di Dario era venuta la sera precedente. Ma tornava in aria di cerimonia, in gran lutto, stupenda fra tutto quel nero che si addiceva alla sua maest da Giunone un po' impinguata.
Quando si fu avvicinata al letto in atto da regina, rest in piedi per un momento, con sulle ciglia due lagrime che non se ne staccavano. Poi, mentre stava per inginocchiarsi, si assicur che Giulio le stava al fianco e gl'impose con un'occhiata di inginocchiarsi anche lui. Entrambi piegarono il capo sull'orlo del gradino, rimanendo in preghiera durante il tempo giusto, lei molto dignitosa ed affranta, lui ancor pi perfetto di attitudine, in una disperazione da uomo che non  fuor di posto in nessuna circostanza della vita, nemmeno la pi grave. Poi si rialzarono entrambi e sparvero dalla porta degli appartamenti dove il cardinale e donna Serafina ricevevano la famiglia e gli intimi.
Cinque signore entrarono in fila, mentre due cappuccini e l'ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede uscivano.
E Vittorina, che taceva da alcuni minuti, riprese ad un tratto:
- Ah! ecco la principessina;  molto afflitta, lei che amava tanto la nostra Benedetta!
Infatti Pietro vide Celia che entrava, in lutto anch'essa, per quella visita di terribile addio. Dietro di lei, la cameriera che l'accompagnava teneva su ogni braccio un enorme fascio di rose bianche.
- Cara bambina! ? mormor la donna ? lei che voleva che le sue nozze con Attilio venissero celebrate contemporaneamente a quelle dei due poveri morti che riposano l! Sono loro che li hanno preceduti: le hanno gi celebrate le loro nozze: dormono gi la loro prima notte!
Subito Celia s'inginocchi, facendo il segno della croce. Ma era visibile che non pregava; guardava i due cari amanti, nello stesso stupore disperato di vederli cos bianchi, cos freddi, d'una bellezza di marmo.
E che? Poche ore erano trascorse e la vita era svanita e quelle labbra non si bacerebbero mai pi! Li rivedeva ancora nella festa dell'altra sera, cos sfolgoranti, cos trionfanti di vivido amore! Una protesta sdegnosa saliva dal suo giovine cuore aperto alla vita, avido di gioia e di sole, ribelle alla morte.
E quello sdegno, quel raccapriccio, quel dolore di fronte al nulla, in cui ogni passione si agghiaccia, si palesavano sul viso ingenuo di giglio candido, non ancora sbocciato. Non s'era mai letto mistero pi imperscrutabile nella sua bocca d'innocenza, dalle labbra chiuse sui denti bianchi, nei suoi occhi d'acqua sorgiva, chiara e senza fondo: ? il mistero della vita di passione che ignorava ed in cui entrava, urtandosi sulla soglia in quei due morti teneramente amati, di cui la perdita le metteva l'anima in tempesta.
Pian piano, essa chiuse gli occhi, e tent di pregare, mentre delle grosse lagrime le piovevano dalle palpebre chiuse.
Scorse un momento cos nel silenzio lugubre, turbato solo dal lieve mormoro della messa vicina. Finalmente Celia si alz, e si fece dare dalla donna i due mazzi di rose bianche che voleva porre ella stessa sul letto.
In piedi sul gradino, esit, e fini col metterli a destra ed a sinistra del cuscino su cui riposavano le due teste, come se le avesse coronate di quei fiori, mescolandoli ai loro capelli, profumando le loro giovani fronti di quel profumo cos acuto e cos dolce. Ma rimasta a mani vuote, non se andava, restava l muta, accanto al letto, china su di loro, tremando e cercando che cosa potrebbe dire ai suoi cari, che ricordo di s potrebbe lasciar loro per sempre.
E trov, si chin ancora pi, pose, con tutta l'anima sua profonda da innamorata, due lunghi baci sulla fronte gelida dello sposo e della sposa.
- Ah! che brava bambina! ? disse Vittorina. ? Avete veduto, li ha abbracciati, e nessuno ancora ci aveva pensato, neppure la madre. Ah! che buon cuoricino! Certo ha pensato al suo Attilio in quel momento.
Ma nel voltarsi per scendere il gradino, Celia scorse Pierina, sempre semi-arrovesciata nel suo muto e doloroso atto di adorazione. La riconobbe e s'impietos, specialmente quando la vide presa da cos forti singhiozzi che tutta la sua persona, le sue anche ed il suo seno da Dea sussultavano nella scossa. Quella disperazione amorosa la rimescol come un disastro in cui tutto il resto spariva. E Pietro e Vittorina udirono che diceva, a mezza voce, con accento di piet infinita:
- Calmatevi, calmatevi, cara... Ve ne prego, siate pi ragionevole.
Poi, siccome la Pierina, colpita di vedersi compianta e soccorsa, singhiozzava pi forte, al punto da suscitare uno scandalo, Celia la rialz e la sorresse fra le braccia per tema che cadesse in terra. E la condusse via in un abbraccio fraterno, come una sorella di tenerezza e di dolore; la fece uscire dalla sala, prodigandole le pi dolci parole.
- Andate un po' a vedere che cosa ne  di loro ? disse Vittorina a Pietro. ? Per conto mio non voglio muovermi di qui. Quei cari ragazzi, mi tranquillizza il vegliarli fino all'ultimo!
Un altro frate, un cappuccino, cominciava un'altra messa all'altare improvvisato, e di nuovo la sorda salmodia latina risuon, mentre giungeva dalla sala vicina lo scampanellare dell'elevazione, con l'indistinto ronzo della messa detta l accanto.
Il profumo dei fiori cresceva, si faceva pi acuto, d'una soavit inebbriante, in mezzo all'afa immobile e tetra che incombeva sulla vasta sala. In fondo, i servi restavano immobili, come per un gran ricevimento.
E davanti al letto di gala, presso cui i due pallidi ceri mettevano le loro stelle, continuava tristamente la processione di lutto, donne, uomini, che per un momento venivano meno, soffocati dall'emozione, poi se ne andavano, portando via l'indimenticabile visione dei due amanti tragici, addormentati nel loro sonno eterno.
Pietro raggiunse Celia e Pierina nell'anticamera nobile, dove stava don Vigilio. Avevano portato col, in un angolo, i sedili della sala del trono, e la principessina aveva costretto l'operaia a sedere in una poltrona per rimettersi un poco. Era in estasi davanti a lei, meravigliata di trovarla cos bella, la pi bella di tutte le donne, come ella diceva.
Poi riparl dei due cari morti, che le erano sembrati molto belli anch'essi, di una bellezza splendida e di effetto straordinario.
Ne rimaneva profondamente ammirata fra le sue lagrime. Il prete venne a sapere, facendo discorrere la Pierina, che Tito, suo fratello, era all'ospedale, in grave pericolo, per una terribile coltellata al fianco, e dal principio dell'inverno in poi la miseria era cresciuta e si era fatta terribile ai Prati di Castello.
Tutti avevano dei grandi dolori, e quelli che la morte portava via, dovevano rallegrarsene. Ma Celia respingeva la sofferenza e la morte stessa con un gesto di speranza invincibile.
- No, no, bisogna vivere. E per vivere, cara, basta essere belli... Suvvia, cara, non restate pi qui, non piangete, vivete per la gioia di essere bella.
La condusse via, e Pietro rimase in uno dei seggioloni, invaso da tale tristezza e lassitudine che non avrebbe pi voluto muoversi. Don Vigilio, in piedi, continuava a salutare di una riverenza ogni visitatore. Durante la notte aveva avuto un accesso di febbre, ed era ancora agitato da brividi, molto giallo, con gli occhi ardenti e irrequieti. E volgeva continue occhiate a Pietro, quasi si struggesse dalla smania di parlargli: ma il terrore di essere veduto dall'abate Paparelli, attraverso alla porta spalancata dell'anticamera vicina, lottava probabilmente contro quel desiderio, perch in pari tempo non cessava di spiare il caudatario. Finalmente questi dovette allontanarsi per un momento, e don Vigilio si avvicin al prete:
- Avete veduto Sua Santit iersera?
Stupefatto, Pietro lo guard.
- Oh! si sa ogni cosa, ve l'ho pur detto... E che avete fatto? Avete puramente e semplicemente ritirato il vostro libro, eh?
Lo stupore crescente del prete gli diede la conferma voluta, prima che egli avesse il tempo di rispondere.
- Lo imaginavo, ma mi premeva di averne la certezza... Ah! come riconosco in tutto questo la loro opera! Mi credete adesso, siete convinto che quando non avvelenano, soffocano?
Parlava probabilmente dei gesuiti. Sporse il capo con cautela per assicurarsi che l'abate Paparelli non era di ritorno.
- E monsignor Nani che v'ha detto?
- Scusate ? rispose infine Pietro ? non ho ancora veduto monsignor Nani.
- Ah! credevo... E' passato da questa sala, prima che veniste. Se non lo avete veduto nella sala del trono vuol dire che si  recato presso Sua Eminenza e donna Serafina per salutarli. Ripasser certamente di qui, lo vedrete.
Poi, con la sua amarezza da debole, sempre terrorizzato e vinto:
- Ve lo avevo pronosticato, eh? che finireste col fare quello che voleva lui.
Ma gli parve di udire il lieve calpesto dell'abate Paparelli, e torn rapidamente al suo posto, salutando colla solita riverenza due vecchie signore che si presentavano. E Pietro, che rimaneva seduto, affranto, con gli occhi semichiusi, vide la figura di Nani sorgere finalmente davanti a lui, nella realt della sua intelligenza e del suo machiavellismo supremo. Ricordava quello che, nella famosa notte delle confidenze, don Vigilio gli aveva detto di quell'uomo, troppo scaltro per lasciarsi contrassegnare da un abito impopolare, prelato affascinante del resto, che conosceva a fondo la societ merc le sue funzioni nella nunziatura ed al Sant'Uffizio, uomo che entrava in tutto, che aveva dei documenti su tutto, una delle teste pi capaci, uno dei cervelli pi potenti del moderno esercito nero, di cui l'opportunismo vuol ricondurre il secolo alla Chiesa.
E, all'improvviso, gli balenava la luce completa, comprendeva mediante qual tattica scaltra e mirabile quell'uomo lo avesse condotto all'atto che voleva ottenere dal suo libero arbitrio apparente: il ritiro puro e semplice del suo libro.
Era anzitutto un senso di vivo dispetto nell'udire che si perseguitava quel volume, un timore subitaneo che quella incriminazione spingesse l'autore esaltato a qualche spiacevole atto di ribellione; ed era il piano stabilito, le informazioni assunte sul conto di quel giovane prete, capace di uno scisma, la spinta data alla sua venuta a Roma, l'invito fattogli di abitare in un palazzo antico, dove le mura stesse lo agghiaccierebbero e lo istruirebbero.
Da allora in poi, erano gli ostacoli sempre risorgenti, in modo da prolungare il suo soggiorno, impedendo in pari tempo che vedesse il papa, promettendo di fargli avere l'udienza tanto desiderata, quando ne fosse giunta l'ora, dopo averlo fatto girare dappertutto, averlo fatto urtare contro tutti gli antagonismi, da monsignor Fornaro al padre Dangelis, dal cardinale Sarno al cardinale Sanguinetti.
E, finalmente, era l'udienza a cui lo preparavano da tre mesi, ed a cui giungeva, scosso dalle cose e dagli uomini, stanco, scorato, ripreso da tutti i suoi dubbii; l'udienza, la visita al papa, che compiva in lui la morte del suo sogno.
Adesso rivedeva Nani col suo sorriso scaltro, i suoi occhi chiari da astuto diplomatico, che si divertiva a fare un esperimento ? l'udiva ripetergli, colla sua voce leggermente ironica, che quei ritardi sarebbero stati una vera grazia della Provvidenza, permettendogli di riflettere, di comprendere; che sarebbero stati una scuola, un ammaestramento che gli avrebbe risparmiato molte colpe.
E lui che giungeva animato da caldo fervore di apostolo, anelando alla lotta, protestando che non ritirerebbe mai il suo libro!
Non era quella la pi fine ed accorta delle diplomazie, e la pi profonda, infrangere cos il suo sentimento contro alla sua ragione, facendo appello alla sua intelligenza perch sopprimesse, senza lotta scandalosa, l'opera falsa ed inutile da lei prodotta, non appena quell'intelligenza si sarebbe reso conto, di fronte alla Roma reale, della stoltezza ridicola che vi era nel sogno di una Roma novella?
In quel momento Pietro scorse monsignor Nani che veniva dalla sala del trono, e non prov l'irritazione ed il rancore che si aspettava. Anzi, si sent felice quando il prelato, avendolo veduto anche lui, si avvicin e gli prese la mano.
Ma Nani non sorrideva come al solito: aveva l'aspetto molto grave e dolorosamente abbattuto.
- Ah! caro figliuolo, che spaventosa catastrofe! Esco dalla camera di Sua Eminenza, che  in lagrime. E' atroce,  atroce!
Sedette sopra uno dei sedili, invitando il prete a riprendere il suo posto e rimase silenzioso per alcuni minuti, rifinito dall'emozione probabilmente, avendo bisogno di alcuni minuti di riposo, sotto il peso delle riflessioni che mettevano un'ombra sul suo volto sereno. Poi, con un gesto, parve che volesse allontanare quella nube, e ritrov la sua amabile cortesia.
- E cos, caro figliuolo, avete veduto Sua Santit?
- S, monsignore, iersera, e vi ringrazio della somma bont con cui avete secondato il mio desiderio.
Nani lo guardava fisso, mentre un invincibile sorriso risaliva alle sue labbra.
- Mi ringraziate... Vedo bene che avete messo giudizio, sottomettendovi interamente ai piedi di Sua Santit. Ne ero certo; non speravo meno dalla vostra bella intelligenza. Mi rendete felicissimo, perch godo di constatare che non mi ero ingannato sul conto vostro.
Si abbandonava raggiante:
- Non ho mai discusso con voi. A che pro? Dal momento che vi erano i fatti per convincervi. Ed ora che avete ritirato il vostro libro, una discussione sarebbe ancora pi inutile... Riflettete per altro che, se fosse in vostro potere di ricondurre la Chiesa ai suoi primordi, a quella comunit cristiana di cui avete fatto una pittura cos squisita, la Chiesa non potrebbe che rinnovare le sue evoluzioni sulla via in cui Dio l'ha gi condotta una prima volta ? cosicch, in capo allo stesso numero di secoli, essa si ritroverebbe precisamente al punto in cui si trova oggi... No! Dio sa quello che fa; la Chiesa come esiste attualmente, deve governare il mondo come esiste, ed a lei sola tocca il sapere come finir per stabilire su salde basi il suo regno quaggi. Ed ecco perch la guerra mossa da voi al potere temporale  una colpa imperdonabile, un delitto, perch spogliando il papato del suo dominio, voi lo abbandonate alla merc dei popoli... La vostra religione novella non  altro che lo sfacelo definitivo di qualsiasi religione, l'anarchia morale, la libert dello scisma, la distruzione insomma dell'edifizio divino, quel cattolicismo secolare, cos portentoso per forza e saviezza, che finora  bastato da s alla salvezza degli uomini, e che pu solo salvarli e domani e sempre.
Pietro si avvide che era sincero e pio, di una fede veramente incrollabile, amando la Chiesa da figlio riconoscente e convinto che essa era il pi bello degli ordinamenti sociali, l'unico anzi che potesse dare la felicit agli uomini. Se voleva governare il mondo era certamente per la gioia imperiosa del governo, ma in pari tempo per la certezza che nessuno lo governerebbe meglio di lui.
- Oh! certo, si pu discutere sui mezzi, e per conto mio li voglio affabili ed umani quanto possibile; voglio la conciliazione col secolo il quale sembra che ci sfugga di mano appunto per un semplice malinteso fra noi e lui. Ma lo riconquisteremo, ne sono certo... Ed ecco perch sono cos contento, caro figliuolo, di vedervi rientrato nell'ovile, convertito alla nostra opinione e pronto ad unirvi a noi nella lotta, non  vero?
Il prete ritrovava in quelle parole tutti gli argomenti di Leone tredicesimo. Non volendo rispondere direttamente, poich, sebbene scevro d'ira ormai, sentiva ancora spasimare la piaga del suo sogno svanito, fece un nuovo inchino, parlando lentamente per dissimulare cos l'amaro tremito della sua voce.
- Vi ripeto, monsignore, i miei ringraziamenti per avermi con mano cos destra da perfetto chirurgo operato delle mie illusioni. Quando non soffrir pi ve ne serber una gratitudine eterna.
Monsignor Nani continuava a guardarlo col suo sorriso. Comprendeva benissimo che quel giovane prete resterebbe in disparte, che era una forza viva perduta per la Chiesa, e che l'indomani farebbe probabilmente qualche altra pazzia.
Ma il prelato doveva limitarsi all'avviso datogli per riparare la prima, senza poter prevedere l'avvenire. Fece un gesto gentile come per dire che ogni giorno bastava al suo cmpito.
- Mi permettete di concludere, caro figliuolo? ? disse infine. ? Abbiate giudizio; la vostra felicit di uomo e di sacerdote sta nell'essere umile. Sarete terribilmente sventurato se vi valete contro Iddio della mirabile intelligenza che Iddio v'ha dato.
Poi, con un altro gesto, parve che scartasse quell'affare, ormai finito, di cui non c'era pi da occuparsi. E si rannuvol per l'altro affare, quello che si chiudeva anch'esso, cos tragicamente, colla morte fulminea di quei due poveri fanciulli, addormentati l nella sala vicina.
- Ah! ? riprese ? quella povera principessa, quel povero cardinale, mi hanno straziato il cuore! Catastrofe pi crudele non  mai calata sopra una casa... No, no,  troppo! la sventura va troppo oltre, l'anima se ne sdegna.
Ma in quel punto venne un suono di voci dalla seconda anticamera, e Pietro ebbe la sorpresa di veder passare il cardinale Sanguinetti, accompagnato da Paparelli, che raddoppiava di ossequiosit.
- Se Vostra Eminenza vuol avere la somma bont di seguirmi, la condurr io stesso.
- Sicuro, sono arrivato iersera da Frascati, e, saputa la triste notizia, ho voluto portar subito l'espressione dei miei rammarichi ed i miei conforti.
- Vostra Eminenza degni indugiare un momento presso le salme e la condurr poi fino da Sua Eminenza.
- Va bene; desidero che si sappia la parte immensa che prendo al lutto che colpisce questa casa illustre.
Sparve nella sala del trono e Pietro rest stupefatto di quella tranquilla audacia. Certo non lo accusava di una complicit diretta con Santobono, e non ardiva neppure misurare fino a che punto giungesse la sua complicit morale. Ma, vedendolo a passare cos, con la fronte alta, la faccia cos franca, aveva avuto la certezza subitanea che egli sapeva tutto. Mediante chi?
Questo non avrebbe potuto dirlo. Probabilmente, come in quel retroscena tenebroso, i delitti vengono sempre risaputi da chi ha interesse a conoscerli.
E rimaneva agghiacciato dal modo altero con cui quell'uomo si presentava, forse per stornare i sospetti, certo per fare un atto di savia politica, dando al rivale una testimonianza pubblica di stima e di affetto.
- Il cardinale, qui! ? ecco le parole che non seppe trattenere.
Monsignor Nani, il quale seguiva l'ombra dei pensieri negli occhi infantili di Pietro, dove si leggeva ogni sua impressione, finse di fraintendere il significato di quella esclamazione.
- S, infatti, ho saputo che era tornato a Roma iersera. Non ha voluto assentarsi pi a lungo, il Santo Padre stando meglio e potendo aver bisogno di lui.
Sebbene avesse profferito quelle parole con un'aria di innocenza perfetta, Pietro non rest illuso nemmeno per un istante.
Ed avendolo guardato negli occhi, indovin dal suo sguardo che anche lui sapeva tutto.
All'improvviso, la cosa gli appariva nella complicazione tremenda, nella ferocia che le aveva dato il destino. Nani, da lungo tempo intimo dei Boccanera, non era privo di cuore, ed amava certamente Benedetta di un amore pieno di ammirazione per tanta grazia e tanta bellezza.
Si poteva spiegare in tal modo il trionfo merc cui aveva fatto ottenere l'annullamento del matrimonio. Ma, secondo don Vigilio, quel divorzio ottenuto a prezzo d'oro, e sotto la pressione delle influenze pi famigerate, era uno scandalo che egli aveva tirato in lungo sulle prime, poi precipitato verso una soluzione clamorosa all'unico scopo di nuocere alla fama del cardinale, allontanandolo dalla tiara, nel momento in cui si reputava prossimo il conclave.
E, d'altronde, sembrava cosa certa che il cardinale Boccanera, intransigente, senza nessuna diplomazia, non poteva essere il candidato di Nani, cos destro, cos proclive alla concordia universale; cosicch il lungo lavoro di quest'ultimo in casa, pur cooperando alla felicit della cara contessina, non era stato che la distruzione lenta ed ininterrotta del fervido sogno ambizioso di Boccanera e di sua sorella ? il sogno di quel terzo papa trionfale che la loro antica prosapia doveva dare alla Chiesa. Senonch Nani, anche avversando il cardinale, anche combattendo per brev'ora a pro di Sanguinetti, e concentrando in lui le sue speranze, non si era mai immaginato che si potesse andare fino al delitto, fino a quella turpitudine di un veleno che sbaglia indirizzo e colpisce degli innocenti. No, no, era troppo, come diceva, e l'anima se ne sdegnava. Egli si serviva di armi pi miti, una brutalit simile gli ripugnava; ed il suo viso, cos roseo e cos fresco, serbava ancora la severit dell'ira segreta, di fronte al cardinale in lacrime ed a quei due miseri amanti fulminati.
Pietro, credendo che il cardinale Sanguinetti fosse tutt'ora il candidato segreto di Nani, rimaneva preoccupato dalla triste curiosit di sapere fino a che punto giungesse la complicit morale di quest'ultimo in quel caso atroce.
Riprese la conversazione.
- Si dice che Sua Santit sia in freddo con Sua Eminenza il cardinale Sanguinetti. Naturalmente il papa regnante non pu vedere di buon occhio il papa futuro.
Monsignor Nani sorrise un momento colla massima franchezza.
- Oh! il cardinale  andato in collera e si  riconciliato tre o quattro volte col Vaticano. Ad ogni modo non  il caso che il Santo Padre manifesti una gelosia postuma; sa che pu far ottima accoglienza a Sanguinetti.
Poi, rimpiangendo di aver esternato cos una convinzione, si corresse.
- Dico per celia; Sua Eminenza  perfettamente degna dell'alta fortuna che le  forse riserbata.
Ma Pietro sapeva ormai che il cardinale Sanguinetti non era pi il candidato di monsignor Nani.
Probabilmente questi trovava che aveva sfatato il suo prestigio col rivelare delle ambizioni troppo impazienti, e fors'anche lo giudicava troppo pericoloso per le alleanze equivoche che aveva concluse con tutte le societ, persino colla giovine Italia patriottica.
E la situazione si rischiarava; Sanguinetti e Boccanera che si laceravano, si sopprimevano l'un l'altro, l'uno, sempre occupato di raggiri, non indietreggiando davanti a nessuna transazione, sognando di riconquistare Roma per la via delle elezioni: l'altro, immobile e rigido nella sua intransigenza, scomunicando il secolo ed aspettando solo da Dio il miracolo che doveva salvare la Chiesa.
Perch non lasciare che quelle due teorie, messe di fronte, si distruggessero a vicenda, mediante quello che avevano in s di pericoloso e di eccessivo?
Se Boccanera era sfuggito al veleno, restava colpito per dal tragico caso, impossibile come candidato ormai, ucciso da quella storia di cui si bisbigliava in tutta Roma: e, se Sanguinetti poteva credersi finalmente liberato da un pericoloso rivale, non si avvedeva che, nel colpirlo, colpiva anche s stesso, che rovinava la sua candidatura, rivelando una smania del potere, cos poco scrupolosa nella scelta dei mezzi e cos minacciosa per tutti.
Monsignor Nani era visibilmente beato: n l'uno, n l'altro, il terreno libero, la storia dei due lupi leggendarii, che si erano aggrediti e divorati senza che si potesse ritrovarne neppure la coda.
E dai suoi occhi chiari, da tutta la sua persona piena di riserbo, non spirava che un mistero formidabile sul candidato definitivamente prescelto e protetto dall'esercito onnipotente di cui egli era uno dei capi pi scaltri. Un uomo simile non si ritirava mai dal campo, e aveva sempre una soluzione pronta.
Chi dunque, chi doveva essere il papa del domani?
Ma Nani si era alzato e si congedava cordialmente dal giovane prete.
- Caro figliuolo, non  probabile che io vi riveda, vi auguro il buon viaggio.
Per non si allontanava, continuando a fissar Pietro col suo sguardo acuto e penetrante, e gli accenn di sedere nuovamente, prendendo una seggiola anche lui.
- Dite un po', appena tornato in Francia, andrete senza dubbio, dal cardinale Bergerot... Vi prego di richiamarmi rispettosamente alla sua memoria. L'ho conosciuto un pochino, quando  venuto qui, pel cappello. E' uno dei pi alti luminari del clero francese... Ah! se una intelligenza come quella volesse cooperare alla concordia della nostra Santa Chiesa! Sventuratamente temo che egli abbia certe prevenzioni di razza e di ambiente, per cui non ci aiuta in tutte le occasioni.
Sorpreso di udirlo a parlare cos del cardinale, per la prima volta e nell'ultimo momento, Pietro lo ascoltava in curiosit. Poi non fece pi complimenti e rispose colla massima franchezza:
- S, Sua Eminenza ha delle opinioni molto irremovibili su la nostra vecchia Chiesa di Francia. Cos, per esempio, professa un vero orrore pei gesuiti...
Nani lo interruppe con un'esclamazione sommessa. E la sua fisonomia aveva l'espressione pi sinceramente stupita, pi schietta che si potesse vedere.
- Come, ha orrore dei gesuiti? Forse che si possono conoscere i gesuiti? Non ve ne sono pi; appartengono alla storia antica, i gesuiti! Ne avete forse veduti a Roma? Vi hanno disturbato forse quei poveri gesuiti, che non hanno neppur pi un sasso su cui posare la testa?... Eh! via,  ora di mettere da parte quello spauracchio, una vera ragazzata!
Pietro lo guardava anche lui stupito della sua disinvoltura, della sua audacia tranquilla in un argomento cos scottante.
Nani non abbassava gli occhi, lasciando che il giovane gli leggesse in volto come in un libro di verit.
- Ah! se intendete per gesuiti i preti assennati, i quali, invece d'impegnare con la societ moderna delle lotte sterili e pericolose, si studiano di ricondurla umanamente nel grembo della Chiesa, allora, Dio mio! siamo tutti pi o meno gesuiti, perch sarebbe una pazzia non tener conto dell'epoca in cui si vive. Oh! non bado alle parole, d'altronde! Siamo gesuiti, se volete! S, gesuiti!
Sorrideva di nuovo, del suo bel sorriso cos arguto, in cui vi era tanta ironia e tanta intelligenza.
- Ebbene! Quando vedrete il cardinale Bergerot, ditegli che  irragionevole quello che fanno in Francia, perseguitando i gesuiti, trattandoli come nemici del paese. Le cose sono ben diverse: in realt i gesuiti parteggiano per la Francia, poich sono fautori della ricchezza, della forza e del coraggio. La Francia  l'unica illustre nazione cattolica che sia rimasta in piedi oggi, come potenza suprema, l'unica in cui il Papato possa un giorno trovare un valido appoggio. Quindi il Santo Padre, dopo aver sognato un momento di ottenere quell'appoggio dalla Germania vittoriosa, ha stretto alleanza con la Francia, la vinta di ieri, conscio che all'infuori di lei non vi era salvezza per la Chiesa. Ed in questo non ha seguto altra politica che quella dei gesuiti, di quegli abbominevoli gesuiti che il vostro Parigi abborre. Ripetete poi al cardinale Bergerot, ve lo raccomando, quanto sarebbe lodevole che egli lavorasse alla pacificazione, facendo comprendere alla vostra Repubblica qual torto abbia rifiutandosi a dare maggior appoggio al Santo Padre nella sua opera di conciliazione. Ella ostenta di considerarlo ancora come un ente senza importanza, e questo  un errore pericoloso per un governo, poich se il papa oggi non esercita pi nessuna azione politica, resta tuttavia un'immensa forza morale, che pu, in qualunque momento, far insorgere le coscienze e promuovere delle agitazioni religiose di un'importanza incalcolabile. E' lui che dispone dei popoli, poich dispone delle anime, e la Repubblica agisce con somma leggerezza, contro il suo interesse medesimo, mostrando di non saperlo... E ditegli, finalmente, che  una vera piet vedere come quella Repubblica scelga i suoi vescovi, quasi cercasse volontariamente di indebolire l'episcopato. All'infuori di poche eccezioni felici, i vostri vescovi sono menti inette e quindi i vostri cardinali riescono povere teste, non hanno nessuna influenza qui, e non vi rappresentano nessuna parte. Ah, che triste figura farete al prossimo conclave! Perch dunque trattare con odio cos stolto e cos cieco i padri gesuiti che in politica vi sono amici? Perch non far tesoro del loro zelo intelligente, pronto a servirvi, per assicurarvi, merc loro, l'aiuto del papa di domani? Quell'aiuto vi occorre, bisogna che quel papa continui in Francia l'opera di Leone tredicesimo, quell'opera cos mal giudicata, cos avversata, che si cura poco dei piccoli risultati dell'oggi, ma lavora specialmente per l'avvenire, per l'unit di tutti i popoli nella loro santa madre, la Chiesa... Ditelo, mi raccomando, al cardinale Bergerot: ditegli che stia con noi, poich, lavorando per noi, lavora pel proprio paese. Il papa di domani! Ma tutta la questione  l! Guai alla Francia se nel papa di domani non trova un continuatore di Leone tredicesimo!
Si alz di nuovo, e questa volta si dispose ad andarsene. Non si era mai sfogato in quel modo e cos a lungo. Ma certamente non aveva detto che quello che voleva dire, per uno scopo noto a lui solo, e con una lentezza, una dolcezza energica, in cui si sentiva che ogni parola era maturata e pesata anticipatamente.
- Addio, caro figliuolo, ve lo dico ancora una volta: riflettete su tutto quello che avete veduto ed udito qui a Roma, abbiate giudizio e non vi rovinate la vita.
Pietro fece un inchino e strinse la manina grassa e morbida che il prelato gli stendeva.
- Monsignore, vi ringrazio ancora una volta della vostra bont, e vi prego di credere che non scorder nulla di quanto ho veduto nel mio viaggio.
Lo guard come spariva nella sua sottana finissima, col suo passo leggero e conquistatore che credeva di avviarsi a tutte le vittorie dell'avvenire. Oh! no! non scorderebbe nulla di quello che aveva veduto nel suo viaggio!
Egli la conosceva, quell'unit di tutti i popoli nella loro santa madre, la Chiesa, quel servaggio temporale, in cui la legge di Cristo diverrebbe la dittatura di Augusto, signore del mondo.
Ed in quanto ai gesuiti, ah! non dubitava che amassero la Francia, la primogenita della Chiesa, l'unica che potesse aiutare la madre nella riconquista della sovranit universale: ma l'amavano come i neri stormi delle cavallette amano le messi su cui calano per divorarle.
Una tristezza infinita gli gelava di nuovo il cuore nella intuizione che gli artefici del dolore e del disastro in quel vecchio palazzo colpito dal fulmine, di quel lutto e quello sfacelo, fossero unicamente loro, sempre loro.
E per l'appunto, voltandosi, scorse don Vigilio, poggiato alla credenza, rimpetto al gran ritratto del cardinale, con la faccia tra le mani, quasi volesse annientarsi, sparire per sempre, battendo i denti con un brivido in tutta la persona, brivido di terrore pi che di febbre. In quel momento in cui non compariva pi nessun visitatore soggiaceva ad una crisi di disperazione e di terrore, incapace di reagire pi a lungo.
- Dio giusto? Che vi accade? ? domand Pietro, facendosi avanti. ? Siete ammalato, posso soccorrervi?
Ma don Vigilio si turava gli occhi, soffocando, balbettando tra le mani che premeva sul volto. E non gli sfugg che il solito grido sommesso di spavento:
- Ah! Paparelli, Paparelli!
- Che cosa? Che vi ha fatto? ? chiese il prete, sorpreso.
Allora il segretario si scopr la faccia, vinto ancora una volta dal bisogno pauroso di confidarsi a qualcuno.
- Come? Che cosa mi ha fatto? Non indovinate dunque nulla, non vedete nulla? Avete notato il modo con cui si  impadronito del cardinale Sanguinetti per condurlo da Sua Eminenza? Condurre a Sua Eminenza, in un momento simile, quel rivale sospettato ed abborrito, che audacia insolente! E pochi minuti prima avete constatato con qual perfida ipocrisia ha licenziato una vecchia dama, amica da lunghi anni, che non chiedeva altro che di baciare le mani a Sua Eminenza, offrendogli un po' di tenerezza sincera che avrebbe fatto tanto bene a quel misero uomo? Vi dico che egli  il padrone qui, aprendo e chiudendo la porta a suo capriccio, che ci tiene tutti fra le sue dita, come il pizzico di polvere che si getta al vento!
Pietro si preoccup vedendolo cos giallo e cos fremente.
- Andiamo, andiamo, amico mio, esagerate.
- Esagero? Sapete quello che  accaduto questa notte, la scena a cui ho assistito senza volerlo? No, eh! Ebbene, ve lo dico.
Raccont che donna Serafina, il giorno prima, quando era tornata per piombare in quella spaventosa catastrofe, aveva gi l'anima esulcerata dalle pessime notizie ricevute al Vaticano, dove, sia presso il cardinale segretario, che dai prelati suoi amici, aveva acquistata la certezza che la posizione di suo fratello era in grave pericolo: che egli si era creato dei nemici sempre pi numerosi nel Sacro Collegio, a tal punto che la sua elezione al trono pontificio, probabile l'anno precedente, sembrava impossibile ormai. Il sogno della sua vita si dileguava all'improvviso, e l'ambizione da lei sempre accarezzata, giaceva in frantumi ai piedi. Come? Perch? Si era informata con disperazione dei motivi, ed aveva risaputo una serie di errori, di atti burberi del cardinale, di manifestazioni inopportune, delle genti offese con una parola, un atto, insomma un contegno cos provocante che poteva quasi sembrare che lo si fosse assunto a bella posta per guastare le cose.
Ed ella ravvis, con aumento di dolore, in ognuna di quelle colpe, qualche sbaglio biasimato o sconsigliato da lei, che suo fratello si era impuntato a commettere sotto la tacita influenza dell'abate Paparelli, quel caudatario cos umile, cos infimo, in cui ella intuiva una potenza nefasta, che distruggeva la sua cos vigile e devota influenza. Quindi, nonostante il lutto che gravava sulla casa, ella non aveva voluto frapporre indugio alla punizione del traditore, tanto pi che l'antica sua amicizia col terribile Santobono, la storia del canestro di fichi, passato dalle mani del curato a quelle di Paparelli, l'agghiacciavano di un sospetto che evitava persino di mettere in chiaro.
Ma, alle sue prime parole, alla sua richiesta formale di scacciare il traditore, si era urtata contro una resistenza ostinata ed invincibile.
Il fratello non aveva voluto ascoltarla, preso da uno di quegli impeti d'ira tempestosa di cui la violenza annichiliva tutto, dicendo che essa aveva un gran torto ad incriminare un sant'uomo cos pio, cos modesto, accusandola di fare come i suoi nemici, i quali, dopo avergli ucciso monsignor Gallo, procuravano di avvelenare il suo affetto per quel povero pretucolo senza importanza.
Dichiarava che quelle storie erano turpi invenzioni e protestava che continuerebbe a serbarsi Paparelli, non fosse che per mostrare quanto disprezzasse quelle calunnie.
Ed essa era stata costretta a tacere.
Qui don Vigilio, ripreso dai brividi, si copr di nuovo il volto colle mani.
- Ah! Paparelli, Paparelli!
Balbettava delle invettive sommesse; oh! che laido ipocrita, fingente modestia ed umilt, che spia abbietta incaricata di vedere ogni cosa, di ascoltare ogni cosa, di pervertire ogni cosa, insetto immondo e distruttore, padrone delle pi nobili prede, che divorava la criniera del leone ? il gesuita, il vero gesuita, servo e tiranno, in tutto il suo orrore codardo, nelle sue opere infami di canaglia trionfante!
- Calmatevi, calmatevi ? ripeteva Pietro, il quale, pur facendo la tara all'esagerazione delirante, era invaso egli stesso dal brivido di quel mistero formidabile, dallo sgomento delle cose minacciose ed indistinte di cui sentiva il brulicho in fondo alle tenebre.
Ma don Vigilio, dacch era stato in procinto di mangiare quei terribili fichi, dacch il fulmine gli era caduto vicino, aveva serbato quel tremito, quello smarrimento che nulla pi poteva calmare.
Anche solo, in letto, di notte, colla porta chiusa a chiave, era preso da vivi terrori, che lo spingevano a nascondersi sotto le lenzuola, soffocando delle grida, come se degli uomini dovessero penetrare per strozzarlo.
Riprese, anelante, con voce fioca, come all'uscire da una lotta:
- Ve lo dicevo io, la sera in cui abbiamo discorso in camera vostra, chiusi a doppia mandata... Io avevo torto di parlarvi apertamente di loro, di sfogarmi, raccontandovi di che cosa sono capaci. Ero certo che lo risaprebbero e vedete infatti che lo hanno risaputo ed hanno voluto uccidermi... Guardate! In questo momento stesso ho torto di dirvi tutto questo, perch lo sapranno, e questa volta il loro colpo non andr fallito... Ah!  finita, sono morto; questa casa illustre che credevo cos sicura, sar la mia tomba.
Pietro risentiva una piet profonda per quell'ammalato, di cui il cervello era visitato da incubi che gli struggevano la misera vita, torturandola con le ansie del suo delirio di persecuzione.
- Ma, in tal caso, fuggite, fuggite! Non restate qui, venite in Francia, od in qualsiasi altro luogo.
Stupefatto, don Vigilio lo guard, calmandosi per un momento.
- Fuggire: a che scopo? In Francia ci sono loro. In qualsiasi luogo ci sono. Ci sono dovunque: per quanto fuggissi sarei pur sempre con loro, da loro... No, no, preferisco restar qui ? tanto fa morir qui subito, se Sua Eminenza non pu difendermi.
Alz sul ritratto in costume di gala, dove il cardinale risplendeva in sottana d'amoerro rosso, uno sguardo di supplicazione ineffabile, in cui balenava un ultimo raggio di speranza.
Ma la crisi torn, lo scosse, lo travolse nelle strette di un folle delirio.
- Lasciatemi, lasciatemi, ve ne scongiuro... Non mi fate parlare. Ah! Paparelli, Paparelli! Se tornasse, se ci vedesse, se mi udisse... Non parler pi, mai pi, mi legher la lingua; me la taglier. Lasciatemi dunque! Vi dico che mi uccidete! Egli torner e sar la mia morte! Andate, oh per carit, andate!
E don Vigilio si volse verso il muro come per schiacciarvi la faccia, per murarsi la bocca in un silenzio sepolcrale e Pietro si decise a lasciarlo, temendo di provocare un accesso pi grave se si ostinava a soccorrerlo.
Nella sala del trono Pietro si ritrov in mezzo al tremendo, irreparabile lutto della casa.
Una messa teneva dietro all'altra, delle messe continue, di cui il mormorio di preghiera saliva senza fine ad implorare la misericordia celeste, perch accogliesse con benignit le due anime care che avevano preso il volo.
E nell'odore morente delle rose che appassivano, davanti alle due stelle impallidite dei ceri, egli pens allo sfacelo supremo di quella stirpe.
Dario era l'ultimo del nome: con lui sparivano quei Boccanera, cos ardenti, di cui il nome aveva popolato la storia.
Si comprendeva l'amore del cardinale, in cui l'orgoglio del nome era l'unico peccato, per quell'esile giovanetto, l'ultimo della razza, l'unico rampollo merc cui il vecchio ceppo potesse rinverdire, e se tanto lui che donna Serafina avevano voluto il divorzio, poi il matrimonio, era stato pi che pel desiderio di far cessare lo scandalo, per la speranza che da quei due bei ragazzi nascesse una nuova e forte prosapia, i cugini essendo decisi a rifiutare qualunque matrimonio per appartenersi.
Ed oggi, l sul letto di gala, giaceva con loro, in mortale amplesso infecondo, l'ultima spoglia, il misero avanzo di una cos lunga serie di principi magnifici, prelati e capitani, avanzo che la tomba stava per inghiottire. Era finita: nulla nascerebbe da una vecchia zitella che non era pi donna, da un vecchio sacerdote che aveva cessato di esser uomo.
Restavano faccia a faccia entrambi, sterili come due quercie rimaste nell'antica selva scomparsa, quercie di cui il crollo lascerebbe la pianura affatto nuda e squallida.
E che dolore impotente il sopravvivere, e che miseria il dirsi che si  alla fine di tutto, che si porta via seco tutta la vita, tutte le speranze del domani!
Nel sussurro delle messe, nell'odore sempre pi lieve delle rose, nel pallido lume dei due ceri, Pietro sentiva ora lo sfacelo di quel lutto, il grave pondo della pietra che ricadeva per sempre sopra una famiglia sparita, sopra un mondo scomparso.
Comprese che, come intimo di casa, doveva salutare donna Serafina ed il cardinale, e si fece introdurre subito nella camera vicina, dove la principessa riceveva.
La trov molto pallida, molto triste, tutta abbrunata, in un seggiolone, da cui si alzava ogni momento, con mesta dignit, per rispondere al saluto di ciascuna delle persone che entravano. Ed essa ascoltava le condoglianze, senza rispondere parola, in attitudine rigida, vincendo il dolore fisico.
Ma lui che aveva imparato a conoscerla, indovinava dai lineamenti contratti, dagli occhi vitrei, dalla bocca amara, il terribile disastro interno, lo sfacelo accaduto in lei, senza speranza di rimedio.
Non solo la sua stirpe era spenta, ma suo fratello non sarebbe mai papa, quel papa che essa aveva sperato di far eleggere merc la sua devozione, la sua rinunzia di donna che dava la mente ed il cuore a quel sogno, e le sue cure, le sue sostanze e tutta la sua vita naufragata di sposa e di madre.
Fra tante rovine, era forse per la delusione di quel sogno ambizioso che ella sanguinava di pi.
Si alz pel giovine prete, suo ospite, come si alzava per gli altri, ma essa riusciva a mettere delle gradazioni speciali perfino nel suo modo di alzarsi, ed egli si avvide perfettamente di essere rimasto ai suoi occhi il pretucolo francese, l'infimo servo, ultimo tra i domestici di Dio, dal momento che non aveva nemmeno saputo arrivare al titolo di prelato.
E rimase in piedi davanti a lui per un momento, per cortesia, quando si mise nuovamente a sedere dopo aver accolto la sua riverenza con un lieve cenno del capo.
Nessun suono, nessuna parola turbava la pace tetra della camera. Per vi si trovavano quattro o cinque signore, sedute anch'esse in una immobilit muta e assoluta.
Ma quello che lo colp maggiormente fu di scorgere il cardinale Sarno, uno dei pi vecchi amici di casa, colla persona gracile e la spalla sinistra pi alta della destra, sprofondato e quasi coricato in fondo ad una poltrona, con le palpebre chiuse.
Vi si era dimenticato sulle prime, dopo aver fatto le sue condoglianze; poi aveva preso sonno, vinto dal profondo silenzio, dal tepore afoso dell'aria; e tutti rispettavano il riposo. Pensava egli, in quel sopore, a quella carta di tutta la cristianit, che era impressa nel suo cranio basso di espressione ottusa?
Continuava, in sogno, dietro la faccia scialba da vecchio funzionario, che un mezzo secolo di gretta burocrazia ha inebetito, il suo terribile cmpito di conquista, la terra assoggettata e governata dal fondo del suo buio studio della Propaganda?
Gli sguardi delle signore si fissavano su di lui, commossi e rispettosi; gli si rimproverava alle volte dolcemente di aver lavorato troppo, si vedeva un eccesso di genio e di zelo in quella sonnolenza che lo afferrava dappertutto da qualche tempo.
E Pietro non doveva recar seco altra imagine di quell'Eminenza onnipotente che quella d'un vecchio rifinito che riposava dall'emozione d'un lutto, dormendo come un vecchio ragazzo candido, senza che si potesse sapere se quel torpore era il principio del rimbambimento, oppure la stanchezza di una notte impiegata a far regnare Iddio su qualche continente remoto.
Due signore presero commiato, altre tre entrarono.
Donna Serafina si alz, salut, poi riprese la sua attitudine impalata col busto eretto, la faccia dura e piena di disperazione. Il cardinale Sarno continuava a dormire.
Allora Pietro si sent venir meno, preso da una specie di vertigine, col cuore palpitante in forte battito. Fece un inchino ed usc. Poi, passando nella sala da pranzo per recarsi allo studio dove il cardinale Boccanera riceveva, si trov di fronte all'abate Paparelli, che custodiva la porta con cura gelosa.
Quando il caudatario l'ebbe annusato, gli parve di non potergli negare il varco. D'altronde non v'era nulla da temere, quell'intruso ripartendo l'indomani, battuto ed umiliato.
- Desiderate di vedere Sua Eminenza? Va bene, va bene... Fra un momento, aspettate!
E trovando che si avvicinava troppo alla porta lo respinse all'altro canto della stanza, probabilmente pel timore che potesse afferrare una parola.
- Sua Eminenza  ancora chiusa col cardinale Sanguinetti... Aspettate, aspettate l.
Infatti il cardinale Sanguinetti era rimasto per lungo tempo in ginocchio presso le due salme.
Poi aveva protratto la sua visita a donna Serafina perch si vedesse bene quanta parte prendeva alla disperazione della famiglia. Ed ora si trovava, da pi di dieci minuti, col cardinale, senza che si udisse altro attraverso all'uscio che, tratto tratto, il bisbiglio delle loro voci.
Ma Pietro, ritrovando Paparelli, venne subito afferrato dal ricordo di quello che don Vigilio gli aveva riferito. Lo guardava, cos grosso, gonfiato da pinguedine malsana, col viso flaccido, sformato dalle rughe, simile a quaranta anni, nella sua sottana sudicia, ad una vecchissima zitella che il celibato avesse ridotta ad una specie d'otre semivuota.
E stupiva. Come mai il cardinale Boccanera, quel principe orgoglioso che portava la testa cos alta nell'incrollabile superbia del suo nome, poteva egli lasciarsi influenzare e sopraffare da un essere cos atrocemente brutto, che trasudava a tal punto la vilt e lo schifo? O non era piuttosto quella decadenza fisica della creatura, quella profonda umilt morale che lo avevano colpito sulle prime, ed affascinato poi, come delle qualit straordinarie di salvezza che egli non possedeva? Quell'essere lo schiaffeggiava nel suo orgoglio, nella sua bellezza.
Lui, che non era cos deforme, che non riusciva a domare la sua sete di gloria, doveva esser giunto, per uno sforzo di fede, ad invidiare quella creatura infinitamente umile ed infinitamente brutta; e ad ammirarla, a subirla come una forza superiore di penitenza, di annichilimento umano, che doveva fargli spalancare davanti le porte del cielo.
Chi potr mai dire l'ascendente che il mostro ha sull'eroe, che il santo, coperto di insetti immondi e diventato un oggetto d'orrore, assume sui potenti del mondo, nel loro spavento di pagare le gioie terrene con le fiamme eterne? Ed era veramente il leone divorato dall'insetto, tanta forza e tanto splendore distrutti dall'invisibile.
Ah! essere come quell'anima bella, cos sicura del paradiso, imprigionata per suo bene in un corpo immondo! Avere la beata umilt di quell'intelligenza, di quel teologo valentissimo, che si flagellava colle verghe ogni mattina ed acconsentiva a non essere che l'infimo dei preti!
In piedi, affondando nella pinguedine livida, l'abate Paparelli sorvegliava Pietro con gli occhietti grigi, ammiccanti fra le mille pieghe della sua faccia. E questi cominciava a risentire un certo malessere, chiedendosi che cosa potessero mai dirsi quelle Eminenze, chiuse da cos lungo tempo insieme.
Che abboccamento quello di quei due uomini se Boccanera sospettava in Sanguinetti il vescovo che aveva Santobono fra i suoi clienti! Che audacia serena nell'uno l'aver corso il rischio di presentarsi, e che forza d'animo nell'altro, che impero sopra di s stesso, in nome della santa religione, l'evitare lo scandalo, tacendo ed accettando la visita come una semplice dimostrazione di stima e di affetto! Ma che potevano mai dirsi? Come sarebbe stato interessante vederli l'uno rimpetto all'altro, udire il loro scambio di parole diplomatiche, adatte ad un simile convegno, mentre l'anima loro ruggiva di odio frenetico!
Ad un tratto, la porta si riaperse, il cardinale Sanguinetti riapparve, colla faccia tranquilla, non pi rossa che al solito, anzi un pochino scolorita, e serbando la pi giusta misura nella tristezza che riputava conveniente di mostrare.
Soltanto i suoi occhi irrequieti, sempre in moto, tradivano in lui la gioia di essere liberato da un impegno molto pesante, in realt. Se ne andava, pieno di speranza, riputandosi ormai il solo papa possibile.
L'abate Paparelli si precipit verso di lui.
- Se Vostra Eminenza vuol avere la bont di seguirmi, la riaccompagner.
E, volto a Pietro:
- Potete entrare, ora.
Pietro li guard sparire, l'uno cos umile dietro l'altro cos trionfante. Poi entr e vide subito, in mezzo allo studio, angusto e senz'altri mobili che una tavola e tre seggiole, il cardinale Boccanera, ancora in piedi, nell'attitudine nobile e superba presa da lui per salutare Sanguinetti, il rivale al trono, l'uomo temuto ed abborrito. Ed era evidente che anche Boccanera, pieno di speranza, si credeva l'unico papa possibile, quello che il Conclave di domani doveva eleggere.
Ma quando, richiusa la porta, vide quel giovane prete, suo ospite, che aveva assistito alla morte dei suoi due cari figliuoli, addormentati per sempre nella sala vicina, il cardinale fu ripreso da un'emozione ineffabile, una debolezza inaspettata, in cui tutta la sua energia and sommersa.
Era la rivincita dell'umanit, ora che il rivale non poteva pi vederlo. Vacill come un vecchio albero che tentenna sotto l'accetta, e si abbandon sopra una seggiola, rompendo all'improvviso in alti singhiozzi.
E Pietro volendo, secondo il cerimoniale, baciare lo smeraldo che portava all'anulare, egli lo rialz, e, facendolo sedere immediatamente davanti a lui, balbett con voce rotta:
- No, no, caro figliuolo, sedete qui, ed aspettate... ve ne prego, lasciatemi un momento: mi scoppia il cuore.
Singhiozzava fra le mani giunte, non potendo frenarsi, non potendo ricacciare quel dolore in fondo al petto, con le dita ancora robuste che premeva sulle guancie e sulle tempie.
Allora le lacrime salirono anche agli occhi di Pietro, che rivisse l'orrenda catastrofe, turbato nelle pi intime latebre dal pianto di quel vecchio augusto, quel santo e quel principe cos altero, abituato a padroneggiarsi, e che non era pi che un povero essere, sopraffatto dall'agonia e dallo spasimo, smarrito e debole come un fanciullo.
Soffocato anche lui dai singhiozzi, volle per porgere le sue condoglianze, e studi le buone parole atte a recare qualche conforto a quella disperazione.
- Scongiuro l'Eminenza Vostra di credere al mio profondo dolore. Tutti in casa sua mi hanno colmato di cortesia, ho voluto quindi dirle subito quanto quella perdita irreparabile...
Ma il cardinale gli accenn di tacere con un gesto energico.
- No, no, non dite nulla, in grazia, non dite nulla!
E vi fu un lungo silenzio, mentre egli continuava a piangere, sussultando per l'interno conflitto, ed aspettando di ricuperare la forza necessaria per vincersi.
Finalmente domin il suo brivido, sprigion lentamente il volto, a poco a poco calmato e fatto di nuovo simile a quello di un credente, forte della propria fede e sottomesso al volere di Dio.
Giacch Iddio aveva rifiutato di fare il miracolo, giacch colpiva cos duramente la sua casa, doveva avere le sue ragioni; e lui, uno dei suoi ministri, uno degli alti dignitari della sua Corte terrestre, non poteva che inchinarsi al suo decreto.
Il silenzio si protrasse ancora un momento. Poi, con voce che riusc a rendere naturale e cortese:
- Ci lasciate... partite domani, caro figliuolo?
- S, domani avr l'onore di prendere congedo dall'Eminenza Vostra, ringraziandola di nuovo della sua inesauribile bont.
- Avete dunque saputo che la Congregazione dell'Indice ha condannato il vostro libro, come era inevitabile?
- S, ho avuto il favore insigne di essere ricevuto da Sua Santit, ed  al suo cospetto che mi sono arreso ed ho riprovata la mia opera.
Una fiamma si riaccendeva negli occhi umidi del cardinale.
- Ah, cos avete fatto!... Ebbene, avete agito onestamente, caro figliuolo! Non era che il vostro assoluto dovere di prete; ma, ai giorni nostri, ve ne sono tanti che non fanno il loro dovere!... Come membro della Congregazione, ho tenuta la promessa datavi di leggere il vostro libro, di studiarne specialmente colla massima cura le pagine prese di mira dall'accusa. E, se sono rimasto neutro di poi, se ho finto di non occuparmi pi della cosa, non  stato che per accontentare la mia povera cara nipotina, che vi amava, che prendeva le vostre difese presso di me...
Di nuovo le lacrime lo vincevano, sent che stava per venir meno un'altra volta, se evocava il ricordo di Benedetta, l'adorata, la rimpianta.
Fu quindi con fierezza battagliera che prosegu:
- Ma che libro esecrabile, caro figliuolo: permettetemi di dirvelo! Mi avevate affermato di rispettare il dogma, e mi chiedo ancora per quale aberrazione avete potuto cadere in un simile acciecamento che vi manca la coscienza stessa del vostro delitto. Voi rispettare il dogma, mio Dio! mentre tutta l'opera vostra  la negazione stessa della nostra santa religione!... Non avete sentito dunque che l'invocare una religione novella era il condannare assolutamente l'antica, l'unica vera, l'unica buona, l'unica eterna? E questo bastava per fare del vostro libro il pi mortale dei veleni, uno di quei libri infami che si facevano ardere altre volte dalla mano del carnefice, e che ai giorni nostri si  costretti a lasciar circolare, dopo averli interdetti, indicandoli purtroppo in quel modo appunto alla curiosit perversa, il che spiega la contagiosa putredine del secolo... Ah! come ho ravvisato in quelle pagine le idee del vostro distinto e poetico parente, il visconte De la Choue! Un uomo di lettere, ecco, un uomo di lettere! Questa  letteratura, null'altro che letteratura! Prego Dio di perdonargli, poich egli non sa certamente n quello che fa, n dove va, col suo cristianesimo illogico per gli operai bei parlatori e pei giovani d'ambo i sessi a cui la scienza ha turbato l'anima. E la collera mia cade tutta sopra Sua Eminenza il cardinale Bergerot, poich lui sa certamente quello che fa e quello che vuole. Non dite nulla, non lo difendete. Egli  la rivoluzione nella Chiesa, egli  contro Dio.
Infatti Pietro, sebbene si fosse proposto di non rispondere, di non discutere, aveva fatto un gesto di protesta a quella fiera accusa contro l'uomo che rispettava ed amava di pi al mondo. Ma si arrese subito, e s'inchin di nuovo.
- Non ho parole per esprimervi il mio orrore, s! il mio orrore di quella vana chimera detta "religione novella" ? continu duramente Boccanera ? di quell'appello alle pi malvagie passioni che eccitano il povero contro il ricco, promettendogli non so qual ripartizione, qual comunismo affatto impossibile oggid, di quella bassa adulazione al popolino, cui si va promettendo, senza potergliela mai dare, una eguaglianza ed una giustizia che vengono da Dio solo e che Dio solo potr far regnare nel giorno a ci destinato dalla sua onnipotenza! di quella carit interessata di cui si abusa contro il cielo stesso, per accusarlo di iniquit e di indifferenza, di quella carit piagnucolosa e frolla, indegna dei cuori saldi e forti, come se la sofferenza umana non fosse necessaria alla salvezza dell'anima, come se non divenissimo pi eccelsi, pi forti, riaccostandoci alla felicit eterna, merc la fierezza appunto dei nostri patimenti!
Si esaltava, insanguinato e superbo. Era il suo lutto, la sua ferita al cuore che lo esulcerava cos, il colpo di mazza che lo aveva atterrato per un momento, e da cui risorgeva ora, cos provocante contro il dolore, cos ostinato nel suo stoico concetto di un Dio onnipotente, signore degli uomini, che serbava la sua felicit agli eletti scelti da lui medesimo.
Di nuovo fece uno sforzo per calmarsi, e riprese con accento pi mite:
- Basta, caro figliuolo, l'ovile  sempre aperto e vi siete rientrato, giacch vi ravvedete. Non potete credere quanto io ne gioisca.
Anche Pietro si sforz di mostrarsi conciliante per non esacerbare maggiormente quell'anima impetuosa e piagata.
- Vostra Eminenza pu star sicura che procurer di non dimenticare neppure una delle sue buone parole, come non dimenticher la paterna accoglienza di Leone tredicesimo.
Ma, a quella frase, Boccanera fu ripreso dalla sua agitazione. Non furono, sulle prime, che parole sorde, smezzate, quasi si dibattesse per non interrogare direttamente il giovine prete.
- Ah! s, avete veduto il Santo Padre, avete discorso con lui, ed egli vi ha detto probabilmente, come a tutti i forestieri che vanno a salutarlo, che voleva la conciliazione, la pace... Io non lo vedo pi che nelle occasioni inevitabili; sar un anno che non sono stato ammesso a nessuna udienza particolare.
Quella pubblica testimonianza di disgrazia, quella lotta sorda che metteva in antagonismo, come sotto Pio nono, il Santo Padre ed il Camerlengo, infondeva una grande amarezza nell'anima di quest'ultimo. Gli fu impossibile di frenarsi, parl, dicendosi probabilmente che aveva di fronte un intimo, un uomo sicuro il quale, d'altronde, partirebbe l'indomani.
- La pace, la conciliazione! Si va lontano con quelle belle parole; cos spesso vuote di vero senno e di coraggio... La verit terribile si  che i diciotto anni di concessioni di Leone tredicesimo hanno scosso ogni cosa nella Chiesa, e, che se egli regnasse ancora a lungo, il cattolicismo sarebbe perduto, cadrebbe in polvere come un edifizio di cui si sono abbattute le colonne.
Pietro, preso da vivo interesse, non pot a meno di fare delle obbiezioni per istruirsi.
- Ma non si  mostrato prudentissimo, non ha messo il dogma all'infuori, come una fortezza inespugnabile? In una parola, se, apparentemente, ha ceduto su molti punti, non  stato mai altro che nella forma.
- La forma, oh! s ? rispose il cardinale, con fuoco crescente. ? Egli vi ha detto come agli altri che, intrattabile sul fondo, cedeva volentieri sulla forma. Parola deplorevole, diplomazia equivoca, quando non  semplice e bassa ipocrisia! La mia anima si sdegna di quell'opportunismo, di quel gesuitismo che giuoca di astuzia col secolo, e non fa altro che gettare il dubbio fra i credenti, lo scompiglio ed il panico, causa prossima della sconfitta irrimediabile. Una vigliaccheria, la peggiore delle vigliaccherie, l'abbandono delle proprie armi per essere pi pronti alla ritirata, la vergogna di essere s stessi in tutta la propria integrit, la maschera accettata nella speranza di ingannare il mondo, di penetrare presso il nemico e di vincerlo col tradimento! No, no! La forma  tutto, in una religione tradizionale, immutabile, la quale ha sussistito per diciotto secoli e sussiste ancora e sussister sino alla fine dei tempi per la legge stessa di Dio!
Non pot restar seduto, si alz, dandosi a camminare per l'angusto spazio che sembrava riempisse con l'alta persona. Ed era tutto il regno, era tutta la politica di Leone tredicesimo che discuteva e condannava violentemente.
- L'unit, la famosa unit che gli si fa una gloria di voler ristabilire nella chiesa, non  che l'ambizione cieca e frenetica di un conquistatore che allarga il suo impero, senza domandarsi se i nuovi popoli sottomessi non disorganizzeranno l'antico suo popolo sino allora fedele, adulterandolo e recandogli il contagio di tutti gli errori. E se gli scismatici d'Oriente, se gli scismatici degli altri paesi, rientrando nella Chiesa cattolica, la trasmutano fatalmente a segno di ucciderla, di farne una Chiesa novella? La salvezza sta in una cosa sola: non essere che quello che si , ma esserlo saldamente... Cos pure, non  in pari tempo un peccato ed un'onta quella pretesa alleanza con la democrazia, quella politica che basta a condannare lo spirito secolare del Papato? La monarchia  di diritto divino; lo abbandonarla  un andar contro il volere di Dio,  un patteggiare con la Rivoluzione,  un sognare quello scioglimento mostruoso di mettere a profitto la demenza degli uomini, per ristabilire meglio il proprio potere su di loro. Qualunque repubblica  uno Stato d'anarchia, e quindi il riconoscere la legittimit di una repubblica per vagheggiare il sogno di una conciliazione impossibile,  la pi malvagia delle colpe,  una scossa data per sempre al concetto di autorit, d'ordine e poscia di religione... Vedete quindi che cosa Leone tredicesimo ha fatto del Potere temporale. Egli lo reclama ancora, ostenta bens di rimanere intransigente nella questione della restituzione di Roma, ma in realt non ne ha consumata la perdita, non vi ha rinunziato definitivamente, poich ammette che i popoli abbiano il diritto di disporre di s, di scacciare i loro sovrani e di vivere come bestie libere in fondo ai boschi?
Ad un tratto si ferm, alzando le braccia al cielo, in un impeto di sacra collera.
- Ah, quell'uomo! Ah, quell'uomo, il quale sar la rovina della Chiesa per la sua vanit, per la sua sete di successo! Quell'uomo che non ha cessato di corrompere, di dissolvere, di frantumare ogni cosa per regnare sul mondo che crede di riconquistare in tal modo, perch, oh! Dio onnipotente, non lo avete ancora richiamato a voi?
Quell'appello alla morte vibrava di tal sincerit, vi era in esso un odio ingigantito da un desiderio cos verace di salvare Iddio, messo in pericolo quaggi, che anche Pietro si sent penetrato da un gran brivido.
Adesso lo vedeva, quel cardinale Boccanera il quale odiava religiosamente e profondamente Leone tredicesimo; lo vedeva, spiando gi da anni, in fondo al suo palazzo nero, la morte del papa, quella morte ufficiale che egli aveva l'incarico di constatare in qualit di camerlengo. Come doveva aspettarla, con quale impazienza febbrile invocava l'ora fatale in cui, armato del piccolo martello d'argento, andrebbe a battere i tre colpi simbolici sul cranio di Leone tredicesimo gelato, rigido, steso sul suo letto, in mezzo alla sua Corte pontificia! Ah, battere finalmente, al muro di quel cervello, per essere ben sicuro che nulla pi risponderebbe, che non v'era pi altro, l entro, che la notte e il silenzio! Ed echeggierebbero i tre appelli: - Gioacchino! Gioacchino! Gioacchino! Ed il cadavere non rispondendo, il Camerlengo si volterebbe, dopo aver pazientato alcuni secondi, poi direbbe: - Il papa  morto!
- Per ? riprese Pietro che voleva ricondurlo al presente ? la conciliazione  una delle armi del nostro tempo, ed  solo per vincere a colpo sicuro che il Santo Padre si adatta a cedere sulle questioni di forma.
- Egli non vincer, sar vinto! ? grid Boccanera. ? La Chiesa non ha mai vinto che ostinandosi nella sua integralit, nell'eternit immutabile della sua essenza divina. E penso che essa cadrebbe in rovina il giorno in cui permettesse di toccare una sola pietra del suo edifizio. Ricordatevi del momento terribile che ha attraversato all'epoca del Concilio di Trento. La Riforma l'aveva profondamente scossa, la libert dei costumi e la rilassatezza nell'osservanza della disciplina si aggravano dovunque; sorgeva una marea di novit, di idee, soffiate dallo spirito del male, di progetti malsani, suggeriti dall'orgoglio dell'uomo abbandonato a s stesso. E nel Concilio medesimo molti membri erano turbati, guasti, pronti a votare le pi pazze modificazioni, insomma un vero scisma che si aggiungeva agli altri... Ebbene, se in quell'epoca critica, sotto la minaccia di un cos grave pericolo, il cattolicismo ha potuto evitare il disastro,  stato perch la maggioranza, illuminata da Dio, ha voluto serbare intatto il vecchio edifizio:  stato perch ha avuto la divina ostinazione di rinchiudersi nel dogma e non ha concesso nulla, nulla! n riguardo alla sostanza, n riguardo alla forma... Oggi, la posizione non  certamente peggiore che all'epoca del Concilio di Trento. Poniamo che sia la stessa e ditemi se non  pi nobile, pi coraggioso e pi sicuro per la Chiesa aver come le altre volte la baldanza di dire ad alta voce quello che , quello che  stata, quello che sar sempre. Non v'ha salvezza che nella sovranit totale, indiscutibile, e dal momento che essa ha sempre vinto coll'intransigenza, volerla conciliare col secolo  un volerla uccidere.
Tornava a camminare con passo astratto e pesante, andando da un capo all'altro della camera.
- No, no! Nessuna conciliazione, nessuna rinunzia, nessuna debolezza! Il muro di bronzo che chiude la via, la colonna di granito che segna il limite di un mondo! Ve l'ho gi detto, il giorno del vostro arrivo, figliuolo; voler adattare il cattolicismo ai tempi nuovi,  come voler affrettare la sua fine, se  veramente minacciato di prossima morte, come pretendono gli atei. E morrebbe vilmente, obbrobriosamente, invece di morire in piedi, superbo e dignitoso, nella sua vecchia sovranit illustre. Ah! morire in piedi, senza rinnegar nulla del passato, sfidando l'avvenire e confessando la propria fede tutt'intera!
E quel vecchio di settant'anni sembrava ancor pi maestoso, senza paura, di fronte all'annichilimento finale, sfidando con un gesto da eroe i secoli futuri. La fede gli aveva data la pace serena, quella pace che  la spiegazione dell'ignoto che merc il Divino reca allo spirito, di cui appaga pienamente il bisogno di certezza.
Egli credeva, egli sapeva, egli non aveva dubbi n timori sull'indomani della morte. Ma una malinconia atroce vibrava ora nella sua voce.
- Dio pu tutto, anche distruggere le sue opere, se le giudica cattive; se ogni cosa cadesse in sfacelo domani, se la Santa Chiesa sparisse fra le macerie, se i santuarii pi venerati rovinassero sotto la caduta degli astri, bisognerebbe inchinarsi ed adorare Iddio, di cui la mano, dopo aver creato il mondo, lo distruggerebbe per la propria gloria. Ed io aspetto e mi rassegno fin d'ora al suo volere, poich qualunque cosa accada, sar sempre effetto di quel volere, senza cui nulla pu aver luogo. Se i templi sono veramente scossi nella base, se il cattolicismo deve cadere in polvere domani, io sar l per essere il ministro della morte, come sono stato il ministro della vita... Anzi, lo confesso, vi sono delle ore in cui dei segni terribili mi colpiscono. La fine dei templi  essa realmente prossima e stiamo per assistere allo sfacelo del vecchio mondo, come ci si minaccia? I pi eccelsi, i pi puri sono fulminati quasi il cielo, ingannandosi, punisse in loro i delitti della terra, e non ho sentito il soffio dell'abisso in cui tutto sta per ingolfarsi, dacch la mia casa  colpita, per colpe che ignoro, da quel lutto atroce che la getta nella voragine, che la fa rientrare nella notte, per sempre?
Evocava i due cari morti, l nella camera vicina, i morti che non cessavano mai di essere presenti. Nuovi singhiozzi gli scuotevano il petto, le mani gli tremavano, tutta l'alta persona era scossa da un'ultima ribellione del dolore, sotto lo sforzo che faceva per rassegnarsi.
Oh! certo, perch Iddio si fosse permesso di colpirlo cos crudelmente, sopprimendo la sua stirpe, di cominciare cos dal pi eccelso e dal pi fedele dei suoi servi, doveva significare che il mondo era irremissibilmente condannato, la fine della sua casa voleva dire che era prossima la fine di tutto!
E nel suo orgoglio infinito di principe e di prete, trov un grido di rassegnazione suprema, stendendo di nuovo le mani verso il cielo.
- Oh! Dio onnipotente, sia dunque fatta la tua volont! Tutto muoia, tutto crolli, tutto ricada nella notte del caos! Rimarr ritto in questo palazzo in rovina, aspettando di essere sepolto sotto le macerie. E se il vostro volere mi chiama ad essere l'augusto affossatore della nostra santa religione, oh! non abbiate timore, non far nulla d'indegno per prolungarne di pochi giorni la durata! La terr in piedi superba ed intrattabile come nei giorni della sua onnipotenza, l'affermer con la stessa balda pertinacia, senza ceder nulla riguardo alla disciplina, al rito, al dogma. E quando suoner l'ora fatidica, la seppellir con me, portandola sotterra tutt'intera, anzich abbandonarne la menoma parte, serbandola tra le mie braccia gelide per renderla al vostro arcano, quale l'avete data in custodia alla vostra chiesa... Oh! Dio onnipotente, Signore supremo, disponete di me, fate di me, se cos sta segnato nei vostri decreti, il pontefice della distruzione, della morte del mondo!
Colpito, Pietro fremeva di paura e d'ammirazione davanti a quella straordinaria figura ? l'ultimo papa che celebrava i funerali del cattolicismo.
Comprendeva che Boccanera doveva aver fatto, altre volte, quel sogno; lo vedeva nel suo Vaticano, nel suo San Pietro, sventrato dalla folgore, solo, in piedi, nelle sale immense che la sua Corte pontificia, atterrita e codarda, aveva disertate.
Lentamente, egli scendeva una volta ancora nel santuario, rivestito della sua sottana bianca, portando in bianco il lutto della sua Chiesa, scendeva ed aspettava che, venuta la notte dei tempi, il cielo crollasse, schiacciando la terra. Tre volte raccoglieva e rizzava il gran Crocefisso, che le convulsioni del suolo avevano rovesciato.
Poi, quando lo schianto finale spezzava i marmi, lo afferrava in un amplesso e spariva con lui sotto lo sfacelo delle vlte. E nulla poteva essere di una maest pi fiera, pi augusta di quella fine.
Con un gesto, il cardinale Boccanera, senza voce, ma senza fiacchezza, indomabile e sempre eretto nell'alta persona, licenzi Pietro, il quale, vinto dalla sua passione di bellezza e di verit, trovandolo il solo che fosse veramente sublime, il solo che avesse ragione, gli baci la mano.
Fu a sera, nella sala del trono, dopo cessate le visite e calata la notte, che si chiusero le porte e si posero le salme nella bara.
Le messe erano finite, il campanello dell'elevazione non vibrava pi, il mormoro delle parole latine taceva, dopo aver suonato per dodici ore all'orecchio dei due cari fanciulli morti. E nell'aria invasa dal silenzio, fatta grave ed afosa dal loro profumo, non spirava che la fragranza morente delle rose, l'odore caldo dei due ceri.
Siccome questi non illuminavano la vasta sala colle loro pallide stelle, si erano portate delle lampade che i servi reggevano come torce. Secondo l'uso, tutto il personale della casa era raccolto col per dare un addio ai padroni che dovevano coricarsi per l'ultimo sonno.
Vi fu un po' di ritardo. Morano, il quale si affaccendava molto dalla mattina in poi, per badare ai menomi particolari, era uscito di nuovo, disperato di non veder giungere la triplice cassa.
Finalmente dei servi la portarono e si pot cominciare la triste operazione.
Il cardinale e donna Serafina, l'uno accanto all'altra, stavano presso il letto. Anche Pietro e don Vigilio erano presenti.
Fu Vittorina che cuc i due amanti nello stesso sudario, una gran pezza di seta bianca, in cui apparvero vestiti della stessa veste di sposa, la veste casta e lieta della loro unione.
Poi due servi si fecero avanti ed aiutarono Pietro e don Vigilio a coricarli nella prima cassa, in legno d'abete, imbottita di raso color di rosa.
Non era molto pi larga delle solite casse, tanto i due amanti erano giovani, di un'eleganza svelta, e tanto il loro amplesso li riuniva, facendone una sola persona.
Allungati l entro, essi continuarono il loro sonno sempiterno, con la testa sepolta fra le loro capigliature fragranti che si confondevano.
E quando quella prima cassa fu chiusa nella seconda, che era di piombo, e nella terza, che era di rovere, quando i tre coperchi furono fermati colle viti e saldati, si videro pur sempre le faccie degli amanti dal foro rotondo, coperto da grossa lastra di cristallo, fatto nelle tre casse secondo l'uso romano.
E divisi per sempre dai viventi, soli in fondo a quel triplice feretro, essi continuavano a sorridersi, continuavano a guardarsi, con gli occhi ostinatamente aperti, avendo l'eternit per saziare il loro amore infinito.
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16.
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L'indomani, tornando dal cimitero, dopo il funerale, Pietro fece colazione in camera, proponendosi di prendere congedo dal cardinale e da donna Serafina, nel pomeriggio. Lasciava Roma quella sera stessa, col treno delle dieci e diciassette. Nulla pi lo tratteneva.
Una sola visita gli stava a cuore, un'ultima visita al vecchio Orlando, l'eroe dell'indipendenza, a cui aveva formalmente promesso di non tornare a Parigi senza venire a discorrere lungamente con lui.
E verso le due mand a prendere una carrozza che lo condusse in via Venti Settembre.
Aveva piovuto tutta notte ? una pioggerella minuta, di cui l'umidit sommergeva Roma in un vapore bigio. Quella pioggia era cessata, ma il cielo restava molto fosco, ed i grandi palazzi nuovi della via Venti Settembre avevano delle facciate livide sotto quel cielo di dicembre, delle facciate di una melanconia profonda, con le loro loggie tutte eguali, le loro fila regolari di finestre senza fine.
Il Ministero delle finanze in ispecie, quel colossale accatastamento di muratura e di sculture, assumeva un'apparenza di citt morta, la tristezza infinita di un corpo esangue, da cui la vita si  ritirata. La pioggia aveva reso l'aria pi mite; faceva quasi caldo, un tepore umido di febbre.
Pietro si meravigli di incontrare nell'atrio della palazzina di Prada quattro o cinque signori che si stavano levando il pastrano: ed un servitore gli disse che il conte aveva un'adunanza con degli imprenditori. Giacch il signor abate veniva a trovare il padre del signor conte, poteva salire direttamente al terzo piano, la porticina a destra sul pianerottolo.
Ma al primo piano Pietro si trov ad un tratto di fronte a Prada, che era venuto a ricevere gli imprenditori. E not che nel ravvisarlo, il volto del conte si copriva di pallore mortale. Non si erano pi veduti dopo lo spaventoso dramma. Quindi il prete indovin qual turbamento il suo aspetto svegliasse in quell'uomo, qual ricordo importuno di complicit morale, quale atroce timore di essere stato compreso da lui.
- Venite a trovarmi; avete forse qualcosa da dirmi?
- No, parto, e vengo a prendere congedo da vostro padre.
Il pallore del conte si fece pi livido, un brivido gli pass sul volto.
- Ah!  per mio padre! Egli  un po' indisposto: risparmiatelo.
E la sua ansia rivelava chiaramente quello che egli temeva, una parola imprudente, forse una missione suprema, la maledizione di quell'uomo, di quella donna che egli aveva uccisi. Certo, suo padre ne sarebbe morto anche lui.
- Ah! quanto me ne spiace! non posso salire con voi! Ho gente che mi aspetta. Quanto mi spiace, Dio mio! Appena sar possibile, vi raggiunger, oh! subito! subito!
Non sapendo come fermarlo, era pur mestieri che egli lo lasciasse solo con suo padre, mentre lui rimaneva gi, inchiodato dai suoi interessi pericolanti. Ma con che occhi smarriti lo guard, mentre saliva, come lo scongiurava con la profondit del suo sgomento. Suo padre, il suo vero amore, la sola passione pura e fedele della sua vita!
- Non lo fate parlar troppo, procurate di svagarlo eh?
Disopra, non fu Battista, l'ex-soldato cos devoto al padrone, che venne ad aprire, ma un giovanetto che Pietro non osserv molto sulle prime.
Ritrovava la cameretta tutta nuda, tutta bianca, col semplice parato di carta chiara a fiorellini azzurri, col povero letto di ferro dietro al paravento, le quattro tavole affisse al muro che facevano da libreria, la tavola di legno nero e le due seggiole di paglia per sole suppellettili. E dalla finestra larga e chiara, senza tende, era sempre lo stesso panorama mirabile di Roma, tutta Roma fino agli alberi lontani del Gianicolo, una Roma bassa sotto un cielo di piombo in quel giorno, soffusa dall'ombra di una tetra tristezza.
Ma il vecchio Orlando non era mutato, lui, con la testa stupenda di vecchio leone incanutito, dalla mascella potente, dagli occhi giovanili, ancora folgoranti delle passioni che avevano fatto avvampare l'anima di fuoco.
Pietro lo ritrovava sullo stesso seggiolone, accanto alla stessa tavola, con le gambe ravvolte e sepolte nella stessa coltre nera, come se quelle gambe morte lo avessero immobilizzato in un fodero di pietra, a tal punto che dopo mesi, dopo anni, si era sicuri di ritrovarcelo, senza nessuna possibilit di cambiamento, col suo busto pieno di vita, la sua faccia risplendente di forza e di grandezza intellettuale. Per, in quella giornata bigia, sembrava abbattuto, col viso rannuvolato.
- Ah! siete qui, signor Froment; da tre giorni penso a voi, vivo le giornate atroci che avete dovuto vivere in quel tragico palazzo Boccanera. Oh! Dio! che lutto spaventoso! Ne ho il cuore straziato ed i giornali m'hanno nuovamente fatto raccapricciare coi particolari che dnno.
Accennava ai fogli sparsi sulla tavola. Poi allontan con un gesto quella storia funebre: quella visione di Benedetta morta che lo perseguitava.
- Suvvia, e voi?
- Parto questa sera e non ho voluto lasciar Roma senza stringer la vostra mano valorosa.
- Partite? Ma, e il vostro libro?
- Il mio libro... Ho ottenuta l'udienza del Santo Padre, mi sono sottomesso, ho ritirato il mio libro.
Orlando lo fiss con occhio intento.
Vi fu una breve pausa in cui i loro occhi si dissero, su quel fatto, tutto quello che v'era da dire. E non sentirono, n l'uno n l'altro, la necessit di una spiegazione pi diffusa.
Il vecchio concluse semplicemente:
- Avete fatto bene: il vostro libro era una chimera.
- S, una chimera, una fanciullaggine, e l'ho condannato io stesso, in nome della verit e del senno.
Un sorriso riapparve sulle labbra dolorose dell'eroe, fulminato.
- E cos? Avete veduto, avete inteso, sapete la verit ora?
- S, la so, ed ecco perch non ho voluto partire senza avere con voi la buona e schietta conversazione che ci siamo ripromessa.
Orlando se ne rallegr. Ma all'improvviso parve si ricordasse il giovanetto che era venuto ad aprire la porta, riprendendo poi modestamente il suo posto, in disparte, accanto alla finestra.
Era quasi un fanciullo, appena ventenne, ancor imberbe, d'una bellezza bionda come ne fioriscono talora a Napoli, con lunghi capelli inanellati, un colore da giglio, una bocca di rosa, e degli occhi di un languore e di una dolcezza infinita. Ed il vecchio lo present in atto paterno: Angiolo Mascara, nipote di uno dei suoi vecchi compagni d'arme, l'epico Mascara, dei Mille, morto da eroe, col corpo crivellato da cento ferite.
- Io lo faccio venire per sgridarlo ? continu sorridendo. ? Figuratevi che quel tomo, col suo aspetto da signorina, si d alle idee moderne! E' anarchico, fa parte delle tre o quattro dozzine di anarchici che contiamo in Italia. Un buon ragazzo in fondo che non ha pi nessuno al mondo all'infuori della madre, che mantiene merc il suo impieguccio, un impieguccio che perder uno di questi giorni, se continua a fare il gradasso... Suvvia, suvvia, figliuolo, devi promettermi di metter giudizio.
Allora Angiolo, di cui i vestiti logori e puliti, rivelavano infatti la miseria decente, rispose, con voce profonda e musicale:
- Ho giudizio, io; sono gli altri che non ne hanno. Quando tutti gli uomini avranno giudizio e saranno decisi a promuovere la verit e la giustizia, il mondo sar felice.
- Ah, se credi che ceder! ? grid Orlando. ? Ah, povero fanciullo, la giustizia, la verit, domanda al signor abate se si pu mai sapere dove sono! Basta, bisogna lasciarti il tempo di vivere, di vedere e di comprendere!
E senza pi occuparsi di lui torn a Pietro. Ma Angiolo rest nel suo cantuccio, molto serio, cogli occhi costantemente fissi sui due interlocutori, ascoltando con attenzione fremente, le loro parole, senza perderne una.
- Ve l'avevo ben detto, caro Froment, che le vostre idee si modificherebbero, e che conoscendo Roma giungereste a criterii pi esatti di quelli che avrei potuto ispirarvi coi pi bei discorsi. Non ho mai dubitato quindi che ritirereste spontaneamente il vostro libro, come uno scritto erroneo, appena le cose e gli uomini vi avrebbero ragguagliato sul Vaticano. Ma quel Vaticano, mettiamolo da parte, non  vero? Non v'ha nulla da fare laggi, se non di lasciarlo cadere in polvere, nella sua lenta ed inevitabile rovina. Quello che mi interessa, quello che mi appassiona ancora,  la Roma italiana, la nostra Roma cos amorosamente conquistata, cos febbrilmente risorta, che credevate senza importanza e di cui possiamo parlare oggi da persone che si comprendono, poich l'avete veduta ora e la conoscete.
E subito fece delle grandi concessioni; riconobbe gli errori commessi, lo stato deplorevole delle finanze, le gravi difficolt di ogni genere, da uomo intelligente e giudizioso, il quale, inchiodato dalla paralisi, e tenuto all'infuori della lotta, aveva dei giorni interi per riflettere e preoccuparsi.
Ah! la sua conquista, la sua Italia adorata, per cui avrebbe ancora voluto versare tutto il sangue delle sue vene, in quale inquietudine mortale, in quali patimenti indicibili era nuovamente piombata!
Avevano peccato per legittimo orgoglio, si erano troppo affrettati a voler improvvisare un gran popolo, sognando di far della Roma antica una capitale moderna con un semplice colpo di bacchetta magica.
E da qui la follia dei quartieri nuovi, quelle pazze speculazioni sui terreni e sulle costruzioni, che avevano condotto la nazione sull'orlo del fallimento.
Pietro lo interruppe con dolcezza per dirgli la formola a cui era giunto dopo le gite ed i suoi studii a Roma.
- Oh! quella febbre, quell'orgia della prima ora, quella rovina economica,  ancora il meno. I danni pecuniarii si riparano sempre. Ma la cosa pi seria si  che la vostra Italia  ancora da fare... Non c' pi aristocrazia, non c' popolo ancora, e la borghesia nata ieri,  una forza devastatrice, che mangia in erba le ricche messe future.
Vi fu un silenzio. Orlando croll con dolore la testa da vecchio leone ormai impotente. La durezza recisa di quella formola lo colpiva al cuore.
- S, s,  cos, avete veduto giusto. Perch mentire, perch dir di no quando i fatti esistono, manifesti ad ogni sguardo? Ah! quella borghesia, santo Dio! quel ceto medio di cui vi avevo gi parlato, cos avido di posti, di impieghi, di onori, di pennacchi; e, con questo, cos avaro, cos sospettoso nel collocamento dei suoi denari, che investe nelle banche senza mai arrischiarlo nell'agricoltura, nell'industria o nel commercio; quella borghesia arsa dal bisogno di godere in ozio, inintelligente a segno da non vedere che uccide il proprio paese colla avversione al lavoro, il suo disprezzo per il popolo, la sua passione di vita meschina, col misero vanto di appartenere ad una amministrazione qualsiasi, che piaga! E quell'aristocrazia che si spegne, quel patriziato spodestato, imbastardito, caduto negli acciacchi e nella rovina delle stirpi che stanno per finire, la maggior parte dei nobili ridotta alla miseria, i pochi che hanno conservato la loro sostanza, gravati da imposte troppo forti, non avendo che ricchezze infruttuose, diminuite da continue divisioni, destinate a sparire in breve coi principi stessi, nello sfacelo dei vecchi palazzi diventati inutili! E finalmente il popolo, quel povero popolo che ha sofferto tanto, che soffre ancora, ma che  tanto abituato alle sue sofferenze che sembra perfino inetto a concepire l'idea di liberarsene, quel popolo cieco e sordo che spinge l'incoscienza fino al punto forse da rimpiangere l'antico servaggio, quel popolo stupidamente inerte, come una bestia sul suo strame, di un'ignoranza assoluta, ignoranza abbominevole, che  l'unica fonte della sua miseria, quel popolo quasi senza speranza, senza domani, privo del conforto di comprendere che questa Italia, questa Roma,  per lui solo che l'abbiamo conquistate, e che tentiamo di risuscitarle nella loro gloria avita!... S, cos ! L'aristocrazia finita, il popolo non ancora sorto, la borghesia pericolosa! Come non cedere talvolta al terrore dei pessimisti, di quelli che pretendono che le nostre sventure attuali non sono nulla ancora, che andiamo incontro a catastrofi molto pi terribili, come se non fossimo che ai primi sintomi della fine della nostra stirpe, ai segni precursori dell'annientamento finale!
Alz verso la finestra, verso la luce, le braccia frementi, e Pietro, molto commosso, ricord il gesto di disperazione supplice che aveva notato il giorno prima nel cardinale Boccanera, quando aveva fatto appello alla potenza divina. Entrambi, cos opposti nella loro fede, avevano la stessa maest, fiera e disperata.
- E, come vi ho detto il primo giorno, non abbiamo desiderato dopo tutto che cose logiche ed inevitabili. Questa Roma, che grava ora su di noi, col suo passato di splendore e di forza, non potevamo per non prenderla per capitale, perch essa sola  il vincolo,  il simbolo vivente della nostra unit,  come una promessa di regno eterno, il rifiorire del nostro sogno illustre di resurrezione e di gloria.
Continu, confessando le condizioni disastrose di Roma capitale. Una citt di pura rappresentanza, dal terreno inaridito, rimasta all'infuori della vita moderna, una citt malsana, senza possibilit d'industria e di commercio, invincibilmente invasa dalla morte, in mezzo allo sterile deserto della sua campagna.
Poi la paragon alle citt che l'invidiavano: - Firenze fatta cos scettica, cos indifferente, di una spensieratezza serena, veramente inesplicabile, dopo le passioni frenetiche, i torrenti di sangue della sua storia; Napoli, a cui bastava avere il suo limpido sole, col suo popolo bambino, che non si sa se compiangere o invidiare per la sua ignoranza e la sua miseria, di cui sembra godere cos pigramente; Venezia, rassegnata a non essere pi altro che una meraviglia dell'arte antica, che si dovrebbe mettere sotto una campana di vetro, per conservarla intatta, sopita nel fasto e nella sovranit della sua storia; Genova, tutta assorta nel commercio rumoroso ed attivo, una delle regine di quel Mediterraneo, di quel lago infimo, che  stato il mare opulento, il centro per cui trascorrevano le dovizie del mondo; Torino e Milano, le citt industriali, commerciali, cos animate, cos modernizzate che i viaggiatori le sprezzano come citt che hanno cessato di essere italiane, redente entrambe dal sonno della rovina, ed entrate nell'evoluzione occidentale che prepara il secolo venturo.
Ah! quella vecchia Italia, bisogna dunque lasciarla crollare, come un museo polveroso, per la volutt delle anime artistiche, come stanno crollando le cittaduzze della Magna Grecia, dell'Umbria e della Toscana, simili a quei ninnoli mirabili che non si possono riparare pel timore di alterarne il carattere?
O la morte prossima ed inevitabile, od il piccone dei demolitori, i muri oscillanti buttati a terra per far sorgere ogni dove delle citt di lavoro, di scienza, di salute, insomma una Italia novella, uscente davvero dalle sue vecchie ceneri per la nuova civilt in cui gli uomini stanno entrando!
- Ma perch disperare? ? riprese con forza. ? Per quanto Roma sia un grave pondo sulle nostre spalle,  il vertice a cui abbiamo voluto assurgere. Vi siamo, vi resteremo, aspettando gli eventi. D'altronde, se la popolazione non cresce pi, resta stazionaria, sulle quattrocentomila anime circa, e l'accrescimento pu ricominciare il giorno in cui spariranno le cause che lo hanno fermato. Abbiamo avuto il torto di credere che Roma diventerebbe un Berlino, un Parigi; finora ogni sorta di condizioni civili, storiche e tecniche sembrano osteggiarla; ma chi conosce le sorprese dell'avvenire e pu vietarci la speranza, la fede che abbiamo nel sangue delle nostre vene, il sangue degli antichi conquistatori del mondo? Io che non esco pi da questa camera, con le gambe morte, io fulminato ed annichilito, sono ripreso dal mio delirio in certe ore, e credo in Roma come in una madre universale, imperitura, dove aspetto i due milioni di abitanti che devono venire a popolare quei vasti quartieri nuovi che avete visitato, quartieri ancora vuoti e gi in rovina. Verranno, oh! certo. Perch non verrebbero? Vedrete, vedrete, tutto si popoler; dovremo ricominciare le fabbriche... Eppoi, francamente, una nazione che possiede la Lombardia, si pu chiamarla povera? Ed il nostro Mezzogiorno non  anch'esso di una ricchezza inesauribile? Lasciate dunque che le cose si conciliino, che il Mezzogiorno possa fondersi col Nord, che una generazione di lavoratori possa farsi adulta, e, giacch il terreno c', e cos fertile, bisogner pure un giorno che la ricca messe aspettata cresca e maturi sotto l'ardore del vivido sole.
Acceso di entusiasmo, tutt'una foga di giovent gli balenava negli occhi. Pietro sorrideva, affascinato, e quando pot parlare, disse:
- Bisogna riprendere il problema dalla base, dal popolo. Bisogna fare degli uomini.
- Per l'appunto, cos  ? grid Orlando. ? Non cesso di ripeterlo, bisogna far l'Italia. Si direbbe che un vento dell'Est abbia trasportato altrove, lungi dalla nostra vecchia terra, la semenza umana, la semenza dei popoli baldi e patriottici. Il nostro popolo non  come il vostro in Francia, una riserva di uomini e di denaro, in cui si attinge a piene mani. E' quella riserva inesauribile che io vorrei creare da noi. E quindi  dalla base che bisogna agire: ci vogliono delle scuole dappertutto, bisogna dar la caccia all'ignoranza, combattere la brutalit e la pigrizia coi libri, diffondere l'istruzione intellettuale e morale che ci dar il popolo lavoratore di cui abbiamo bisogno, se non vogliamo sparire dal novero delle grandi nazioni. Lo ripeto, per chi abbiamo lavorato, ricuperando Roma e tentando di farla sorgere ad una terza ra di gloria, se non per la democrazia di domani? E come si capisce che tutto vi cada in rovina, che nulla possa pi prosperarvi con vigore, dal momento che la democrazia  totalmente assente! Certo, certo! La soluzione del problema non sta in altro, creare un popolo, creare una democrazia italiana!
Pietro si era calmato, inquieto, non avendo il coraggio di dire che non  facile di modificare una nazione, che l'Italia era quello che il prete, la storia, la razza l'avevano fatta, e che, volerla trasformare all'improvviso, poteva riuscire un cmpito pericoloso.
I popoli non hanno essi, come la natura, una giovent operosa, un'et matura splendida; una vecchiaia pi o meno lenta, che mette capo alla morte? Una Roma moderna, democratica, gran Dio! Le Rome moderne si chiamano Parigi, Londra, Chicago. E si limit a dire con prudenza:
- Ma, in attesa di questo grande lavoro di rinnovamento mediante il popolo, non credete che fareste bene di aver giudizio? Le vostre finanze sono in cos cattivo stato, ed attraversate tali difficolt sociali ed economiche, che correte il rischio di incappare peggiori catastrofi, prima di avere degli uomini e del denaro. Ah! che ministro prudente sarebbe quello dei vostri ministri il quale dicesse alla tribuna:
"- Ebbene, il nostro orgoglio si  illuso, abbiamo avuto torto di voler improvvisare una grande nazione dall'oggi al domani, opera per la quale si richiede maggior tempo, maggior pazienza e maggior lavoro; e ci adattiamo quindi a non essere, per ora, che un giovane popolo che si raccoglie e lavora nel suo cantuccio per fortificarsi, senza pretendere di rappresentare una parte da dominatore. E disarmiamo, cancellando le spese della guerra, le spese della marina, tutte le spese di ostentazione esterna per consacrarci solo alla prosperit interna, all'educazione fisica e morale del popolo illustre che giuriamo di essere fra cinquant'anni". Mettere i freni, s, mettere i freni, ecco dove sta la vostra salvezza.
Orlando lo aveva ascoltato, rannuvolandosi a poco a poco, e ricadendo in una fantasticheria dolorosa.
Fece un atto di stanchezza, dicendo poi a mezza voce:
- Eh! no! no! si fischierebbe un ministro che dicesse di queste cose: sarebbe una confessione troppo dura che non si pu domandare ad un popolo. I cuori invasi d'ira balzerebbero dai petti. Eppoi, non ci sarebbe un pericolo ancora maggiore nel lasciar crollare all'improvviso tutto quello che si  fatto? Quante speranze abortite, quante rovine, quanti materiali sparsi invano! No, non possiamo salvarci ora che merc la pazienza ed il coraggio! Avanti, avanti sempre! Siamo un popolo giovanissimo, abbiamo voluto fare in cinquant'anni l'unit per cui altre nazioni hanno impiegato duecento anni. Ebbene! quella fretta bisogna scontarla, bisogna aspettare che la messe maturi e colmi i nostri granai.
E con un altro gesto pi ampio, pi sicuro, si ostin nelle sue speranze.
- Sapete che sono sempre stato contrario all'alleanza colla Germania. L'avevo predetto: ci ha mandati in rovina. Non eravamo ancora in forza per camminare di conserva con una cos ricca e potente persona, ed  per l'idea della guerra sempre prossima e ritenuta inevitabile che soffriamo cos crudelmente ora, delle nostre spese esorbitanti da grande nazione! Ah! quella guerra che non  venuta, ha esaurito il nostro sangue pi puro, la nostra vita, il nostro oro, senza vantaggio alcuno! Oggi non ci rimane altro che la rottura con un alleato che si  valso del nostro orgoglio, senza recarci mai il menomo vantaggio, senza darci mai altro che pessimi consigli. Ma tutto questo era inevitabile: ed ecco quello che non volete ammettere in Francia. Posso parlare liberamente essendo io un amico palese della Francia, cosa di cui mi accusano anzi. Spiegate dunque ai vostri compatriotti, giacch si ostinano a non intenderlo, che l'indomani della conquista di Roma, nel nostro frenetico desiderio di riprendere il grado di una volta, eravamo pur costretti a rappresentare una parte in Europa, ad affermarci come una potenza con cui si dovrebbero, d'ora in poi, fare i conti. E l'esitanza non era permessa; tutti i nostri interessi pareva ci spingessero verso la Germania; v'era in quel fatto una evidenza palese che si  imposta. La dura legge della lotta per la vita pesa con uguale fatalit sui popoli che sugli individui e questo spiega, questo giustifica la rottura delle due sorelle, l'oblo di tanti vincoli comuni: la razza, i rapporti commerciali e persino, se volete, i servigi resi. Le due sorelle! Ah, esse si lacerano ora, si perseguitano di un tal odio, che, da una parte e dall'altra, ogni buon senso sembra svanito. Il mio povero vecchio cuore sanguina, quando leggo gli articoli che i vostri giornali ed i nostri si scambiano come freccie avvelenate. Quando cesser quel massacro fratricida? Quale delle due comprender per la prima la necessit della pace, quell'alleanza delle razze latine che si impone, se vogliono vivere in mezzo alla marea sempre pi invadente delle altre razze?
E solennemente, con la sua bonariet da eroe disarmato dagli anni, e rifugiato nel sogno:
- Andiamo, andiamo, caro signor Froment, mi dovete promettere di aiutarci, quando sarete di ritorno a Parigi. Nel vostro campo d'azione, per quanto ristretto possa essere, giuratemi di cooperare alla pace tra la Francia e l'Italia, poich non v'ha cmpito pi santo. Avete vissuto tre mesi fra noi, potrete dire quello che avete veduto, quello che avete udito, oh! con tutta la sincerit. Se abbiamo dei torti, ne avete certamente anche voi. Eh! che diamine! Le discordie di famiglia non devono essere poi eterne!
Pietro rispose, un po' impacciato:
- Senza dubbio. Disgraziatamente sono appunto le pi tenaci. Nelle famiglie, quando il sangue si accende contro il proprio sangue, si va fino al coltello ed al veleno. Non v'ha pi perdono possibile.
E non si arrischi a dire tutto il suo pensiero. Dacch era a Roma, ed ascoltava e giudicava le cose da vicino, il dissidio dell'Italia e della Francia si riassumeva per lui in una bella fiaba tragica.
V'erano una volta due principesse nate da una regina possente, signora del mondo. La maggiore, che aveva ereditato il regno della madre, ebbe il segreto dolore di vedere l'altra sorella, accasata in un paese vicino, crescer a poco a poco in ricchezza, forza e splendore, mentre ella stessa declinava, come indebolita dall'et, smembrata, cos rifinita e cos affranta che sent di esser vinta il giorno in cui tent uno sforzo supremo per riconquistare la sovranit universale. Che amarezza quindi, che piaga sempre aperta, vedere la sorella ristabilirsi dopo le scosse pi terribili, riprendere il suo posto abbagliante, regnare sulla terra merc la sua forza, la sua grazia ed il suo spirito. Essa non potrebbe mai perdonare quel sopravvento, qualunque fosse il contegno di quella sorella invidiata ed abborrita. Quell'era l'insanabile ferita al fianco, la vita dell'una avvelenata dalla vita dell'altra, quell'odio del vecchio sangue contro il sangue giovine, che non si placherebbe che nella morte.
E perfino nel giorno, forse prossimo, in cui la pace tornerebbe a regnare fra esse, di fronte all'evidente trionfo della sorella minore, l'altra serberebbe nelle pi profonde latebre del cuore l'angoscia senza fine di essere la maggiore vassalla.
- Ad ogni modo, contate su di me ? ripet Pietro affettuosamente. ? E' un gran dolore infatti, un gran pericolo, quel furioso alterco di due popoli... Ma non dir sul conto vostro che quello che reputo la verit. Sono incapace di dir altro. E temo molto che non vi piacer, che non vi sarete preparati n dal temperamento, n dalle abitudini. I poeti di tutte le nazioni che sono venuti qui ed hanno parlato di Roma coll'entusiasmo tradizionale della loro coltura classica, vi hanno inebriato di tali lodi che mi sembrate poco atti ad udire la verit positiva sulla vostra Roma d'oggi. Per quanto vi si facesse la parte del leone, converrebbe pur sempre giungere alla realt delle cose, ed  questa realt appunto che non volete ammettere, voi, innamorati del bello a qualunque costo, e molto permalosi, come quelle donne che sanno di non apparire pi in tutta la loro bellezza e si disperano alla menoma osservazione sulle loro rughe.
Orlando si diede a ridere d'un riso infantile.
- Certo che si deve sempre lusingare un pochino. A che pro parlare delle faccie brutte? Noi altri, in teatro, non gustiamo che la bella musica, le belle produzioni, i balli graziosi che dnno piacere. Il resto, tutto quello che  sgradito, dissimuliamolo, gran Dio!
- Ma ? continu il prete ? confesso subito senza difficolt l'errore capitale del mio libro. Quella Roma italiana che avevo trascurato per sacrificarla alla Roma papale di cui sognavo il risorgimento, sussiste invece, ed  gi cos potente, cos trionfale che certo  l'altra che  condannata a sparire fatalmente col tempo. Come ho notato, il papa ha un bell'ostinarsi a rimanere irremovibile, nel suo Vaticano, sempre pi screpolato e prossimo alla rovina: tutto si modifica attorno a lui, la societ nera  diventata la societ grigia, merc la sua fusione con la societ bianca. E dove ho sentito meglio quella verit  stato alla festa data dal principe Buongiovanni per celebrare la promessa fra sua figlia ed il vostro pronipote. Ne sono uscito veramente incantato e convertito alla vostra causa d risurrezione.
Gli occhi del vecchio sfavillarono.
- Ah! ci eravate! Non  vero che quello era uno spettacolo indimenticabile e che non dubitate pi della nostra vitalit, n del popolo che saremo, una volta superate le difficolt dell'oggi? L'Italia rinascer nella sua gloria avita, appena il popolo illustre di domani sar sorto dalla terra!... Ed  verissimo che aborro quel Sacco, perch, secondo me, incarna gli intriganti, i gaudenti di cui gli appetiti hanno ritardato il compimento della nostra opera, avventandosi a divorare la conquista, che ci era costata tanto sangue e tante lagrime. Ma rivivo nel mio diletto Attilio, quella vera carne della mia carne, quel giovine cos baldo e cos affettuoso che sar l'avvenire, la generazione di gente onesta di cui la venuta istruir e purificher il paese... Ah! il popolo glorioso di domani nasca dunque da lui e da quella Celia, quella adorabile principessina che Stefana, mia nepote, una donna di molto senno in fondo, mi ha condotta l'altro giorno. Dovevate vedere quella bambina gettarmi le braccia al collo, darmi i nomi pi affettuosi, dirmi che sar il padrino del suo primogenito, perch si chiami come me e salvi una seconda volta l'Italia!... S, s, la pace si diffonda attorno a quella prossima culla, l'unione di quei due cari fanciulli sia il matrimonio indissolubile di Roma colla nazione intera ed ogni guaio sia riparato e tutto risplenda nel loro amore!
Due lagrime gli bagnavano gli occhi.
Pietro, molto commosso dalla fiamma inestinguibile di patriottismo, che ardeva nell'eroe fulminato, volle dargli una gioia.
- E' l'augurio che ho fatto anch'io alla festa, dicendo a vostro figlio le stesse parole all'incirca che avete dette ora. Oh, s! le loro nozze sieno definitive e feconde, e possa nascere da loro la nazione illustre che io vi auguro con tutta l'anima di essere, oggi che ho imparato a conoscervi!
- Avete detto cos? ? grid Orlando ? avete detto cos? Allora vi perdono il vostro libro: avete finalmente compreso la nuova Roma, ma eccola, la nuova Roma, che  nostra, e che vogliamo rendere nuovamente degna del suo passato glorioso, incoronare per la terza volta regina del mondo!
Con uno di quei gesti larghi in cui metteva tutta la vitalit che gli restava nel cuore, mostrava dalla finestra senza tende, l'immenso panorama che si svolgeva sotto di loro, Roma stesa da un capo all'altro dell'orizzonte, fin nelle lontananze pi remote.
Sotto il cielo color di lavagna, sotto quel lutto invernale cos raro, la citt assumeva una specie di maest pi augusta, la grandezza malinconica di una citt regale, oggi decaduta, che aspetta silenziosa ed immobile nell'aria muta il risveglio sfolgorante, la sovranit finalmente riconosciuta da tutti, che le profezie le hanno promessa. Dai quartieri nuovi del Viminale agli alberi lontani del Gianicolo, dalle torri del Campidoglio alle verdi vette del Pincio, le marea delle terrazze, dei campanili e delle cupole, aveva una vastit d'oceano, in un oscillare perpetuo di marosi grigi e profondi.
Ma, ad un tratto, Orlando volt il capo, apostrofando, in un impeto di sdegno paterno, il giovane Angiolo Mascara:
- E tu, scellerato, quella nostra Roma sogni di distruggerla a scoppii di bombe; sogni di raderla come una vecchia casa tentennante e smantellata, per liberarne completamente la terra!
Angiolo, fino allora silenzioso, aveva ascoltato con fervido interesse il colloquio.
Sul suo viso imberbe, di una bellezza di giovanetta bionda, le menome sensazioni passavano in vampe subitanee; ed i suoi grandi occhi azzurri si erano accesi, udendo a parlare del popolo, di quel popolo novello che si trattava di fare.
- S ? disse lentamente colla sua voce musicale ? s, raderla, non lasciarne nemmeno una pietra! Ma distruggerla per rifabbricarla!
Orlando lo interruppe con un riso di tenera ironia.
- Ah! vuoi rifabbricarla. Meno male!
- La rifabbricherei ? ripet il fanciullo, in piedi, con voce tremante da profeta ispirato ? la rifabbricherei, ah! cos grande, cos bella, cos nobile! Non ci vuole una citt unica per la democrazia universale di domani, per l'umanit finalmente libera, un'arca d'alleanza, centro stesso del mondo? E non  Roma che va scelta per quel centro? Roma segnata dalle profezie come l'eterna, l'immortale, quella in cui si compiranno i destini del popolo? Ma perch essa diventi il santuario definitivo, la capitale dei regni distrutti, capitale in cui si raduneranno una volta all'anno i savi di tutti i paesi, bisogna purificarla col fuoco, non lasciare in lei nessuna delle macchie antiche. Poi, quando il sole avr assorbito le pestilenze del vecchio terreno, la faremo risorgere, dieci volte pi bella, dieci volte pi vasta di quello che sia stata mai. E che citt di verit e di giustizia, la Roma vaticinata ed invocata da tremila anni, tutta d'oro, tutta di marmo, che si diffonder per la campagna, dal mare ai monti Sabini ed Albani; cos prospera, cos calma, che i suoi venti milioni di abitanti vivranno solo per la gioia di vivere, dopo aver regolato le leggi del lavoro! S, s, Roma, la Madre, la Regina, sorger unica sulla faccia della terra e per l'eternit!
Pietro lo ascoltava a bocca aperta.
E che? Il sangue di Augusto giungeva a quel punto? Nel Medio Evo, appena i papi erano stati signori di Roma, avevano sentito l'imperioso bisogno di rifabbricarla, nel loro secolare proposito di regnare di nuovo sul mondo.
Recentemente, la giovine Italia, appena insignoritasi di Roma, aveva subito ceduto alla follia atavistica del dominio universale, volendo anch'essa farne la pi vasta delle citt, costruendo interi quartieri per una popolazione che non era venuta.
Ed ecco che gli anarchici stessi, nella loro frenesia di distruzione, erano posseduti dalla stessa visione ostinata della razza, spinta fino all'immane, questa volta; una quarta Roma smisurata, di cui i sobborghi finirebbero coll'invadere i continenti, per alloggiare la loro umanit liberale, riunita in una famiglia sola! Era il colmo, la pi stravagante manifestazione data dal sangue d'orgoglio e di comando che incendiava le vene della razza, dacch Augusto le aveva lasciato il retaggio del suo assolutismo, colla smania istintiva di credere che il mondo le appartenesse legalmente e che ella avesse sempre la missione di riconquistarlo.
Quella smania derivava dal suolo stesso, e qual succo vitale, aveva inebbriato tutti i figli di quel terreno storico, spingendoli tutti a fare della loro citt, la citt unica, quella che aveva regnato e regnerebbe, sfolgorante, nei giorni vaticinati dagli oracoli.
E Pietro ricordava le quattro lettere fatidiche, il S. P. Q. R. dell'antica Roma gloriosa, che aveva ritrovato dovunque nella Roma attuale, come un ordine definitivo di trionfo dato al destino, ed iscritto su tutti i muri, su tutte le insegne, perfino sui carretti municipali delle fogne che portano via le immondizie alla mattina.
E Pietro comprendeva la prodigiosa vanit di quelle genti, che, perseguitate dalla fissazione della grandezza atavistica, ipnotizzate dal passato della loro Roma, protestano che essa racchiude ogni cosa, che neppur essi riescono a conoscerla tutta, che essa  la sfinge che deve un giorno rivelare la parola dell'universo ? una citt cos augusta e cos nobile che in essa tutto si sublima e si nobilita, a segno che finiscono coll'esigere per lei il rispetto idolatra della terra intera, in quella vivida illusione della leggenda che la ravvolge come un nimbo, quell'inestricabile confusione di quello che era illustre una volta con quello che non lo  pi.
- Ma la conosco, la tua quarta Roma! ? rispose Orlando, ridendo di nuovo. ? E' la Roma del popolo, la capitale della Repubblica universale, sognata gi da Mazzini. E' vero che egli vi aggiungeva il papa... Vedi, ragazzo mio, se noi, vecchi repubblicani, abbiamo accettato la monarchia,  stato pel timore di vedere, in caso di rivoluzione, il paese cadere nelle mani dei pazzi pericolosi che ti hanno turbato il cervello. E, caspita! Ci siamo rassegnati alla nostra monarchia, la quale non  molto diversa da una buona repubblica parlamentare... Suvvia, arrivederci, e fa giudizio, pensa che la tua povera mamma morrebbe se ti capitasse qualche guaio... Vien qua che ti dia un bacio, ad ogni modo.
Angiolo si fece rosso come una giovanetta sotto il bacio affettuoso dell'eroe. Poi se ne and, col suo fare dolcissimo da uomo che sogna ad occhi aperti, dopo aver salutato garbatamente il prete, senza aggiungere una sillaba.
Vi fu un silenzio, poi gli occhi del vecchio Orlando avendo incontrato i giornali sparsi sulla tavola, egli riparl dell'atroce lutto del palazzo Boccanera. Quella Benedetta, che aveva adorata come una figliuola carissima, nei giorni di dolore in cui viveva presso di lui, oh! in che modo fulmineo era perita, che tragico destino l'aveva travolta nella morte dell'uomo amato!
E, trovando il racconto dei giornali singolare, avendo il cuore piagato e tormentato da tutto quello che intuiva di oscuro in quella tragedia, domandava dei particolari, quando suo figlio, Prada, entr all'improvviso, colla faccia sconvolta dall'inquietudine, ansando per la fretta con cui aveva salito le scale. Aveva licenziato i suoi imprenditori con scortese impazienza, senza tener conto della gravit della sua posizione, della sua fortuna compromessa ed in pericolo, vinto da una tale smania di tornare col padre che non li ascoltava neppure, senza curarsi che la casa gli crollasse sulla testa. E quando si trov davanti al vecchio, il suo primo sguardo si port ansioso su di lui per scrutarlo e scoprire se il prete lo avesse colpito a morte con qualche parola crudele. Fremette di trovarlo tremante, commosso fino alle lagrime del caso terribile di cui discorreva, e per un attimo credette di essere giunto troppo tardi, a sciagura compiuta.
- Dio santo, padre mio, che c'? Perch piangete?
E si butt ai suoi piedi si inginocchi, afferrandogli le mani, guardandolo con tale sollecitudine, con tale idolatria che sembrava offrisse tutto il sangue del suo cuore per risparmiargli la menoma angoscia.
- E' la morte di quella poverina ? riprese dolorosamente Orlando. ? Stavo dicendo a Froment quanto mi aveva afflitto, e soggiungevo che non mi riusciva ancora di comprendere il caso. I giornali parlano di una morte subitanea, e quest' sempre una cosa tanto singolare!
Pallidissimo, Prada si rialz.
Il prete non aveva parlato. Ma che momento terribile! Se rispondeva? Se parlava?
- Voi eravate presente, non  vero? ? continu il vecchio. ? Avete veduto tutto... Ebbene, raccontatemi, ve ne prego, come  stato...
Prada guard Pietro. I loro sguardi s'incrociarono, si penetrarono. E la storia tragica ricominci fra di loro.
Era nuovamente il destino in cammino, l'incontro con Santobono, che portava il canestrino sulle falde dei colli di Frascati; era il ritorno attraverso alla campagna malinconica, la conversazione sui veleni, mentre il canestrino oscillava mollemente sulle ginocchia del curato; ed era sopratutto l'osteria dormente nel deserto, la gallinetta nera fulminata, stecchita, con un filo di sangue paonazzo nel becco. Poi, la stessa notte, era il ballo in casa Buongiovanni, il ballo risplendente, la fragranza di donne, il trionfo dell'amore, E finalmente, davanti al palazzo Boccanera, fosco sotto la luna d'argento, era l'uomo che accendeva un sigaro, e se ne andava, senza voltar la testa, lasciando che il misterioso destino compisse la sua opera di morte. Quella storia, l'uno e l'altro la sapevano, la rivivevano, non avendo bisogno di ripeterla ad alta voce per avere la certezza di essersi indovinati fino al fondo dell'anima.
Pietro non rispose subito al vecchio.
- Oh! ? mormor finalmente ? sono cose atroci, atroci.
- Certo,  quello che io avevo sospettato ? riprese Orlando. ? Potete dirci ogni cosa... Mio figlio, di fronte alla morte, ha perdonato.
Di nuovo, lo sguardo di Prada cerc quello di Pietro e si affis in lui cos profondo, cos pregno di invocazione appassionata, che il prete ne fu profondamente colpito.
Rammentava ora l'ansia di quell'uomo durante la festa, l'atroce tortura gelosa che doveva aver subito, prima di lasciare al destino la cura di vendicarlo.
E ricostituiva tutto il dramma che doveva aver avuto luogo in lui dopo lo spaventoso scioglimento; anzitutto, lo stupore di quella fierezza del destino, di quella vendetta che egli non voleva cos atroce; poi la gelida calma del forte che aspetta gli eventi, leggendo i giornali, senza altri rimorsi che quello del capitano a cui la vittoria  costata troppi uomini.
Aveva subito compreso che il cardinale tacerebbe il caso per l'onore della Chiesa.
Gli rimaneva solo un gran peso sul cuore, forse il rimpianto di quella donna tanto bramata, che non era riuscito a possedere, che non possederebbe mai pi; fors'anche un'orrenda gelosia estrema, che non confessava neppure a s stesso, e di cui soffrirebbe in eterno, quella di saperla per sempre fra le braccia di un altro, in fondo alla tomba.
Ed ecco che, da quello sforzo vittorioso per serbare la calma, da quell'attesa fredda e senza rimorsi, si rizzava ad un tratto il castigo, la paura che il destino, in cammino coi fichi avvelenati, non avesse fatto sosta ancora e venisse per contraccolpo a ferire suo padre. Un altro colpo di fulmine, un'altra vittima: la pi inattesa, la pi adorata.
Tutta la sua forza di resistenza era venuta meno in un attimo, ed egli tremava nello spavento del destino, pi disarmato, pi fiacco che un fanciullo.
- Ma ? disse Pietro con lentezza, come se avesse accattato le parole ? i giornali debbono avervi detto che il principe era morto pel primo, e che la contessina era mancata pel dolore, mentre lo abbracciava per l'ultima volta. In quanto alle cause della morte, Dio mio! sapete che di solito neppure i medici si arrischiano a pronunciarsi chiaramente...
S'interruppe: aveva udito d'improvviso la voce di Benedetta morente che gli ingiungeva l'ordine terribile: "A voi, che vedrete suo padre, do la missione di dirgli che ho maledetto suo figlio. Voglio che egli sappia tutto, deve saperlo per la verit e la giustizia"!
Dio eterno! Doveva egli obbedire? Era uno di quegli ordini sacri che si debbono eseguire comunque, dovessero le lagrime ed il sangue scorrere a torrenti?
Per alcuni minuti fu straziato dal pi terribile conflitto tra quell'atto di verit e di giustizia invocato dalla morta, ed il suo impulso personale di perdono, l'orrore che avrebbe ispirato a s stesso, uccidendo quel vecchio, coll'adempiere l'implacabile missione, senza giovare al bene di nessuno.
E, certo, l'altro, il figlio, dovette comprendere che qualche lotta suprema ferveva in lui, una lotta in cui si decideva del destino di suo padre, perch il suo sguardo si fece pi intenso, pi supplice.
- Si  creduto sulle prime che si trattasse di una cattiva digestione ? continu Pietro. ? Ma il male peggiorava cos rapidamente che abbiamo perduto la testa e mandato di corsa pel medico.
Ah! gli occhi, gli occhi di Prada! Ne spirava una tale disperazione, dicevano delle cose cos commoventi e cos potenti che il prete vi leggeva tutte le ragioni decisive che gli vietavano di parlare. No, no! Non colpirebbe quel vecchio innocente ? d'altronde non aveva promesso nulla, e gli sarebbe parso di gravare la memoria della morta di un delitto, obbedendo al suo ultimo impulso d'odio.
E Prada aveva, durante quei brevi minuti d'ansia, sofferto una vita intera di dolori cos atroci, che, ad ogni modo, un po' di giustizia era fatta.
- E quando il medico  giunto ? prosegu Pietro ? ha formalmente riconosciuto che si trattava di una febbre infettiva. Non v'ha dubbio... Ho assistito questa mattina alle esequie:  stato uno spettacolo commovente.
Orlando non chiese altro, accennando solo, con un gesto, che era stato commosso anche lui, tutta la mattina, al pensiero di quelle esequie. Poi, mentre si voltava, riordinando i giornali con le mani ancora tremanti, Prada, colla persona madida di sudore gelato, e barcollante, si poggi alla spalliera di una seggiola per non cadere, volgendo a Pietro un altro sguardo, un lungo sguardo dolcissimo, umido di riconoscenza, con cui gli diceva grazie.
- Parto questa sera ? riprese Pietro, affranto, volendo troncare la conversazione. ? Vi porgo i miei saluti... Non avete nessuna commissione per Parigi?
- No, nessuna ? disse Orlando; poi, ad un tratto, ricordandosi:
- Ma s, che una commissione ce l'ho... Vi ricordate il libro del mio vecchio fratello d'armi, Teofilo Morin, uno dei Mille di Garibaldi, quel manuale per la licenza liceale, che egli voleva far tradurre e adottare da noi? Ebbene, con mia grande soddisfazione mi hanno promesso di adottarlo nelle nostre scuole, con qualche cambiamento... Luigi, dammi un po' il volume che  l, su quella tavola.
E quando il figlio gli ebbe recato il volume, mostr a Pietro gli appunti scritti e notati in margine, e gli fece comprendere quali modificazioni si richiedessero dall'autore nel piano generale dell'opera.
- Siate tanto cortese, ve ne prego, da portare in persona questo esemplare a Morin, di cui l'indirizzo  sul dorso della copertina. Mi risparmierete una lunga lettera; direte di pi in dieci parole, ed in modo pi chiaro e pi completo di quello che potrei dir io in dieci pagine... Ed abbraccierete Morin per me, dicendogli che gli voglio sempre bene, che il mio cuore  sempre quello di una volta, quando avevo le gambe, e che lui ed io, ci battevamo come diavoli sotto la grandine delle palle!
Vi fu un breve silenzio; il silenzio, il turbamento pieno di commozione dell'ultimo minuto.
- Addio, dunque! Abbracciatemi per lui e per voi, abbracciatemi teneramente, come quel fanciullo mi ha abbracciato un momento fa... Sono cos vecchio e cos esaurito, caro Froment, che potete permettermi di chiamarvi figlio e di abbracciarvi come un avo, augurandovi il coraggio e la pace, la fede nella vita, che  il solo nostro aiuto nella esistenza.
Pietro fu cos commosso che le lagrime gli salirono agli occhi, e quando abbracci, con tutta l'anima, l'eroe fulminato, sent che piangeva anche lui.
Questi lo trattenne per un momento, accanto al suo seggiolone d'infermo, con una mano ancora poderosa, come una morsa nella sua stretta, mentre con l'altra mano gli additava, per l'ultima volta, in gesto supremo, Roma ? Roma immersa nel lutto, sotto il cielo di cenere, e con voce sommessa, fremente e supplice:
- E questo ancora: giuratemi, ve ne prego, di amarla ad ogni modo, di amarla comunque, poich essa  la Culla, essa  la Madre! Amatela per quello che non  pi, amatela per quello che vuol ridiventare!... Non dite che  esaurita ? amatela perch essa viva ancora, perch essa viva in eterno!
Pietro, non trovando parole per rispondergli, lo abbracci di nuovo, meravigliandosi di trovar tanto fuoco in quel vecchio che parlava della propria citt come si parla, a trent'anni, della donna adorata.
E lo trovava cos bello, cos augusto, nel suo arruffio da vecchio leone incanutito, nella sua volont tenace di risurrezione, che la figura dell'altro vecchio illustre, il cardinale Boccanera, risorse ancora una volta davanti a lui; il cardinale, ostinato anch'esso nella sua fede, volendo anch'esso serbare intatto il suo sogno, salvo a rimanere schiacciato al suo posto, dalla caduta del cielo.
Rimanevano sempre faccia a faccia, alle due estremit della loro Roma, sovrastando all'orizzonte con l'alta figura in attesa dell'avvenire.
Poi, quando Pietro ebbe salutato Prada e si trov fuori nella via Venti Settembre, non sent che la fretta di tornare al palazzo di via Giulia, per fare il baule e partire. Tutte le sue visite di congedo erano fatte, meno l'ultima al cardinale e a donna Serafina per ringraziarli della loro ospitalit cos benigna. Solo per lui si aprirono le loro porte, poich si erano chiusi in camera, al ritorno dalle esequie, decisi a non ricevere alcuno.
Pietro pot quindi, fin dal crepuscolo, credersi affatto solo nel vasto palazzo nero, senz'altra compagnia che Vittorina.
Avendo manifestato il desiderio di cenare con don Vigilio, la donna lo avvert che anche l'abate si era chiuso in stanza ? e quando egli and a bussare all'uscio di quella camera vicina alla sua, desiderando almeno di stringere un'ultima volta la mano al segretario, non ottenne risposta e indovin che questi, preso da qualche crisi di diffidenza e di febbre, si ostinava a non rivederlo pel timore di compromettersi maggiormente.
Allora combin tutto quello che gli rimaneva da fare partendo solo alle dieci e diciassette; rest stabilito che alle otto Vittorina gli servirebbe la cena in camera sul suo tavolino. Port ella stessa la lampada, ed offr di riporgli la biancheria. Ma egli non lo volle assolutamente ed essa dovette lasciargli fare da s il proprio baule.
Aveva comperato una cassettina, la valigia non potendo pi bastargli per la biancheria ed i vestiti che si era fatti mandare man mano da Parigi, come il suo soggiorno si prolungava. Per il lavoro non fu lungo, ed in un momento ebbe vuotato l'armadio, vuotati i cassetti, riempite e chiuse a chiave la valigia e la cassettina.
Non erano che le sette e aveva un'ora di aspettativa prima della cena, quando i suoi occhi, nel fare il giro delle pareti per essere sicuro di non dimenticar nulla, caddero sulla tela antica, il dipinto del maestro ignoto che, cos spesso, lo aveva commosso durante il suo soggiorno. La lampada lo rischiarava tutto, di una fiamma evocatrice, ed anche questa volta Pietro risent un colpo al cuore, tanto pi vivo inquantoch in quest'ultimo momento si figur di vedere tutto il simbolo del suo scacco a Roma in quella figura dolente e tragica di donna, che, seminuda, drappeggiata in un logoro brandello, sedeva sulla soglia del palazzo d'onde l'avevano scacciata, piangendo fra le mani giunte.
Quella reietta, quella creatura pertinace nell'amore, che singhiozzava cos e di cui non si sapeva nulla, n come fosse il suo volto, n donde venisse, n quello che aveva fatto, non era essa l'immagine di ogni conato inutile per forzare la porta della verit, non era il simbolo dell'atroce abbandono in cui piomba l'uomo, quando cozza contro il muro che rinserra l'ignoto?
A lungo egli la guard, ripreso dal rammarico di andarsene cos, prima di aver conosciuto la faccia, sommersa tra i capelli d'oro, quella faccia di dolorosa bellezza che egli sognava sfolgorante di giovent, divina nel suo mistero. E credeva di conoscerla, era finalmente sul punto di possederla, quando si buss alla porta.
Fu sorpreso di vedere Narciso Habert, recatosi tre giorni prima a Firenze per una di quelle gite in cui appagava, gironzando in ozio, i suoi gusti intellettuali.
Subito, Narciso si scus per l'invasione repentina.
- Ecco i vostri bagagli; so che partite questa sera, e non ho voluto che lasciaste Roma senza una mia stretta di mano. Che cose atroci sono accadute dacch non ci vediamo! Non sono tornato che oggi sul tardi, per cui mi  stato impossibile di assistere al funerale di questa mattina. Ma dovete immaginarvi come sono rimasto alla notizia di quei due terribili casi di morte!
Si interruppe, sospettando qualche dramma occulto, da uomo che conosceva la fosca Roma leggendaria. Ma non insistette, troppo prudente in fondo, per gravarsi inutilmente di segreti formidabili.
And soltanto in visibilio per la descrizione che il prete gli fece dei due amanti, allacciati in una stretta suprema nella morte. E si rammaric che nessuno ne avesse preso il disegno.
- Ma potevate farlo voi stesso, caro mio! Cosa importa che non sappiate disegnare? Vi avreste messo l'ingenuit di un tocco inesperto ed avreste forse lasciato un capolavoro!
Poi, calmandosi:
- Ah! quella povera contessina, quel povero principe! Ma non importa, vedete, se anche tutto cadesse in polvere su questa terra di Roma, essa ha posseduto la bellezza, e la bellezza  indistruttibile!
Pietro fu colpito da quelle parole. E parlarono a lungo dell'Italia, di Roma, di Napoli, di Firenze.
- Ah! Firenze! ? ripeteva languidamente Narciso.
Aveva acceso una sigaretta, la sua parola si faceva pi lenta, mentre il suo sguardo vagava sulle mura.
- Voi stavate bene qui, in una gran pace. Non ero mai salito a questo piano.
I suoi occhi continuavano ad errare sulle pareti, quando furono colpiti dal vecchio quadro su cui pioveva il lume della lampada.
Per un momento batt le palpebre, con aria sorpresa. Poi ad un tratto si alz e si avvicin.
- Che cos' questo? Che cos'? Ma  molto ben fatto, ma  bellissimo!
- Non  vero? ? disse Pietro. ? Io non me ne intendo, ma quella tela mi ha colpito il primo giorno, e quante volte sono rimasto in contemplazione davanti, col cuore palpitante e commosso da sensazioni indicibili.
Narciso non parlava pi, esaminando il dipinto da vicino, con l'attenzione di un conoscitore, di un perito, di cui il colpo d'occhio sicuro decide dell'autenticit di un'opera e ne determina il valore commerciale. La gioia pi straordinaria si manifest sul suo viso biondo ed estatico, mentre un lieve tremito gli agitava le dita.
- E' un Botticelli! E' un Botticelli! Non vi pu esser dubbio... Guardate le mani, guardate le pieghe del vestito. E quel colore dei capelli, e quella facilit e quell'involarsi di tutta la composizione. Un Botticelli, oh! Dio mio! un Botticelli!
Veniva meno, invaso da un'ammirazione accresciuta dallo studio di quel soggetto cos semplice e cos straziante. Non era di una modernit acuta? L'artista aveva preveduto il nostro secolo doloroso, la nostra inquietudine di fronte all'invisibile, il nostro smarrimento disperato davanti a quella porta del mistero, che non c' dato di varcare. E che simbolo eterno della miseria di questo mondo, quella donna, di cui non si vedeva il volto e che singhiozzava disperatamente, senza che si potessero tergere le sue lagrime!
Un Botticelli sconosciuto, un Botticelli di quel merito, che non era iscritto in nessun catalogo; che scoperta!
S'interruppe per domandare:
- Sapevate che era un Botticelli?
- Aff, no! Ho interrogato un giorno don Vigilio, ma mi  parso che non desse nessuna importanza a quel dipinto. E Vittorina, a cui ne ho parlato del pari, mi ha risposto che tutte quelle anticaglie non erano che nidi di polvere.
Narciso protest, trasecolando.
- Come! In questa casa hanno un Botticelli senza saperlo! Ah! come ravviso in ci i miei principi romani, la pi parte incapaci di distinguere un capolavoro se non  contrassegnato da un cartellino!... Questo  un Botticelli che ha sofferto un poco,  vero, ma che, ristaurato, diventerebbe ancora una meraviglia, una tela famosa che mi pare di stimare meno del suo giusto valore, dicendo che un museo la pagherebbe...
All'improvviso, s'interruppe, non disse la cifra, compiendo la frase con un gesto indeciso.
La sera s'inoltrava, e Vittorina, essendo entrata con Giacomo per apparecchiare la tavola, egli volt le spalle al Botticelli e non ne disse pi verbo. Ma Pietro, di cui l'attenzione era desta, indovinava il sordo lavoro che aveva luogo in lui, vedendolo cos freddo, ora, coi suoi occhi color di violette, fatti di un grigio d'acciaio.
Non ignorava pi che sotto il garzone angelico, sotto il fiorentino da strapazzo, vi era un volpone pratico degli affari, che amministrava perfettamente le sue sostanze, mostrandosi persino avaro, a quanto si diceva. E sorrise quando vide che si piantava davanti l'orribile Vergine, pessima copia di qualche tela del decimottavo, appesa vicino al capolavoro, esclamando:
- To'! ma non  brutta questa Vergine! Ed un amico mi ha dato l'incarico di acquistargli qualche vecchia tela... Dite su, Vittorina, ora che il cardinale e donna Serafina sono soli, credete che si libererebbero volentieri di qualche tela senza valore?
La serva alz le braccia come per dire che, se fosse dipeso da lei, si poteva portar via ogni cosa.
- Oh! signore, non ad un mercante, per, perch si farebbero subito correre delle voci maligne, ma sono certa che sarebbero lieti di far questo piacere ad un amico. Hanno molte spese, ed il denaro sarebbe il benvenuto.
Pietro volle invano trattenere Narciso a cena. Il giovane diede la sua parola d'onore di essere aspettato; anzi era gi in ritardo. E scapp, dopo aver dato un'affettuosa stretta di mano al prete, augurandogli il buon viaggio.
Suonavano le otto.
Appena fu solo, Pietro sedette alla tavola, e Vittorina rest a servirlo, dopo aver rimandato Giacomo, che aveva portato le stoviglie ed i cibi in un canestro.
- Mi fanno stizzire, qui, colla loro lentezza ? disse. ? Eppoi  un piacere per me, signor abate, di servirvi il vostro ultimo pasto... Vedete... Vi ho fatto fare un desinaretto alla francese: una sogliola al gratin ed un pollo arrosto.
Egli fu commosso di quelle premure e felice di aver a compagna quella compatriotta, mentre mangiava nel silenzio doloroso del vecchio palazzo nero e deserto.
Da tutta la persona, grassa e tonda, da tutto il contegno di Vittorina, spirava ancora la tristezza del suo lutto, la perdita dolorosa della sua cara contessina. Ma era gi ripresa dal cmpito quotidiano: il suo servaggio volontario le rendeva gi l'energia, l'attivit consueta, nella sua umile condizione di povera donna, rassegnata alle peggiori catastrofi di questo mondo. E discorreva allegramente, recando i piatti.
- E dire che dopodomani mattina sarete a Parigi, signor abate! Per conto mio, sapete, mi sembra di aver lasciato Auneau ieri. Ah! come la terra  bella, laggi; una terra d'oro, non la terra magra di qui, che manda odor di zolfo. Ed i salici cos freschi, cos graziosi sul margine del nostro ruscello! Ed il bosco dove c' tanto musco! Non ne hanno qui, non hanno che degli alberi di latta! sotto il loro stupido sole che arrostisce le erbe. Dio mio! Nei primi tempi non so che cosa avrei dato per una buona pioggia che mi avesse bagnata e ripulita della loro polvere! Ed oggi il cuore mi batte tuttavia quando penso alle belle mattine che si vedono da noi, quando ha piovuto il giorno prima, e tutta la campagna  cos mite, cos serena, come se si mettesse a ridere dopo aver pianto... No, no, non mi ci abituer mai alla loro maledetta Roma! Che gente, che paese!
Egli sorrideva di quella sua fedelt ostinata al campanile, che, dopo venticinque anni di soggiorno, la lasciava immutata ed estranea in quella citt di luce dura e di vegetazione fosca, citt che le faceva orrore, a lei, figlia di una amabile terra temperata, sorridente, soffusa al mattino da vapori rosei.
Egli stesso non poteva pensare, senza viva emozione, che si ritroverebbe fra poco solo sulle rive deliziose e ridenti della Senna.
- Ma, adesso che la vostra giovane signora non  pi, chi vi trattiene qui? ? domand. ? E perch non salite in treno con me?
Essa lo guard con stupore.
- Io, partire con voi, tornare laggi! Oh, no, signor abate,  impossibile! Prima di tutto, sarebbe troppa ingratitudine, perch donna Serafina  abituata ad avermi, ed agirei malissimo abbandonandoli, lei e Sua Eminenza, ora che sono nell'afflizione. Eppoi, che volete che io faccia laggi? La mia tana  qui, ormai.
- Allora non rivedrete pi Auneau, mai pi?
- No, mai pi;  sicuro.
- E non vi far niente di essere sepolta qui, di dormire in questa terra che manda odor di zolfo?
Essa si diede a ridere schiettamente.
- Oh! quando sar morta mi far lo stesso di esser qua o l!... Si sta bene dappertutto per dormire, credetemi, signor abate. Ed  strano che vi preoccupiate tanto di quello che c' dopo la morte... Non c' nulla, perdinci! Quello che mi rassicura, che mi fa piacere per conto mio,  di dirmi che sar finito per sempre, e che riposer. Iddio ci deve pur questo compenso, a noialtri che abbiamo lavorato tanto!... Sapete che non sono una bacchettona, oh! no! Ma ciononostante ho avuto una condotta onesta, ed  tanto vero che, tal quale mi vedete, non ho mai avuto amanti. Quando si dice cos, alla mia et, si fa una figura da sciocca. Eppure lo dico, perch  la pura verit.
Continuava a ridere, da brava donna che non aveva fede nei curati, ma non si sentiva nemmeno un peccatuccio sulla coscienza.
E Pietro stupiva di nuovo del coraggio, del profondo senso pratico che si rivelavano in quella lavoratrice, cos piena di abnegazione, che incarnava per lui il popolino scettico di Francia, quelli che non credevano e non crederebbero mai pi. Ah! essere come lei, fare il proprio dovere e coricarsi per l'ultimo sonno, senza ribellioni di orgoglio, nella sola gioia di aver finito il proprio cmpito!
- E cos, Vittorina, se passo mai da Auneau devo dare un saluto per voi al boschetto pieno di musco?
- Benissimo, signor abate, ditegli che lo porto nel cuore, e che tutti i giorni rinverdisce l entro per me.
Pietro, avendo finito di cenare, essa fece portar via i piatti da Giacomo. Poi, siccome non erano che le otto e mezza, consigli al prete di passare tranquillamente un'altra ora in camera. A che scopo andar a gelare cos presto alla stazione? Alle nove e mezza manderebbe per la carrozza, e, appena questa fosse giunta, verrebbe ad avvisarlo e farebbe portar gi il bagaglio. Poteva quindi rimanersene placidamente col, senza darsi nessun pensiero.
Quando essa se ne fu andata, e Pietro si trov solo, risent una sensazione di abbandono, di solitudine straordinaria. I suoi bagagli, la valigia e la cassettina erano in terra, in un angolo della camera. E che camera muta, indistinta, morta, che gli appariva gi estranea! Non gli restava altro che partire, anzi era partito gi; Roma non era pi attorno a lui che un'immagine, la visione che porterebbe via seco nel ricordo. Quell'ora di attesa gli sembrava uno spazio di tempo smisurato. Sotto di lui, il vecchio palazzo nero e deserto dormiva nella profonda pace del suo silenzio.
Sedette per pazientare e cadde in una fantasticheria profonda. Fu il suo libro che gli risorse davanti, la Roma novella, cos come l'aveva scritta, e come era venuto a difenderla. E ricord la prima mattina sulla terrazza di San Pietro in Montorio al Gianicolo, rimpetto alla Roma che sognava, la Roma cos innocente, cos soavemente infantile sotto il cielo chiaro, la Roma quasi librata in un volo nella freschezza aurorale.
L, si era posta questa domanda decisiva: Potr il cattolicismo rinnovarsi, tornare allo spirito del cristianesimo primitivo, diventare la religione della democrazia, la fede che il mondo moderno, agitato e in pericolo di morte, aspetta per calmarsi e per vivere?
Il cuore gli palpitava per entusiasmo e speranza: appena rimesso dal suo disastro di Lourdes, veniva a tentare un'altra esperienza suprema, chiedendo a Roma il suo responso.
Ed ora che l'esperienza era fallita, sapeva la risposta che Roma gli aveva data coi suoi monumenti, le sue rovine, la sua terra stessa, il suo popolo, i suoi prelati, i suoi cardinali, il suo papa. No! Il cattolicismo non poteva rinnovarsi, non poteva tornare allo spirito del cristianesimo primitivo; no, non poteva essere la religione della democrazia; la fede che salverebbe le vecchie societ caduche, in pericolo di morte.
Pur sembrando democratico di origine, era inchiodato ormai a quel suolo romano, sempre re e re comunque, costretto ad ostinarsi nel dominio temporale sotto pena di suicidio, vincolato dalla tradizione, incatenato dal dogma, non potendo fare evoluzioni che apparenti, ridotto infatti ad una tale immobilit che, dietro alla porta di bronzo del Vaticano, il Papato era il prigioniero ed il fantasma di diciotto secoli di atavismo, nel suo sogno di dominio universale.
E cos, nel luogo appunto dove la sua fede da sacerdote, avvivata dall'amore dei poveri e degli sventurati, era venuta in cerca della vita, sul luogo dove aveva sognato una risurrezione della comunit cristiana, egli aveva trovato invece la morte, la polvere di un mondo distrutto, senza possibilit di risorgimento, una terra esaurita da cui non spunterebbe mai altro che quel Papato dispotico, signore dei corpi come lo era delle anime.
All'invocazione disperata con cui egli domandava una nuova religione, Roma aveva risposto colla condanna del suo libro, giudicandolo macchiato di eresia, ed egli stesso lo aveva ritirato nell'amaro cordoglio della sua delusione. Aveva veduto, aveva compreso, e tutto era caduto in polvere.
Ed era lui stesso, era l'anima sua, era il suo intelletto, che giacevano fra i ruderi.
Pietro si sent mancare il respiro; si alz e and a spalancare la finestra che dava sul Tevere, per affacciarsi un momento. La pioggia era ricominciata verso sera; ma ora era cessata di nuovo.
L'aria era molto mite, di un tepore umido, opprimente. Nel cielo, di un grigio cinereo, doveva essere srta la luna, poich la si indovinava dietro le nubi, che illuminava di un barlume scialbo ed incerto, d'una tristezza infinita.
Sotto quel riverbero sonnecchioso da lucignolo notturno, il vasto orizzonte appariva nero, spettrale, col Gianicolo rimpetto, con le case accatastate del Trastevere, colla corrente del fiume, laggi, a sinistra, verso le alture indistinte del Palatino, mentre, a destra, la cupola di San Pietro torreggiava imperiosa in fondo all'aria pallida.
Egli non poteva scorgere il Quirinale, ma lo sapeva dietro di s, se lo figurava, chiudendo un lembo del cielo, colla sua facciata interminabile, in quella notte cos melanconica, di una nebbiosa stranezza di visione.
E che Roma prossima alla fine, gi semi-annientata dall'ombra, cos diversa dalla Roma di giovent e di chimera, che aveva veduta ed amata con passione, il primo giorno, da quella vetta del Gianicolo di cui penava tanto ora a discernere la mole tenebrosa! Un altro ricordo si dest in lui, le tre punte culminanti, le tre vette simboliche, in cui si era riassunta per lui, fino da quel giorno, la storia secolare di Roma: la Roma antica, la papale, l'italiana.
Ma se il Palatino era rimasto lo stesso monte scoronato, dove non si rizzava che lo spettro dell'antenato, Augusto imperatore e pontefice, signore del mondo, Pietro vedeva oggi con altri occhi San Pietro ed il Quirinale, che avevano in certo modo cambiato di prospettiva.
Quel palazzo di re di cui non si curava sulle prime, quella caserma sciatta e squallida, quel governo nuovo che gli faceva l'effetto di un tentativo di modernit sacrilega sopra una citt speciale, assumevano ben altro valore ai suoi occhi oggi, ed egli li vedeva ormai nel posto importante e sempre maggiore che tenevano sull'orizzonte, a segno da occuparlo per intero fra poco; mentre San Pietro, quella cupola che gli era apparsa trionfale, color del cielo, sovrastante alla citt da regina gigantesca, che nulla poteva scuotere, gli appariva oggi screpolata, rimpicciolita, in una di quelle decrepitezze poderose di cui la massa crolla spesso in una volta sola, pel segreto ed ignoto sfasciarsi dell'armatura.
Un mormoro sordo, un rombo lamentoso saliva dal Tevere gonfio, e Pietro rabbrivid al soffio gelato di fossa che gli pass sul viso. L'idea delle tre vette, del triangolo simbolico, destava in lui il ricordo dei lunghi patimenti di quel muto, il popolo dei piccoli, dei poveri, di cui il papa ed il re si erano sempre conteso il possesso.
Le origini della tenzone erano molto remote, risalivano al giorno in cui, nella divisione del retaggio di Augusto, l'imperatore aveva dovuto accontentarsi dei corpi, lasciando le anime al papa, il quale, da quel momento in poi, non aveva pi avuto altra smania che quella di riconquistare il potere temporale, di cui avevano spogliato Dio nella sua persona.
Il dissidio aveva messo a soqquadro ed insanguinato il Medio Evo, senza che la Chiesa e l'Impero riuscissero a mettersi d'accordo sulla preda che si strappavano a brani.
Finalmente, il muto, stanco di vessazioni e di miseria, volle parlare, scosse il giogo dei papi, ai tempi della Riforma, e cominci poi, nella furiosa esplosione dell'89, a spodestare i Regi.
E da questo era risultata la straordinaria avventura del Papato, come Pietro l'aveva scritto nel suo libro: una nuova fortuna che permetteva al pontefice di riprendere il suo sogno secolare, non curandosi dei troni abbattuti, tornando a fare alleanza coi miserabili, e sperando questa volta di conquistare per davvero il popolo, di farlo finalmente tutto suo.
Non era una cosa portentosa, quel Leone tredicesimo, spogliato del suo regno, che si lasciava dare del socialista, e, raccogliendo sotto di s il branco dei diseredati, muoveva contro i re, alla testa del quarto Stato, a cui apparterr il secolo venturo?
La lotta perenne pel possesso del popolo continuava con la stessa foga, a Roma stessa e nello spazio il pi ristretto, il Vaticano rimpetto al Quirinale, il papa ed il re che potevano vedersi dalla finestra, continuando a combattere per l'impero, con sotto gli occhi i tetti biondi della vecchia citt, e quel popolino che si stavano contendendo, come il falco e lo sparviero si contendono gli uccelletti del bosco.
Ed era in questo che, secondo Pietro, il cattolicismo si trovava condannato, votato a certa e fatale rovina, perch era per l'appunto di essenza monarchica, a tal segno che il Papato apostolico e romano non poteva rinunziare al potere temporale sotto pena di mutar natura e di sparire. Fingeva invano di tornare al popolo, invano appariva tutt'anima; non vi era posto, fra la nostra democrazia, pel potere assoluto ed universale che egli ripeteva da Dio.
Sempre si vedeva l'Imperator risorgere nel pontefice, ed era questo specialmente che aveva ucciso il suo sogno, distrutto il suo libro, creata la catasta di ruderi, davanti a cui egli rimaneva annichilito, senza forza, n coraggio.
Quella Roma soffusa di cenere, di cui gli edifizi sparivano nella nebbia, fin col dargli tanto affanno che torn a buttarsi sulla seggiola, vicino ai bagagli.
Non aveva mai risentito una simile disperazione; gli pareva che fosse giunta la fine dell'anima sua.
Ricordava come quel viaggio a Roma, quella nuova esperienza, gli si fosse affacciata dopo il suo disastro di Lourdes. Non era pi venuto a cercarvi la fede ingenua ed assoluta del bambino, ma la fede superiore dell'intellettuale, che si innalza al disopra dei riti e dei simboli, lavorando per promuovere la massima felicit possibile tra gli uomini, dandole per base il loro bisogno di una fede.
E se quel sogno si dileguava, se il cattolicismo ringiovanito non poteva pi essere la religione, la legge morale del nuovo popolo, se il papa, a Roma e con Roma, non era il Padre, l'arca santa d'alleanza, il capo spirituale ascoltato ed obbedito, egli vedeva la sua speranza naufragare, udiva lo schianto supremo della rovina che travolgeva le societ attuali.
Tutto quell'edifizio del socialismo cattolico, che gli sembrava cos ben ideato, cos propizio per consolidare la vecchia Chiesa, lo vedeva in rovina ora, lo giudicava severamente, come un semplice palliativo temporaneo, il quale potrebbe forse puntellare, per qualche anno, l'edifizio smantellato; ma erano cose poggiate sopra un malinteso volontario, sopra un'abile menzogna, sopra un'armatura di diplomazia e di politica. No, no! Il popolo accaparrato ed ingannato di nuovo, il popolo lusingato per essere reso schiavo, ecco una cosa che ripugnava alla ragione, e tutto quel sistema appariva bastardo, pericoloso, provvisorio, e tale insomma da metter capo alle peggiori catastrofi.
Era dunque giunta la fine, nulla pi restava in piedi; il vecchio mondo stava forse per sparire nella terribile crisi sanguinosa di cui dei segni sicuri annunziavano l'approssimarsi?
E lui, davanti a quel caos, non aveva pi anima, avendo perduta di nuovo la fede in quell'esperienza che pareva decisiva, poich era convinto, prima di tentarla, che ne sarebbe uscito rincorato, o fulminato per sempre. Ed era la folgore che lo aveva colpito. Che farebbe, ormai, gran Dio?
Il dolore lo attanagliava cos crudelmente che si alz e si diede a camminare per la camera per ottenere un po' di calma.
Gran Dio! Che farebbe ora che era ricaduto nel dubbio infinito, nella negazione dolorosa, e che la sua sottana gli pesava pi che mai sulle spalle?
Si ricordava la sua protesta, quando rifiutando di obbedire, diceva a monsignor Nani che l'anima sua non poteva rassegnarsi, che la sua speranza di redenzione, merc l'amore, non poteva svanire, e che risponderebbe con un nuovo libro, dicendo in qual terra vergine dovesse sorgere la nuova religione.
S, un libro ardente contro Roma, un libro in cui metterebbe tutto quello che aveva veduto, tutto quello che aveva udito, un libro in cui si vedrebbe la vera Roma, la Roma senza carit e senza amore, la Roma che stava morendo nell'orgoglio della porpora! Voleva ripartire per Parigi, uscire dalla Chiesa, spingersi fino allo scisma. Ebbene! I suoi bagagli erano pronti, partirebbe, scriverebbe il libro, sarebbe il grande scismatico aspettato dalle genti. Ah! lo scisma! Tutto non lo preannunziava? Non sembrava imminente, nella portentosa agitazione degli spiriti, stanchi dei vecchi dogmi, eppure affamati del divino? Leone tredicesimo, ne era sordamente consapevole, poich tutta la sua politica, il suo sforzo verso l'unit cristiana, la sua propensione verso la democrazia, non avevano altro scopo che quello di raggruppare la famiglia attorno al Papato, allargarla e consolidarla, per rendere il papa invincibile nella prossima lotta.
Ma i tempi erano giunti, il cattolicismo stava per trovarsi in breve al termine delle sue concessioni politiche, incapace di cedere pi a lungo senza morire, immobilizzato a Roma come un vecchio idolo ieratico, mentre poteva compiere la sua evoluzione altrove, in paesi di propaganda, dove si trovava in lotta con le altre religioni. Era per questo appunto che Roma era condannata, tanto pi che l'abolizione del potere temporale, abituando le genti all'idea di un papa puramente spirituale, svincolato dal suolo antico, pareva dovesse favorire l'elezione di un antipapa, in altre terre, mentre il successore di San Pietro sarebbe costretto ad ostinarsi nella sua chimera apostolica e romana.
Un vescovo, un prete, sorgerebbe, non si poteva dir dove. Forse laggi, in quell'America cos libera, fra quei preti di cui le necessit della lotta per la vita hanno fatto dei socialisti devoti, dei democratici ardenti, pronti a camminare col secolo venturo.
E mentre Roma non potr abbandonare nulla del passato, dei misteri e dei dogmi, quel prete ne ripudier tutto ci che cade in polvere da s. Ah! essere quel sacerdote, quel redentore della societ moderna, che sogno smisurato, che parte da Messia inatteso, invocato dai popoli nella loro miseria!
Per un momento, Pietro se ne infervor, sconvolto ma sollevato da un soffio di speranza e di trionfo. Se non era in Francia, a Parigi, sarebbe lontano, laggi, al di l dell'Oceano, o pi lungi ancora, in qualunque luogo del mondo, purch fosse in terra tanto feconda che la nuova semenza potesse germogliarvi in messe rigogliosa.
Una nuova religione, una nuova religione! Come aveva gridato dopo Lourdes, una religione che non fosse appetito di morte! Una religione che realizzasse finalmente quaggi il regno di Dio, di cui parla il Vangelo, una religione che dividesse equamente la ricchezza, che facesse regnare, merc la legge del lavoro, la verit e la giustizia!
Nella febbre del nuovo sogno, Pietro vedeva gi fiammeggiare davanti a lui le pagine del suo prossimo libro, in cui compirebbe la distruzione della vecchia Roma, proclamando la legge del cristianesimo ringiovanito e liberatore, quando i suoi occhi incontrarono un oggetto rimasto sulla tavola, di cui la presenza lo fece meravigliare sulle prime.
Era un libro anche quello, il volume di Teofilo Morin, che il vecchio Orlando l'aveva incaricato di consegnare all'autore; e si indispett contro s stesso nel ravvisarlo, dicendosi che per poco lo avrebbe dimenticato col. Prima di riaprire la valigia per riporlo, lo tenne in mano un momento, e lo sfogli; ed un rapido mutamento di idee si fece in lui, come se all'improvviso avesse avuto luogo un avvenimento importante, uno di quei fatti decisivi che mettono sossopra il mondo. L'opera era delle pi modeste, per, il manuale classico della licenza liceale, coi soli elementi delle scienze; ma quelle scienze vi erano rappresentate tutte, ed il libro riassumeva abbastanza bene lo stato attuale delle cognizioni umane. Era insomma la scienza che faceva irruzione nella fantasticheria di Pietro, all'improvviso, con la pressione, con l'impeto irresistibile di una forza onnipotente.
Non solo il cattolicismo ne era spazzato come polvere di rovine, ma tutti i concetti religiosi, tutte le ipotesi del divino vacillavano, rovinavano.
Bastava quel compendio scolastico, quel libro infinitesimo di studio classico, bastava perfino il desiderio universale di sapere, quell'istruzione che si estende sempre, invadendo a poco a poco tutto il popolo, perch i misteri apparissero assurdi, i dogmi crollassero e nulla rimanesse in piedi della fede antica. Un popolo nudrito di scienza, che non crede pi ai misteri, n ai dogmi, al sistema di compensazione delle pene e dei premi,  un popolo di cui la fede  morta per sempre; e senza la fede, il cattolicismo non pu sussistere.
Questa  la lama acuminata, il coltello che cade e recide!
Se ci vuole un secolo, se ce ne vogliono due, la scienza ve li impiegher. Essa sola  eterna. E' una ingenuit il dire che la ragione non  contraria alla fede e che la scienza deve essere la serva di Dio. La verit si  che fin da oggi le sacre scritture sono rovinate, e che per salvarne dei frammenti, si  dovuto conciliarle con le nuove verit acquisite, rifugiandosi nel simbolo.
E che straordinario contegno deve assumere la Chiesa, vietando a chi scopre una verit contraria ai suoi libri di pronunziarsi in modo definitivo, nell'attesa che quella, un giorno, venga riconosciuta per un errore!
Il papa solo  infallibile: la scienza  fallibile: si sfrutta contro di lei la necessit in cui si trova di progredire a tastoni, si sta alle vedette per mettere le sue scoperte d'oggi in contraddizione con quelle di ieri.
Che cosa contano per un cattolico le sue affermazioni sacrileghe, che cosa contano i fatti con cui invalida il dogma, poich egli  sicuro che, alla fine dei tempi, la scienza e la fede si raggiungeranno in modo che quella ridiventer l'umile schiava di questa? Non  questo un prodigio di acciecamento volontario e di sfacciataggine impudente che nega perfino la luce del sole? E l'infimo libriccino, il manuale di verit continuava la sua opera, distruggendo comunque l'errore, edificando la terra ventura, come gli infinitamente piccoli, le forze della vita hanno edificato a poco a poco i continenti.
Nella gran luce che gli balenava all'improvviso, Pietro si sentiva finalmente sopra un terreno sicuro. La scienza ha ella mai indietreggiato?... E' il cattolicismo invece che ha sempre dovuto retrocedere davanti a lei e che sar costretto a retrocedere di nuovo. Ella non si ferma mai, conquistando passo a passo la verit sull'errore; e dire che vien meno perch non pu spiegare in una volta sola il mondo,  cosa veramente assurda.
Essa lascia, e lascier probabilmente un impero sempre pi ristretto al mistero, e se un'ipotesi potr sempre tentarne la spiegazione, resta sempre vero, ci nullameno, che essa distrugge, e distrugger sempre pi le vecchie supposizioni, quelle che cadono in isfacelo davanti alle verit acquistate.
Il cattolicismo si trova in questo caso ? e vi si trover domani pi che oggi. Come tutte le religioni, egli non  in fondo che una spiegazione del mondo, un ordine sociale e politico superiore, destinato a diffondere tutta la pace e la felicit possibile sulla terra.
Quest'ordine, abbracciando l'universalit delle cose, diventa umano, e per conseguenza mortale come tutto ci che  umano.
N si pu metterlo da parte, dicendo che egli sussiste da un lato, mentre la scienza sussiste dall'altro; la scienza  totale, e glielo ha gi fatto vedere e glielo far vedere ancora, costringendolo a riparare le continue breccie che gli arreca, fino al giorno in cui lo travolger sotto un ultimo assalto della verit vittoriosa.
In verit,  cosa che fa ridere il vedere gente che assegna una parte alla scienza, vietandole di entrare in certi campi, predicendole che non andr pi in l, ed affermando che alla fine di questo secolo, essa sta per abdicare, gi esaurita.
Ah! uomini da poco, cervelli gretti, o male equilibrati, politici a spedienti, diplomatici che non sanno pi a che partito appigliarsi, autoritarii che si ostinano a ripetere le vecchie utopie, la scienza passer e li porter via tutti come foglie secche!
E Pietro continuava a percorrere l'umile volume, ascoltando quello che diceva della scienza sovrana del mondo. Essa non pu venir meno al cmpito, perch non promette l'assoluto, essendo semplicemente la conquista successiva della verit. Non ha mai avuto la pretesa di dare, in una volta sola, la verit totale, quella specie di edifizio essendo per l'appunto la specialit della metafisica, della rivelazione, della fede. L'ufficio della scienza non  anzi che quello di distruggere l'errore, man mano che progredisce e diffonde maggior luce. Quindi, ben lungi dal fallire alla sua missione, nel suo cammino che nulla arresta, essa rimane la sola verit possibile pei cervelli sani ed equilibrati. In quanto a quelli che essa non appaga, a quelli che risentono il fervido bisogno di sapere immediatamente e totalmente il vero, hanno la risorsa di rifugiarsi in una ipotesi religiosa qualsiasi, a patto per di edificare la loro chimera sopra verit acquisite, se vogliono dimostrare di aver ragione. Tutto quello che  edificato sull'errore, crolla. Se il sentimento religioso sussiste nell'uomo, se il bisogno di una fede resta eterno, ci non significa che il cattolicismo sia eterno, poich esso non , al postutto, che una forma religiosa, che non ha sempre esistito, e che altre forme religiose hanno preceduto e seguiranno.
Le religioni possono sparire, il sentimento religioso ne creer di nuove anche colla scienza. E Pietro pensava a quel preteso scacco della scienza di fronte all'attuale risveglio del misticismo, risveglio di cui aveva indicato le cause nel suo libro: la decadenza dell'idea di libert nel popolo, ingannato nell'ultima ripartizione, il malessere dei ceti superiori, disperati del vuoto in cui li lascia la ragione svincolata da ogni legge, l'intelligenza arricchita ed allargata.
E' l'ansia dell'ignoto che rinasce: ma questa non pu essere che una reazione naturale e momentanea, dopo tanto lavoro, nel primo momento in cui la scienza non acquieta ancora la nostra sete di giustizia, n il nostro desiderio di sicurezza, n il concetto tradizionale che ci facciamo della felicit, in una seconda vita, letificata da eterna esultanza.
Perch il cattolicismo potesse rinascere come si annunzia, ci vorrebbe un cambiamento del terreno sociale, e quel terreno non pu mutare, non  pi tanto ricco di linfa da poter rianimare una formula caduca, che le scuole e le officine vanno annientando ogni giorno pi.
Il terreno  mutato ? un'altra quercia vi sorger. ? La scienza abbia dunque anch'essa la sua religione, se deve sorgerne una da essa, poich questa sar ormai la sola religione possibile per la democrazia di domani, per i popoli sempre pi colti, in cui la fede cattolica non  che cenere ormai!
E Pietro concluse ad un tratto, ripensando alla imbecillit della Congregazione dell'Indice. Aveva colpito il suo libro: colpirebbe certamente il nuovo libro di cui gli era sorta l'idea, se lo scriveva. Un bel cmpito, in verit! Poveri libri da sognatori entusiasti, chimere che inveivano contro delle chimere! E l'Indice aveva la dabbenaggine di non interdire il libriccino classico che teneva l, fra le mani, il solo pericoloso, il nemico sempre trionfante che rovescierebbe senza dubbio la Chiesa.
Per quanto fosse modesto nella sua meschina compilazione da manuale scolastico, quel libro era un pericolo; il pericolo cominciava dall'abbaco, che i bambini imparano a sillabare, e cresceva man mano che i programmi si caricavano di cognizioni, erompendo minaccioso con quei riassunti di scienze chimiche, fisiche e naturali che hanno rimesso in questione la creazione del Dio delle Scritture.
Ma il peggio si era che l'Indice, gi disarmato, non ardiva di sopprimere quegli umili volumi, terribili militi della verit e distruttori della fede.
Che cosa serviva quindi tutto il danaro prelevato da Leone tredicesimo sul tesoro nascosto dell'obolo di S. Pietro per dotarne le scuole cristiane, nel concetto di formare una generazione di credenti pel domani, la generazione di cui il papato aveva bisogno per vincere? Che cosa giovava il dono di quell'oro prezioso se non doveva servire che all'acquisto di volumi, infimi eppur formidabili, che non si potrebbero mai purgare abbastanza, che racchiuderebbero sempre troppa scienza, quella scienza giganteggiante che finirebbe col far saltare in aria, un giorno, San Pietro ed il Vaticano! Ah! sarebbe un Indice stolto e inutile! Che miseria e che derisione!
Poi, quando Pietro ebbe riposto nella valigia il libro di Teofilo Morin, torn ad affacciarsi, e col ebbe una visione straordinaria.
Nella notte cos mesta e cos tacita, sotto il cielo nuvoloso, ingiallito dalla luna, color di ruggine, erano sorti dei vapori oscillanti che celavano in parte le tettoie dietro i loro lunghi strascichi simili a sudarii: dei monumenti interi erano spariti dall'orizzonte.
Ed egli si figur che i tempi fossero compti, che la verit avesse fatto saltare in aria la cupola di S. Pietro. E davvero, fra cento anni, fra mille, quella cupola sar in rovina, non torreggier pi sul buio sfondo del cielo. L'aveva gi sentita tremare sotto di lui, nell'ora di febbre in cui vi aveva fatta una sosta, disperato di vedere dall'alto la Roma papale, ostinata nella porpora dei Cesari, e prevedendo fin d'allora che il tempio del Dio cattolico cadrebbe in rovina come il tempio di Giove sul Campidoglio.
E la cosa era accaduta ? i ruderi coprivano il terreno, e solo cinque delle colonne della navata centrale restavano in piedi, con un muro dell'abside, sorreggendo ancora un frammento del cornicione. Ma i quattro pilastri della crociera, quelli che un giorno sorreggevano la cupola, i pilastri ciclopici si ergevano sempre, isolati e superbi, fra le macerie vicine, in aspetto indistruttibile.
Densi vapori passarono in fiumana. Altri mille anni trascorsero probabilmente, e nulla pi rimase.
L'abside, le ultime colonne, e persino i quattro pilastri giganteschi giacevano al suolo.
Il vento ne aveva spazzata la polvere, e solo scavando il suolo si sarebbe potuto trovare qualche frammento di statua spezzata, qualche marmo con delle iscrizioni, sul cui significato gli eruditi non potevano mettersi d'accordo.
Come un tempo al Campidoglio, fra le macerie interrate del tempio di Giove, si arrampicavano dei branchi di capre, brucando i cespugli nella solitudine, nel silenzio degli afosi solleoni di estate, in cui non suona che il ronzo delle mosche.
Allora soltanto Pietro sent in s stesso lo sfacelo supremo.
Era finito davvero: la scienza aveva vinto e non rimaneva pi nulla del mondo antico. A che pro essere l'insigne scismatico, il riformatore invocato dalle genti? Non si trattava di un nuovo sogno? Soltanto la lotta perenne della scienza contro l'ignoto, la sua inchiesta che insegue ed incalza ed acquieta sempre pi nell'uomo la sete del divino, gli sembrava confortante ormai, mettendogli in cuore la necessit di sapere se trionferebbe al punto da bastare un giorno all'umanit, appagando tutti i suoi desiderii. E nel disastro del suo fervore di apostolo, davanti alle rovine che portava in s, la sua fede morta, la sua svanita speranza di valersi del vecchio cattolicismo per la redenzione sociale e morale, non era pi sorretta che dalla ragione. Essa aveva vacillato in lui per un attimo. Aveva sognato il suo libro, aveva attraversato una seconda crisi terribile, perch il sentimento aveva di nuovo preso il sopravvento terribile sulla ragione. Sua madre si era messa a piangere nell'anima sua, davanti al tormento dei miserabili, nell'impulso irresistibile di soccorrerli, per scongiurare i prossimi massacri: ed il suo pio desiderio di carit aveva imposto silenzio agli scrupoli del suo ingegno. Ma ora udiva la voce di suo padre, la ragione eccelsa, la ragione severa, la ragione che aveva potuto eclissarsi, ma che tornava a regnare sovrana.
Come dopo Lourdes, egli protestava contro la glorificazione dell'assurdo e la decadenza del senso comune; come allora egli rappresentava la ragione. Ah! la ragione! Soffriva per cagione sua, eppure non si calmava che mediante essa e protestava di appagarla sempre pi come l'unica sua signora, salvo a perdervi la felicit! Che cosa gli restava da fare?
Invano avrebbe tentato di saperlo in quell'ora. Tutto restava in sospeso; egli era di fronte al mondo immenso, ancora ingombro dalle macerie del passato, macerie di cui forse potrebbe liberarsi all'indomani. Laggi, nella citt dolente, ritroverebbe il buon abate Rose, il quale gli aveva scritto il giorno prima di tornare presto ad assistere i poveri, ad amarli e salvarli, poich quella Roma, cos sfolgorante da lontano, era sorda alla carit.
Ed attorno al vecchio prete placido ritroverebbe la fiumana sempre crescente dei miserabili, i piccini caduti dal nido, che raccoglieva pallidi di fame, rabbrividiti di freddo, le coppie atrocemente sciagurate, in cui il padre beve, la madre si prostituisce, i figli e le figlie piombano nel vizio e nel delitto; le case intere dove soffia la tempesta della fame, dove regnano il sudiciume pi immondo, la promiscuit pi turpe; n mobili, n biancheria, una vita da bestia che si sfoga e si sazia come pu, secondo gli incontri e gli istinti. Poi verrebbero ancora i geli improvvisi dell'inverno, i disastri dello sciopero, le invasioni di tisi che portano via i deboli, mentre i forti stringono i pugni, sognando la vendetta. Poi, una sera, tornerebbe forse in qualche camera terribile dove una madre si sarebbe uccisa coi suoi cinque piccini, l'ultimo fra le braccia, accanto al seno esausto, gli altri sparsi sui mattoni nudi, finalmente lieti e sazi nella morte.
No, no! Non doveva pi essere, non doveva pi esistere la squallida miseria che mette capo al suicidio, in mezzo a quell'immenso Parigi rigurgitante di ricchezze, ebbro di volutt, che buttava i milioni per le strade quando si trattava di godere! L'edificio sociale era fradicio alla base, tutto rovinava nel fango e nel sangue. Non aveva mai sentito a tal punto l'inutile derisione della carit.
E, all'improvviso, ebbe coscienza della parola aspettata, della parola che erompeva finalmente dalle labbra del muto secolare, del popolo calpestato ed imbavagliato; era la parola: giustizia!
Ah! s, giustizia, e non pi carit. La carit non aveva fatto che eternizzare la miseria, la giustizia la guarirebbe forse. Era di giustizia che i miserabili avevano sete; un atto di giustizia soltanto poteva spazzare il mondo antico per ricostruire il nuovo. Il muto non apparterrebbe pi al Vaticano, n al Quirinale, al papa od al re, ma aveva mandato un sordo ruggito attraverso le et, nella sua lunga lotta, quando misteriosa, quando manifesta, ma si era dibattuto fra il pontefice e l'imperatore, che lo volevano ciascuno per s, per ricuperare la propria libert, per affermare il suo proposito di non appartenere a nessuno il giorno in cui invocherebbe giustizia.
Quel giorno di giustizia e di verit doveva finalmente sorgere domani?
Nella sua ansia, diviso com'era tra il bisogno del divino che tormenta l'uomo e la supremazia della ragione che lo aiuta a reggersi in piedi, Pietro non era sicuro che di tenere la sua parola, da prete senza fede che vigila sulla fede altrui, facendo la sua professione onestamente e castamente, nell'atroce tristezza di non aver potuto rinunciare alla propria intelligenza, come aveva rinunciato alle sue carni frementi d'amore, ed al suo sogno di redentore dei popoli.
E di nuovo, come dopo Lourdes, starebbe in attesa.
Ma a quella finestra, davanti a quella Roma invasa dalle tenebre, sommersa nella nebbia che pareva coprisse gli edifizi, le sue riflessioni si erano fatte cos profonde che non ud una voce che lo chiamava. Non si scosse che sentendo una mano sulla spalla.
- Signor abate, signor abate!
E come si voltava finalmente, Vittorina gli disse:
- Sono le nove e mezza. La carrozza  gi. Giacomo ha gi messo il bagaglio,  ora di andare, signor abate.
Poi, vedendo che batteva le palpebre, ancora stralunato, ella sorrise.
- Davate addio a Roma? Il cielo  brutto oggi.
- S, bruttissimo ? osserv lui, senz'altro.
Allora scesero. Egli le aveva consegnato un biglietto da cento da dividere fra la servit.
Ed essa prese la lampada e lo precedette, scusandosi, perch ci si vedeva appena, diceva, tanto il palazzo era nero in quella notte.
Ah! quella partenza, quell'ultima discesa, in mezzo al palazzo vuoto e fosco, di qual ansia strinse il cuore di Pietro! Aveva gettato sulla camera quello sguardo d'addio che lo faceva sempre disperare, che gli strappava sempre un po' della sua anima, anche quando lasciava un luogo dove aveva sofferto.
Poi, davanti alla camera di don Vigilio, in cui non vi era che un silenzio pauroso, se lo figur, col capo affondato tra i guanciali, trattenendo perfino il respiro, pel timore che quel respiro stesso parlasse, attirandogli delle vendette.
Ma fu specialmente sul pianerottolo del secondo e del primo piano, davanti alle porte chiuse del cardinale e di donna Serafina, che fremette di non udir nulla, nemmeno un soffio, come se passasse davanti a delle tombe.
Dacch erano tornati dal funerale, non avevano dato segno di vita, chiusi, scomparsi, immobilizzando con s la casa intera, senza che vi si potesse sorprendere il bisbiglio di una conversazione, il passo di un servitore errante.
E Vittorina continuava a scendere, con la lampada in mano; Pietro la seguiva, pensando a quei due che restavano nel palazzo in rovina, ultimi superstiti di un mondo semi-crollato, sul limitare di un mondo nuovo. Dario e Benedetta avevano portato via con loro ogni speranza di vita; nelle sale dei Boccanera non rimanevano che la vecchia zitella ed il prete infecondo, senza probabilit di resurrezione.
Ah! quegli anditi interminabili, pieni di ombra lugubre; quella scala fredda e gigantesca, che pareva scendesse nell'abisso del nulla, quelle sale immense, di cui le mura si screpolavano per povert e trascuranza!
E la corte interna, simile ad un cimitero, con la sua erba, il suo portico umido dove infracidivano i torsi di Venere e di Apollo!
Ed il giardinetto deserto, profumato dalle melarancie mature, in cui nessuno pi scenderebbe, ora che non vi si poteva pi incontrare l'adorabile contessina, sotto il lauro, presso il sarcofago! Tutto si sprofondava nel lutto atroce, nel silenzio di morte in cui i due ultimi Boccanera dovevano aspettare, in fiera maest, che il loro palazzo come il loro Dio rovinasse su di loro. E Pietro non percepiva altro che uno strepito leggerissimo, probabilmente un trotterello da topo, o forse i denti di un rosicchiante, l'abate Paparelli, intento a sbriciolare le mura in fondo alle stanze remote, a logorare senza posa la vecchia dimora nelle sue basi, per affrettarne la rovina.
La carrozza era davanti alla porta, con le sue lanterne, di cui i due raggi gialli rompevano l'oscurit della via. I bagagli erano gi caricati, la cassetta vicino al cocchiere, la valigia sul sedile. Ed il prete sal subito.
- Oh! c' tempo ? disse Vittorina, che era rimasta sul marciapiede. ? Non vi manca nulla, e mi fa piacere che partiate comodamente.
In quell'ultimo minuto egli si sent rincorato di aver vicino una compatriota, quella buon'anima che lo aveva ricevuto nel giorno dell'arrivo e lo salutava alla partenza.
- Non vi dico arrivederci, signor abate, perch non credo che tornerete cos presto nella loro maledetta citt... Addio, signor abate.
- Addio, Vittorina. E grazie tante, con tutto il cuore.
La carrozza si muoveva gi, svoltando, al rapido trotto del cavallo, le vie anguste e tortuose che conducono al corso Vittorio Emanuele.
Non pioveva, il mantice non era alzato; ma, in causa dell'aria umida, il prete si sent subito preso dal freddo; per non volle far perder tempo al cocchiere, un uomo taciturno, il quale pareva avesse gran fretta di liberarsi del viaggiatore.
E quando Pietro sbocc sul corso Vittorio Emanuele, fu sorpreso di trovarlo gi deserto, in quell'ora poco inoltrata della notte, colle case chiuse, i marciapiedi vuoti, e le lampade elettriche che ardevano solitarie in quella malinconica solitudine. A dir vero per, non faceva caldo e la nebbia cresceva, ravvolgendo sempre pi le facciate.
Quando pass davanti alla Cancelleria, gli parve che il severo e colossale edifizio indietreggiasse, sfumando in una visione. E pi l, in fondo alla via d'Aracoeli, stellata di scarsi becchi a gaz fumosi, il Campidoglio era sommerso in piene tenebre.
Poi, il largo corso si restrinse, la carrozza scivol tra le due fosche masse opprimenti del buio Ges e del massiccio palazzo Altieri, e fu in quell'andito strozzato, dove persino nei giorni di sole pi splendidi pioveva tutta l'umidit dei tempi antichi, che egli si abbandon ad una nuova fantasticheria, con le fibre e l'anima invase da un brivido di sgomento. Ad un tratto si ridestava in lui questo pensiero ? che pi volte gi gli aveva messo in cuore un certo turbamento ? che l'umanit partita dall'Asia aveva sempre camminato nel senso del sole.
Un vento d'est aveva sempre soffiato, trasportando all'ovest la semenza umana per le messi future. E gi da lungo tempo la culla era colpita di distruzione e di morte, come se i popoli non potessero progredire che per tappe, lasciandosi dietro il terreno esaurito, le citt distrutte, le popolazioni decimate ed imbastardite, man mano che camminavano da levante a ponente verso le mte ignorate. Erano Ninive e Babilonia sulle sponde dell'Eufrate, Memfi e Tebe sulle sponde del Nilo, ridotte in polvere, piombate per vecchiaia e stanchezza in un torpore mortale, da cui nulla poteva destarle.
Poi la decrepitezza aveva invaso le spiaggie del gran lago mediterraneo, seppellendo sotto la polvere degli anni Tiro e Sidone, andando ancora pi in l a seppellire Cartagine, colpita dalla senilit in pieno splendore.
Quell'umanit in cammino, che la forza occulta delle cose spingeva cos da Oriente ad Occidente, segnava le sue giornate di tappa con delle macerie. Che spaventosa sterilit si vede oggi in quella culla della storia, quell'Asia, quell'Egitto, tornate al balbetto dell'infanzia, immobilizzate nell'ignoranza e nella caducit, sulle rovine delle capitali antiche, altre volte regine del mondo!
Nel passare, Pietro si avvide, in mezzo alla sua fantasticheria, che il palazzo di Venezia, immerso nell'ombra, pareva crollasse sotto qualche assalto dell'invisibile.
La nebbia ne aveva intaccato i merli; le alte mura nude, cos terribili, si piegavano sotto l'urto dell'oscurit crescente. Ed a sinistra, nell'apertura del Corso, deserto anch'esso nello scialbo riverbero dei fanali elettrici, apparve a destra il palazzo Torlonia, con la sua ala sventrata dal piccone dei demolitori; mentre pi su, a sinistra il palazzo Colonna allungava la sua facciata tetra, le sue finestre chiuse, come se, disertato dai padroni, spogliato dal fasto antico, aspettasse anch'esso i demolitori. E, nella rallentata celerit della carrozza, che cominciava a salire l'erta di via Nazionale, la fantasticheria continu.
Roma non era essa colpita, non era suonata anche per lei l'ora di scomparire, in quella distruzione che i popoli in cammino lasciano sempre dietro di loro?
La Grecia, Atene e Sparta, dormivano sotto i loro ricordi gloriosi, non avendo pi nessuna importanza nel mondo moderno.
Tutta la parte inferiore della penisola italica era gi afferrata dalla paralisi progressiva. Ed in un con Napoli, veniva ora la volta di Roma.
Essa si trovava al limite del contagio, sul margine di quella stanchezza di morte che si allarga sempre pi sul vecchio continente, quel margine dove si inizia l'agonia, dove la terra impoverita non vuole pi alimentare, n sopportare le citt dove gli uomini stessi sembrano colpiti di vecchiaia fin dalla nascita.
Da due secoli Roma continuava a declinare, eliminandosi a poco a poco dalla vita moderna priva d'industria, priva di commercio, e perfino inetta alla scienza, alla letteratura, all'arte.
E non era solo San Pietro che crollava, seminando l'erba dei suoi ruderi, come altre volte il tempio di Giove Capitolino.
Nella fantasticheria fosca e dolorosa, era Roma tutta intera che cadeva in uno schianto supremo, coprendo i suoi sette colli delle sue macerie, basiliche, palazzi, quartieri che sparivano, addormentati sotto i rovi e le ortiche.
Come Ninive e Babilonia, come Tebe e Memfis, Roma non era pi che una nuda pianura, segnata dai rialzi delle rovine, fra cui si tenta invano di ravvisare il posto degli antichi edifizi, pianure abitate solo da viluppi di serpi e da stormi di topi.
La carrozza girava, e Pietro riconobbe a destra, in un immenso abisso colmato di ombre, la colonna Traiana. Ma in quel momento sorgeva nera, come il tronco morto di un albero gigante, di cui la tarda et avesse abbattuto i rami. E, pi in su, quando nell'attraversare la piazza triangolare, alz gli occhi, l'albero vero che not sul cielo di piombo, il pino ombrellifero della villa Aldobrandini, che sorgeva col, come la gloria e l'orgoglio di Roma, non fu pi per lui che una macchia, il lieve nugolo di polvere nerastra che saliva dallo sfacelo della citt.
Uno sgomento lo afferr, nel suo senso di fraternit, come giunse alla fine di quel sogno tragico.
E, quando il torpore che si diffonde attraverso al mondo invecchiato avrebbe oltrepassato Roma, quando la Lombardia sarebbe afferrata anch'essa, e Genova, Torino, Milano si addormenterebbero come Venezia si addormenta gi, verrebbe dunque la volta della Francia.
Varcate le Alpi, Marsiglia vedrebbe i suoi porti colmati di sabbia come quelli di Tiro e di Sidone, Lione cadrebbe nello squallore e nel sonno, e finalmente Parigi, invasa dall'invincibile torpore, cambiata in uno sterile campo di sassi, irto di cardi, raggiungerebbe nella morte Roma, Ninive e Babilonia, mentre i popoli continuerebbero il loro cammino, da levante a ponente, col sole sempiterno.
Un gran grido attravers l'ombra, il grido di morte delle razze latine: la Storia che pareva nata nel bacino del Mediterraneo si spostava, e l'Oceano diventava oggi il centro del mondo. A qual punto della giornata umana si era arrivati? L'umanit, partita da laggi, dalla culla, dal sorgere dell'alba, si trovava essa, di tappa, in tappa, seminando la via di rovine, alla met della giornata, quando fiammeggia il mezzogiorno?
Era dunque l'altra met del tempo che si iniziava, il mondo nuovo che sorgeva dopo l'antico, quelle citt d'America in cui la democrazia cominciava a delinearsi, dove sorgeva la religione del domani, le citt regine del secolo venturo: come laggi, al di l di un altro Oceano, tornando verso la culla, sull'altra faccia della terra, l'estremo Oriente immobile, la China ed il Giappone misteriosi, tutto il pullulare pieno di minaccia della razza gialla.
Ma, a poco a poco, come la carrozza saliva l'erta di via Nazionale, Pietro sentiva il suo incubo dissiparsi. Spirava un'aria pi leggera, e l'anima sua rientrava nella speranza e nel coraggio.
La Banca d'Italia per, con la sua bruttezza moderna, la sua enorme mole di calce, gli fece l'effetto di un fantasima che trascina il suo drappo per la notte; mentre, in cima ai giardini, indistinto, il Quirinale non era che una striscia bianca, che chiudeva il cielo. Ma la via saliva, si allargava sempre e finalmente sulla vetta del Viminale, sulla piazza delle Terme, quando pass davanti alle rovine di Diocleziano, Pietro respir a pieni polmoni.
No, no! La giornata umana non poteva finire: essa era eterna e le tappe delle civilt dovevano succedersi senza fine.
Che contava mai quel soffio d'Oriente che travolgeva i popoli verso l'Occidente, quasi fossero spinti dalla forza del sole?
Se occorreva, essi tornerebbero dall'altra faccia del globo, farebbero pi volte il giro della terra, fino al giorno in cui potrebbero fissare la loro sede nella pace, la verit e la giustizia.
Dopo la prossima civilt, attorno all'Atlantico, fattosi il nuovo centro del mondo, circondato dalle citt regine, nascerebbe un'altra civilt ancora, col Pacifico nel centro, non sulle rive delle altre capitali che non si potevano ancora antivedere, e di cui i germi dormivano sopra spiaggie ignorate. Ed altre, altre ancora, sempre, all'infinito.
Ed in quell'ultimo momento, ebbe la sensazione di fiducia e di salvezza che quelle grandi mosse dei popoli erano l'istinto, il bisogno stesso che sentivano di tornare all'unit.
Partiti dalla stessa famiglia, separati poi e dispersi in trib, agitati da odii fratricidi, essi avevano sempre e comunque la tendenza a formare un'unica famiglia.
Le province si riunivano in popoli, i popoli si riunivano in razze, e le razze finirebbero col riunirsi in una sola umanit immortale; l'umanit senza confini, immensa, senza possibilit di guerra, l'umanit vivente di lavoro, giusta ed onesta, nella comunit universale di tutti i beni! Non era questa l'evoluzione, lo scopo del lavoro, che si faceva ogni dove, lo scioglimento della Storia?
L'Italia divenga dunque un popolo sano e baldo, e si faccia l'intesa tra lei e la Francia, e questa fraternit delle razze latine diventi il principio della fraternit universale! Ah! che bel sogno quella patria unica, la terra pacificata e felice, chi sa fra quanti secoli!
Poi, alla stazione, nella baraonda, Pietro cess di pensare.
Dovette prendere i biglietti, fare la consegna del bagaglio.
E sal subito in carrozza.
Il posdomani, allo spuntar del giorno, sarebbe a Parigi.
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FINE.